Aria Nuova

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE RACCONTI

di Sonia Etere

Mi alzo, apro la finestra, la luce più forte e chiara entra liberamente, ed insieme ad essa un’aria pungente, quell’aria che nasce dalla neve appena caduta, aria di nuovo, aria di pulito. C’è silenzio nella stanza, in quel momento quel silenzio non incute timore, ma sa essere purificatore, come una pioggia silenziosa che pulisce dal fango. Quel silenzio in cui in pochi momenti assapori la linea sottile tra il passato e il presente, tra la rabbia e la serenità, tra la voglia di andare e la voglia di restare, tra ciò che pensavi di fare e ciò che da ora farai. Aria nuova, aria di cambiamento. Aria diversa rispetto alla prima sensazione, al primo scatto decisionale, aria diversa e in qualche modo uguale, in certe, significative sfumature, uguale. C’è un sentiero, nelle menti, in cui s’incontrato le diversità e le uguaglianze e in quel punto preciso si fondono, si mescolano, senza avere un colore definito e certo, non c’è confine sicuro, né barriera… c’è il momento. C’è l’Essere che prova e sperimenta quello che sente e lo eguaglia a ciò che l’altro sente diverso ed uguale. Uguale e diverso, si sciolgono in una unicità Universale e profonda. Non ci sono parole a volte, ci sono gesti che uniscono. Gesti, perché le parole a volte formano diversità, i gesti no, evitano la diversità superficiale, incurante del vero, ballerina incerta tra assi sgangherate di un teatro finto. Ed è quel teatro finto che abbiamo nella testa che fa credere che ciò che pensiamo sia l’assoluta verità. Ed è un po’ come essere malati. Malati di una malattia che non conosce le possibilità di altri diversi ed uguali da noi. Diversi eppure uguali. È questa che porta alla diversità errata e pagliaccia di chi pensa di essere portatore di una sola verità assoluta: la sua. E tutto il resto è diverso, non giusto, non giustificabile, non comprensibile, nullo, inesistente, senza valore.

Penso queste cose con la leggerezza di un percorso fatto in cui la curva più pericolosa l’hai passata, davanti a me sono seduti Cecilia e Riccardo, una coppia venuta da me per essere aiutata a separarsi, stanca di litigi, incomprensioni, rancori e fatiche incomprensibili per entrambi. Senza fondamento per altri. L’uno contro l’altra, diversi e con il passare degli anni sempre più diversi e incompatibili. Quasi non si guardano a volte le diversità fanno paura, spesso sono le stesse diversità che senti in te. Diversità e uguaglianze solo non te lo dici. Una coppia con la stessa rabbia, con lo stesso rancore, con gli stessi silenzi rassegnati, con lo stesso dolore. Ognuno con la certezza che la sua verità sia quella giusta, unica, insindacabile e assoluta. Un uomo e una donna ritenuti atavicamente diversi, ed a guardarli con un occhio apparente sono diversi nell’aspetto esteriore, nel modo di reagire apparentemente diversi.

Siamo troppo diversi, non possiamo stare insieme, siamo troppo stanchi, non ci capiamo, siamo stanchi“. Parole espresse in modo uguale quasi in contemporanea. La rabbia li rendeva uguali, la rassegnazione li rendeva uguali, la voglia di andare via li rendeva uguali. Eppure… c’era qualcosa in loro mentre si raccontavano l’essere coppia, qualcosa che sarebbe sfuggito ad un occhio meno attento a quella linea sottile che unisce uguaglianze e diversità: La voglia di entrambi di trovare quella scia di aria nuova che porta al bivio delle possibilità nuove.  Cecilia aveva un dolore vecchio con sé: il dolore di un tradimento da parte di Riccardo, un tradimento che risaliva a sette anni prima. Sette anni. Quel sette aveva la forza di cento. Di cento anni di dolore, di sfiducia, di paura, di rabbia, di un silenzio che macinava ogni possibile parola di chiarimento o di domanda. Quel genere di silenzio allontana le uguaglianze come un treno troppo veloce che rende tutto troppo piccolo per essere visto o preso in considerazione. Cecilia piangeva, e raccontava il suo dolore, la sua frustrazione, il suo sgomento, gli occhi fatti grandi a cercare aria, che bruciavano di lacrime che erano state fermate e chiuse per troppo, troppo tempo. Piangeva la sua voglia di vicinanza affettuosa, di amore, di cure benevole, di comprensione, di sorrisi, di parole serene e vere. Riccardo guardava Cecilia stupito come se si trovasse su un pensiero sconosciuto. Ed era così: un terreno sconosciuto per essere stato per troppo tempo nella palude della verità assoluta. Cecilia non aveva chiarito il suo dubbio, il suo pensiero sul tradimento, non lo aveva mai dato per un tradimento presunto ma tradimento certo, lancinante e offensivo. Sette anni di silenzi, di ripicche, di scontri e di voglia di andare via in cui Cecilia diceva: “Non ce la faccio più” e Riccardo diceva: “Non ce la faccio più“. Riccardo sconvolto dalla valanga di verità nascoste e sentimenti mai ascoltati, raccontava i suoi incontri con questa donna con cui andava a pranzo nell’ora di pausa dal lavoro per chiacchierare un po’, per cercare una forma di attenzione che non trovava in casa, che avrebbe voluto dalla moglie. Peccato che la sua verità personale e assoluta gli diceva che la moglie non lo amava più e lui soffriva nel suo silenzio solitario. Lo stesso identico silenzio solitario che aveva Cecilia e di cui non parlava. Nessuno dei due ne parlava. Chiusi nelle loro verità assolute che ingabbiano il pensiero delle uguaglianze. Lo stesso dolore, la stessa solitudine, lo stesso silenzio. Riccardo non aveva tradito Cecilia e i suoi occhi erano sinceri, la sua voce era sincera, le sue lacrime erano sincere, cocenti e libere finalmente come quelle di Cecilia. Il suo dolore era lacerante e sincero come il dolore di Cecilia era lacerante e sincero. Uguaglianza. Sopita uguaglianza. Ognuno chiuso nella propria diversità apparente. Anche Riccardo piangeva la sua voglia di vicinanza affettiva, la sua voglia di parole condivise, la stessa voglia di essere amato, la stessa voglia di aria nuova.

Poi, improvviso, dopo un silenzio che cercava parole interiori e preziose, un grido quasi all’unisono: “Non posso immaginare la mia vita senza te“. Le mani si cercano tremanti e commosse, si cercano come se fosse la prima volta. Non più verità personali e assolute, non più diversità che allontanano, ma lo stesso sentimento di amore, di cura, di essere insieme. Toccavano quella linea sottile tra la forza del rancore e la forza dell’amore, in un chiarimento arrivato dopo sette anni di verità diverse. Ora un uomo e una donna diversi e uguali. Non divisi. La diversità non è divisione, ma conoscenza. Insieme un po’ diversi e un po’ uguali. Insieme. Ogni diversità non nasce per dividere, ma per essere ascoltata e arricchire, per migliorare e se si deve passare attraverso tunnel faticosi, va bene, ogni tunnel diventa un tunnel di aria nuova che mescola diversità e uguaglianze e le trasforma in conoscenze nuove, acquisite incancellabili. Sagge.

 

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