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marialberti

Graphic designer – libero professionista.

GIURIA di VALUTAZIONE – 3ª edizione

La Commissione di Valutazione della 3ª Edizione del Concorso Letterario Nazionale di scrittura creAttiva «diversamente UGUALI» è formata da:

  • Maria Alberti: ideatrice e fondatrice de IL CIELO CAPOVOLTO, coordina i progetti e le attività del Gruppo, webmaster. Graphic designer, editor. SITO UFFICIALE
  • Stefano Carnicelli: per IL CIELO CAPOVOLTO cura la Rubrica di Recensioni Letterarie, interviste autori, presentazioni editoriali, eventi sul territorio. Scrittore, ha pubblicato due romanzi. Cura rubriche di libri su alcune emittenti locali e collabora con alcuni quotidiani abruzzesi. SITO UFFICIALE
  • Fiorentino Izzo: per IL CIELO CAPOVOLTO è co-responsabile del progetto “Storie di Quartiere” e cura la Rubrica di Recensioni Musicali. Maresciallo maggiore aiutante (esperto aspetti legali), membro del direttivo A.S.L.E.M. (Associazione Sanmarinese per la lotta contro le Lucemie e Emopatie Maligne) – BIOGRAFIA
  • Autore di fama nazionale con cui verrà organizzato l’INCONTRO con l’AUTORE in occasione della Premiazione del Concorso (in via di definizione).

Per la valutazione saranno presi in considerazione gli aspetti linguistici (lessico, morfologia, sintassi, punteggiatura, fonologia); l’originalità e creatività artistica; la capacità comunicativa. Sarà privilegiato, inoltre il messaggio morale e umano.

«diversamente UGUALI: scrittura creAttiva» 3ª edizione – BANDO

Il Gruppo Artistico Culturale Indipendente IL CIELO CAPOVOLTO,
con il patrocinio della Città Metropolitana, Comune e Circoscrizione 3 di Torino
e in collaborazione con CaleidoScoppio, CCEP UNLA L’Aquila e CPIA3 TO sez. Chieri
nella stagione 2017/2018 organizza la 3ª edizione del

Concorso Letterario Nazionale
di  scrittura creAttiva

 

ARTICOLI GENERALI BANDO CONCORSO

  • Il Concorso Letterario diversamente UGUALI: scrittura creAttiva, parte integrante dell’omonima INIZIATIVA, vuole essere un contributo alla lotta contro ogni forma di discriminazione nonché difesa delle caratteristiche che rendono unico ogni essere umano e costituiscono il patrimonio unico dell’umanità a beneficio delle generazioni presenti e future
  • È a cadenza annuale. La prima edizione è stata nella stagione culturale 2015/2016
  • È esteso ad utenti di entrambi i sessi, sia italiani che stranieri, residenti su tutto il territorio nazionale italiano
  • Gli AUTORI sono suddivisi per CATEGORIA di età: BAMBINI (dai 6 ai 10 anni); RAGAZZI (dagli 11 ai 18 anni); ADULTI (over 18 anni)
  • Il Concorso prevede tre sezioni: sez. BREVE RACCONTO • sez. POESIA • sez. CANZONE d’AUTORE 
  • Gli elaborati dovranno avere per tema la diversità in ogni sua più ampia interpretazione: sesso, orientamento sessuale, religione, razza, lingua, malattia, vecchiaia, cultura, ambientazione (vivere in un piccolo paese o in una grande metropoli, in una zona colpita da un disastro ambientale, al nord o al sud…), status sociale ed economico… e promuovere l’integrazione
  • È aperto anche a GRUPPI CLASSE (elementari, medie e superiori) [vedi SCUOLE…]
  • Ogni utente può partecipare con una o più opere indifferentemente ad una sola o più sezioni
  • È richiesta una quota come parziale rimborso spese di segreteria, stabilità in:
    • NON SOCI del Gruppo:
      • € 10,00 fino a due opere inviate, indifferentemente se di una o più sezioni
      • € 5,00 per ogni opera successiva
    • SOCI (vedi modalità per associarti → clicca):
      • € 5,00 per ogni opera, indifferentemente se di una o più sezioni
  • La quota potrà essere versata con le seguenti modalità:
    • su PostPay intestata a Alberti Maria Adelina: n° 4023 6009 2099 2445 • cod. fiscale LBRMDL63M53L219Z
    • tramite l’applicazione JiffyPay: contatto telefonico 333 9283127
    • bonifico bancario c/c IBAN IT85A0306909210100000064686, intestato a Alberti Maria
    • in contanti c/o la ns sede in via Fidia 26 a Torino
  • Tutte le opere dovranno pervenire entro il 31 marzo 2018 (non ci saranno proroghe a questo termine) a REDAZIONE IL CIELO CAPOVOLTO • via Fidia 26, Torino • redazione@ilcielocapovolto.info (si può inviare anche per email) in unico plico, contenente:
    • modulo iscrizione compilato e firmato – scarica modulo adultiragazziscuole
    • ricevuta pagamento quota
    • breve biografia dell’AUTORE con allegata fotografia
    • SEZIONI BREVE RACCONTO e POESIA: opera/e dattiloscritta/e recante un titolo (per ogni opera) – i fogli su cui sono scritte le opere non dovranno riportare il nome dell’autore, per non influenzare il giudizio della Giuria
      vai alla sez. BREVE RACCONTOPOESIA
    • SEZIONE CANZONE d’AUTORE: file audio in formato mp3 di registrazione del pezzo + testo canzone dattiloscritto – vai alla sez. CANZONE d’AUTORE
  • Le opere saranno valutate dalla Giuria di Valutazione che selezionerà le tre opere più meritevoli per ogni sezione. Per garantire una maggiore trasparenza e imparzialità, le opere saranno sottoposte alla Giuria Tecnica in forma anonima. La Giuria potrà inoltre decidere di assegnare delle Menzioni Speciali ad opere che ritiene particolarmente meritevoli. Per ogni opera partecipante sarà elaborata una Nota Critico-Formativa che sarà consegnata all’autore nel corso della premiazione. Il giudizio è insindacabile
  • La valutazione si baserà sulla propria sensibilità artistica, in qualità del valore del contenuto e della forma espositiva [vedi Criteri Valutativi]
  • Nel mese di maggio si terrà l’EVENTO PREMIAZIONE in cui saranno comunicati gli esiti della votazione e saranno premiati gli AUTORI delle 3 opere più meritevoli per ogni sezione. Si richiede la partecipazione di tutti i candidati in quanto è innanzitutto una giornata di festa e condivisione collettiva. Sarà rilasciato ATTESTATO di PARTECIPAZIONE a tutti gli AUTORI che hanno partecipato [vedi Premiazione e Promozione]
  • Non vengono assegnati premi in denaro o di valore oneroso: i nostri premi vogliono essere unicamente un riconoscimento della qualità dell’opera. La partecipazione al Concorso non è un’occasione di guadagno economico; bensì un’opportunità d’arricchimento culturale, confronto con se stessi e con gli altri.
  • Le opere selezionate entreranno a far parte dell’Antologia Annuale del CIELO CAPOVOLTO che sarà posta in vendita
  • La Redazione s’impegna a promuovere l’iniziativa, tutte le opere partecipanti e gli autori, su vari siti di settore e con iniziative locali sul territorio locale: per ogni autore premiato sarà creata SCHEDA BIOGRAFICA sul nostro portale che resterà pubblicata a tempo indeterminato
  • Con la partecipazione l’utente rilascia il proprio consenso alla pubblicazione e diffusione della propria opera per qualsiasi iniziativa organizzata dalla Redazione del Gruppo IL CIELO CAPOVOLTO, nonché di eventuali riprese fotografiche nel corso della premiazione, senza alcun riconoscimento economico né presente né futuro
  • La proprietà artistica dell’opera rimane dell’autore
  • Ogni altra informazione riguardante il Concorso e l’evento premiazione sarà comunicata dalla Redazione a tutti i partecipanti, nonché pubblicata sul portale web del Gruppo (http://ilcielocapovolto.info)
  • L’inosservanza delle sopraelencate regole (anche una sola), comporta lo scarto del proprio elaborato e l’esclusione dal Concorso

SEZIONE BREVE RACCONTO

  • Gli elaborati devono essere scritti in lingua italiana, avere forma letteraria di breve racconto, presentati dattiloscritti (lunghezza massima: 10 cartelle di ca 2000 caratteri/cad. – valore indicativo), avere un proprio titolo identificativo scelto dall’autore
  • I fogli su cui è scritto il breve racconto NON DEVONO recare nome e cognome (o altri dati) dell’autore. L’opera DEVE essere contraddistinta da un TITOLO scelto dall’autore
  • Unitamente all’opera dovrà essere inviata breve biografia dell’autore (su foglio a parte dall’opera), modulo iscrizione concorso debitamente compilato, una fotografia dell’autore
  • Per gli autori che non hanno compiuto il 18° anno d’età, il modulo d’iscrizione al concorso dovrà essere firmato da un genitore
  • Fare riferimento a tutti i precedenti articoli generali del bando

SEZIONE POESIA

  • Gli elaborati devono essere scritti in lingua italiana in versi, presentati dattiloscritti (lunghezza massima: 50 versi – valore indicativo), avere un proprio titolo identificativo scelto dall’autore
  • I fogli su cui è scritta la poesia NON DEVONO recare nome e cognome (o altri dati) dell’autore. L’opera DEVE essere contraddistinta da un TITOLO scelto dall’autore
  • Unitamente all’opera dovrà essere inviata breve biografia dell’autore (su foglio a parte dall’opera), modulo iscrizione concorso debitamente compilato, una fotografia dell’autore
  • Per gli autori che non hanno compiuto il 18° anno d’età, il modulo d’iscrizione al concorso dovrà essere firmato da un genitore
  • Fare riferimento a tutti i precedenti articoli generali del bando

SEZIONE CANZONE d’AUTORE

  • Si può partecipare come singolo, duo o gruppo
  • Tutti i componenti devono aver compiuto il 18° anno d’età
  • Il brano deve avere forma di canzone
  • La canzone deve essere libera da qualsivoglia contratto discografico e non registrata alla SIAE
  • Sia la musica che il testo devono essere composti dall’autore (dagli autori) iscritto/i al concorso
  • Il testo deve essere in lingua italiana
  • Deve essere inviato un file audio in formato mp3 per ogni canzone proposta, registrato su supporto digitale (cd, dvd, usb, SD) o inviato per email all’indirizzo: redazione@ilcielocapovolto.info; il titolo del file deve corrispondere al titolo della canzone
  • Il pezzo deve essere eseguito (cantato e suonato) dall’autore (o autori) iscritto/i al concorso
  • Unitamente al file audio deve essere inviato il testo della canzone dattiloscritto
  • Il file audio, nonché il testo della canzone, NON DEVONO recare nome e cognome (o altri dati) dell’autore ma essere contraddistinti da un TITOLO scelto dall’autore/i
  • Dovrà altresì essere inviato: breve biografia dell’autore/duo/gruppo, modulo iscrizione concorso debitamente compilato da tutti gli autori/interpreti, una fotografia dell’autore/duo/gruppo
  • Fare riferimento a tutti i precedenti articoli generali del bando

PER LE SCUOLE ELEMENTARI, MEDIE E SUPERIORI

Possono partecipare gli allievi delle scuole primarie (elementari), secondarie di 1° grado (medie) e 2° grado (superiori) presenti sul territorio nazionale

  • Gli alunni delle scuole elementari concorreranno nella CATEGORIA BAMBINI
  • Gli allievi delle medie e delle superiori concorreranno nella CATEGORIA RAGAZZI fino al compimento del 18° anno d’eta; nella CATEGORIA ADULTI over i 18 anni
  • Gli elaborati possono essere presentati come “gruppo classe” se composti da almeno n° 5 allievi; o come “singoli” se in numero minore
  • Per ogni classe è prevista un’unica quota di partecipazione associativa di € 10,00, indipendentemente dal numero di elaborati partecipanti, sia come “gruppo classe” che come “singoli”
  • Ogni “gruppo classe” e/o “singolo” può inviare qualsiasi numero di elaborati, per una o più sezioni (“breve racconto” o “poesia”; alla sezione “canzone d’autore” possono aderire unicamente gli studenti che hanno compiuto il 18° anno d’età)
  • Gli elaborati dovranno essere spediti: per posta ordinaria a Redazione IL CIELO CAPOVOLTO – via Fidia 26, 10141 Torino – o per email a: redazione@ilcielocapovolto.info.
  • Unitamente dovrà essere inviata una breve scheda biografica della Classe (o del singolo allievo) con riportato: nome della scuola, classe (eventuali nomi degli allievi), nome dell’insegnante coordinatrice dell’iniziativa; modulo iscrizione al concorso compilato e firmato dall’insegnante; liberatoria firmata dai genitori (se minorenni) o allievi (se maggiorenni).
  • È richiesta la partecipazione degli allievi con le insegnanti alla festa di premiazione; a cui potranno aderire anche le famiglie, parenti e amici.
  • Insegnanti e/o Dirigenti scolastici interessati all’iniziativa possono richiedere la “Scheda Progetto” e/o incontri con i referenti della redazione. Il Gruppo IL CIELO CAPOVOLTO è disponibile ad organizzare anche incontri di presentazione progetto con i genitori degli allievi o con le classi.

ALLEGATI da SCARICARE

I moduli scaricabili sono in formato Word e si possono compilare digitando negli appositi campi (spostarsi da un campo all’altro con TAB) o scaricare e compilare a mano. Vanno tutti firmati a mano.


PER OGNI ULTERIORE INFORMAZIONE: redazione@ilcielocapovolto.info

OPERE «diversamente UGUALI» – 2ª edizione

Qui sotto le opere classificate ai primi tre posti per ogni sezione e categoria e che hanno ricevuto una menzione da parte della Giuria Tecnica della 2ª edizione del Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI».
Le stesse saranno pubblicate anche sull’Antologia Annuale, unitamente ad altri racconti e poesie selezionate.
Cliccando su ogni Autore accederai al testo completo, nonché alle notizie biografiche dell’Autore.

Blues Nostrano

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» – 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE POESIA

di Gianluigi Redaelli

 

Io non ti ho incontrato
uomo diverso
ma ti conosco per le parole
e le immagini che parlano di te
e conosco il tuo sorriso
così luminoso ed esplosivo
come il ritmo che ti muove…

Non ho visto i tuoi occhi
ma li posso indovinare leggendo le poesie
colme del tuo sguardo penetrante
acceso di rabbia e dignità…

Io non ho udito la tua voce
ma la sento cantare
nei blues e negli spirituals
che mi si sciolgono nelle vene…

Io non ho stretto le tue mani
ma ne avverto la forza pulita
che ti guida nell’antica lotta
contro razzismi d’ogni risma
celati dietro tristi dogmi
e puerili pretesti etnici…

No, non sei così lontano e diverso
uomo del profondo Sud
se le voci lievi e aspre dei tuoi profeti
– Martin Angela Nelson –
si fondono in un messaggio di lotta e pace
che arriva fin qui nel mio Sud.

Notte all’Alhambra

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» – 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE RACCONTO

di Andrea Mauri

L’appuntamento con Estéban era alla Carrera del Darro, la strada che costeggiava il piccolo fiume di Granada. Marcos lo considerava un luogo romantico. Nel punto in cui il fiume accelerava la discesa e la corrente si infrangeva sulle rive pietrose, si ergeva uno sperone di roccia ricoperto di verde e sulla cima, nel punto più alto, il grande palazzo dell’Alhambra. Se si sedeva ai tavolini del caffè lungo la Carrera, si poteva ascoltare lo scorrere dell’acqua e lo scricchiolio della ghiaia sotto le scarpe di clienti e camerieri. Marcos non aveva dubbi. Quel posto avrebbe stupito il ragazzo dagli occhi verdi, che la sera prima quasi lo investì in bicicletta sulla Gran Vìa. Dopo il consueto scambio di scuse e cortesie, l’invitò a rivedersi per riscattare il danno. Nell’attesa Marcos si era seduto vicino al muretto che cingeva la riva, dove il fiume ritmava il calare del sole con il suo scorrere scomposto. L’Alhambra era già illuminata di arancione, lassù, e sembrava sostituire la luna. Gli faceva compagnia un bicchiere di tinto de verano, il vino rosato che di solito non apprezzava, ma che con parecchio ghiaccio nella notti afose dell’Andalusia diventava una panacea. Qualche raro motorino interrompeva il concerto d’acqua, che riprendeva subito dopo insieme alle voci esagerate dei ragazzini che si divertivano a scivolare sui lastroni di pietra liscia della strada, come provetti surfisti. Marcos guardava all’inizio della salita per anticipare l’arrivo di Estéban e prepararsi a essere più spigliato. Si concentrava sul vino rosato e puntava lo sguardo in alto, verso l’Alhambra, per accertarsi che fosse ancora lì. Quella sera la fortezza gli era necessaria e guai se fosse sparita sotto l’incantesimo di qualche sultano invidioso. Tra i ragazzi che scivolavano a valle, non c’era ancora traccia di Estéban. Scendevano alcuni gitani che chiacchieravano ad alta voce e procedendo verso la Plaza Nueva, accennavano note di flamenco. All’improvviso, con l’agilità di chi va in bicicletta da quando era piccolo, Estéban spuntò da dietro quel gruppo chiassoso e si fermò all’altezza dei tavolini a cercare Marcos.

Il gesto timido di alzare la mano, accompagnato da un sorriso che non riusciva a controllare, intercettò gli occhi verdi del ragazzo e lo chiamò con garbo, facendo scivolare la B di Estéban in una V, come soffiata in un bacio che non ebbe il coraggio di dargli.
“Questo è il posto che preferisco di Granada. Non sembra di stare in città. Che te ne pare?”. Marcos si sedette al tavolino prima di rispondere.
“Vista da qui la fortezza fa paura. Toglie il fiato”.
“La conosci bene? Voglio dire: l’hai visitata a fondo?”.
“L’ho vista come la vede chi è nato in questa città”.
“Allora devi sapere che ogni angolo dell’Alhambra custodisce un segreto. Un mistero che solo pochi eletti hanno il privilegio di svelare. Io ci torno spesso e mi ostino a scovarne le tracce ”.
Estéban fissava Marcos con curiosità: era una conversazione strana per un primo appuntamento. Il cameriere gli portò da bere. Con il bicchiere all’altezza degli occhi si divertì a guardare Marcos attraverso le goccioline rosate del tinto de verano, che distorcevano l’immagine di un ragazzo anomalo, fuori dal coro.
“Sbrigati a finire. Voglio mostrarti qualcosa. E’ tardi al punto giusto”.
Estéban non oppose resistenza. Trangugiò il vino fresco dell’Andalusia e si lasciò trasportare nella dimensione magica che li avrebbe accompagnati nella notte granadina.

I due ragazzi si inerpicarono sulla Cuesta de Gomérez, che saliva in cima allo sperone di roccia. Marcos portava Estéban sull’Alhambra con uno scopo preciso: spiegargli il linguaggio dell’acqua. Per stupirlo ancora. Come nessuno era in grado di fare.
“Hai mai sentito l’acqua parlare?”, domandò Marcos durante una piccola pausa per riprendere fiato.
“Nessuno di quelli che visitano il palazzo se ne accorge. Se presti attenzione e fai silenzio, l’acqua delle mille fontane che si trovano all’interno, parlano un linguaggio preciso. Ci devi venire e tornare; venire e tornare più volte. Ci vuole tempo. Il linguaggio dell’acqua non si svela alla prima occasione”.
Arrivati all’ingresso della fortezza, seguendo il perimetro delle mura ancora un po’ in salita, si imbatterono in una porticina di legno marcio, nascosta dai rampicanti e chiusa da un lucchetto. Ma a poche centinaia di metri più avanti il muro di cinta era crollato leggermente, al punto di poterlo scavalcare senza inciampi. La sorveglianza non era mai stato il fiore all’occhiello del palazzo reale e arrivare al patio senza essere visti era un gioco da ragazzi. Estéban, poco agile, aveva già il fiatone a saltare il muro e a cadere dall’altra parte senza eleganza. Si rialzò in fretta ansimando e tirando Marcos per la camicia, chiedendogli protezione in quella notte senza luna.
“Sapevo di trovare una falla prima o poi. Non ti immagini per quanto tempo l’ho cercata per portare avanti i miei esperimenti sull’acqua”, disse Marcos trascinandosi dietro Estéban. “Hai paura?”, gli chiese.
“C’è troppa storia qua dentro. Se ci dovesse sfuggire di mano la situazione, se le cose dovessero andare storte, che fine faremo?”.
Marcos accarezzò le dita di Estéban, per riscaldarle dal freddo innaturale della mano.
“Dai, andiamo. E’ tutto sotto controllo. Per stanotte avremo l’Alhambra a nostra disposizione”.

Dopo aver attraversato una parte del giardino del Generalife, il palazzo si stagliava come ombra imponente tra le luci soffuse dei quartieri della città in basso. L’ingresso era un labirinto, con il percorso che faceva parecchi giri a gomito prima di arrivare ai grandi spazi decorati delle sale e dei cortili. Un primo patio da attraversare con vasca di acqua che scendeva placida lungo i canali di alimentazione. Un altro patio con piccola fontana al centro e tutt’intorno stanze dei sultani per ammirare l’acqua. E finalmente il patio dei leoni che Marcos cercava. Si sedettero su uno scalino di marmo, nascosti all’esterno e con lo sguardo fisso alla fontana. Nessuno dei due parlava, nel rispetto del silenzio. Nessuno doveva parlare. Marcos si era raccomandato. Bisognava ascoltare. Ascoltare e basta. Come insegnavano gli arabi. I due ragazzi si erano stretti l’uno accanto all’altro, talmente vicini da non far passare aria tra i loro corpi. Così facendo, spiegava Marcos, si sarebbe limitato il formarsi di rumori artificiali, che altrimenti avrebbero coperto i suoni della natura. Dapprima li raggiunse un fruscio proveniente dai vicini giardini, nella parte alta della residenza del sultano. E insieme alla corrente d’aria arrivò il profumo delle rose. Marcos invitò Estéban a girare la testa in tutte le direzioni per assaporare ogni sfumatura di quel profumo e a osservare il marmo delle sale, scolpito come una grotta e ricolmo di artificiali stalattiti e stalagmiti che in alcuni angoli conservavano ancora il colore della pittura ai tempi del sultano. Poi una calma inconsueta. Seduti davanti alla fontana, ormai abbracciati e silenziosi, ascoltavano il fruscio, che anticipava la serenità andalusa dell’acqua che parlava d’amore. Era necessario il silenzio, lo consigliavano gli arabi ed era pure scritto nei “Racconti dell’Alhambra”, che Marcos promise di leggere a Estéban la prossima volta che sarebbero saliti al palazzo reale. Nel silenzio notturno – raccontavano le novelle che Marcos conosceva a memoria – era possibile ascoltare il suono della fontana dei leoni e di tutte le altre sorgenti dell’Alhambra all’unisono. Era l’acqua, la regina della notte. Era l’uscita irregolare di fiotti e agglomerati di gocce che parlava a chi sapeva interpretarla.

Marcos voleva insegnare a Estéban il linguaggio dell’acqua. Voleva trasmettergli quello che aveva imparato. Si allenava ormai da parecchie notti. Saliva sulla rocca ed entrava dalla stessa crepa del muro. Da solo. L’unica compagnia che ammetteva era l’inseparabile copia dei “Racconti dell’Alhambra”. Ogni sera leggeva una storia diversa, cambiando fontane a seconda del racconto. Era convinto che le leggende sul palazzo e sui corsi d’acqua, gli avrebbero attribuito poteri speciali per svelare segreti di cui nessuno era mai venuto a conoscenza. Solo che non era sicuro di essere sempre lucido. A volte pensava di essere vittima di sogni persistenti, così audaci da sfidare la realtà. Ma quella sera Estéban era al suo fianco. Il ragazzo dagli occhi verdi, sbucato in bicicletta da un incrocio pericoloso, era lì con lui, a vegliare su di lui, a verificare che tutto quello che stavano vivendo era realtà. Come d’incanto dal quartiere arabo dell’Albaicìn sull’altro lato del colle, partì una chitarra che intonava il concerto di Aranjuez. Doveva essere qualcuno che abitava in una delle cuevas, di quelle che non dormono mai, dove si fa musica di giorno e di notte. E fu il prodigio. L’acqua sembrò impreziosita dalla musica e si mise a cadere più forte dai rivoli e dalle cascate della fontana, al punto di sembrare il ruggito di un leone. Nel suono roco del felino si nascondeva il messaggio. La potenza di quel getto suggeriva ai ragazzi di amarsi, di cominciare ad amarsi proprio quella sera, benedetta dal silenzio perfetto, che nemmeno i sultani che abitarono il palazzo riuscirono mai a sentire.

C’era una sola cosa da fare. Marcos trascinò Estèban verso la Torre dei Sette Pavimenti. La conosceva bene. Era lì che si svolgeva buona parte delle avventure del libro che Marcos leggeva davanti al panorama dell’Albaicìn. In cima alla torre, sulla terrazza, si sentivano i padroni della città. La collina di fronte al palazzo, punteggiata di case bianche e giardini rigogliosi, in quella notte speciale si era rivestita di un colore tenue, dorato. Una patina leggermente brumosa, portata dalla Sierra Nevada, la signora montagna che dominava Granada e che decideva le sorti della città. L’aria opaca si coagulava al ritmo del concerto di Aranjuez, come se il suono della chitarra avesse risvegliato le correnti dalla montagna.
“L’acqua può parlare solo qui, dove c’è magia”, disse Marcos. “E’ la sua forza a generare la musica. E se fai attenzione puoi incontrare pure qualche sultano, che passeggia per i vicoli più stretti. Il segreto sta nel fermare il tempo e questo istante è solo nostro”.

La Carrera del Darro era laggiù, ai loro piedi. A quell’ora tarda persino i granadini nottambuli più incalliti avevano abbandonato il girovagare da un locale all’altro. I due ragazzi immaginavano davvero di essere tornati ai tempi del califfato e Marcos con la sua aura sognante che lo contraddistingueva, sperava di incrociare il fantasma di Whashington Irving, lo scrittore, per congratularsi con lui delle avventure mirabolanti alla corte dell’Alhambra. Il silenzio profondo aveva spento il fruscio che scendeva dai giardini del Generalife e il profumo di rose. Il fiume a valle era intento a ingaggiare una lotta personale con la bruma. Si spostava in verticale, faceva di tutto per evaporare insieme alla cortina umida dell’aria, confondersi con essa e impregnare di odori case, muri, selciato. L’acqua del palazzo dei califfi continuava a suonare con il fiume e la foschia. Prometteva amore alle anime di Marcos ed Estéban, che fluttuavano in quella placenta primordiale.
“È la prima volta che vedo l’Alhambra di notte”, disse Estéban strizzando gli occhi verdi, un po’ più offuscati di prima, notò Marcos, forse per colpa della foschia più spessa che scendeva dalla montagna.

Un borbottio deciso delle acque del palazzo riportò i due ragazzi alla realtà. Si era alzato un vento improvviso e quella che era bruma, adesso erano gocce di umidità più spessa che scendevano a ondate dalla Sierra Nevada. La nebbia piombava a valle, si depositava sulle rive del Darro, faceva il pieno d’acqua e risaliva in quota, più spessa, più lugubre. Nel giro di mezz’ora la luce arancione dei lampioni dell’Albaicìn scomparve dietro la coltre delle nuvole. Resisteva un tenue bagliore, un alone leggero leggero, di un colore indefinibile e dai contorni sfilacciati dal vento. La montagna non perdona. Granada lo sapeva bene. Marcos pure. Sapeva come il vento prendeva forza rapidamente e altrettanto velocemente sarebbe arrivata la pioggia. L’Alhambra era sospesa nel vuoto. Attaccata allo sperone di roccia, come radice secolare, era circondata da nuvole impazzite, che cambiavano di direzione, andavano verso l’alto, poi verso il basso, si incrociavano e si scontravano. Un turbinio d’atmosfera in cui il palazzo restava spavaldo, orgoglioso di assistere allo spettacolo, fiero della sua secolarità inattaccabile. Marcos non aveva la stessa sicurezza. Era in preda all’inquietudine. La teneva nascosta per non agitare Estéban, che era tornato ad avere le mani fredde. Lo teneva abbracciato affinché il corpo smettesse di tremare. Bisognava fare in fretta, scendere dalla torre e tornare indietro prima che piogge torrenziali cadessero sulla città. I segnali della Sierra Nevada erano precisi. Estéban era in stato di trance.
“Muoviti. Torniamo al palazzo”. Le prime gocce avevano reso la notte ancora più scura.
“Ho paura della pioggia. La pioggia fa fare brutti incontri”.
“Estéban, che ti prende? Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Prima rientriamo nel palazzo e prima staremo al sicuro”.
Un fulmine dall’alto della valle scese dritto sulle case della Carrera del Darro per poi strisciare tra le strade come serpe luminosa. E poi il tuono che attraversò le stanze e le torri della fortezza, le scosse in un terremoto di energie e di rovesci d’acqua senza precedenti.
“Non posso seguirti, non posso. Voglio rimanere qua. Laggiù ci aspetta il male”.
“Estéban, calmati. Ci siamo solo noi qua dentro. Dobbiamo fare in fretta. La montagna non perdona”.
“Non posso venire con te. Se mi scopre, Angel mi darà filo da torcere. Non deve sapere che sono qui”.
“Angel? Chi è Angel?”, gridò Marcos senza contegno per scuotere Estéban. Il terrore che lo attanagliava
stava diventando pericoloso. Era diventato tutt’uno con la pioggia violenta.
“Non sai Angel quanto può fare del male. Se mi trova nel parco, ci proverà di nuovo”. Estéban ripeteva come un automa frasi che non ascoltava. “Quell’uomo è malvagio. Si approfitta di notti come queste per rubarti l’amore. Non dovevo rimanere da solo nel parco. Dovevo scappare. Mi ha privato del desiderio con la violenza. Io non ho reagito e l’ho lasciato fare”.
L’acqua scendeva dalla montagna e il rumore confondeva le parole. La notte iniziata ai piedi dell’Alhambra aveva perso di trasparenza. Il desiderio era invischiato in tentacoli di violenza, che rendevano introvabili le parole d’amore del palazzo reale. Al loro posto regnava ormai un esperanto fuori controllo. Nella fortezza piombò il silenzio cattivo e la pioggia formò una cortina spessa di nebbia. Era talmente intensa l’acqua, che il suono delle cascate celesti si confondeva con i rumori del mondo, spariti all’udito umano. Il bagliore dei lampioni accesi lungo la strada acciottolata che saliva sulla collina, tremava sotto i colpi della pioggia ed era come se il cammino fosse piombato nel nero del cosmo. Marcos tentò di trascinare Estéban verso il riparo più vicino. Senza riuscirci. Da lì, in mezzo al sentiero ghiaioso trasformatosi in ruscello, non voleva muoversi. “Non è questa l’acqua che gli arabi ascoltavano. Pure tu sei come Angel. Mi hai teso una trappola”.
Le parole d’amore si erano ormai disciolte nel torrente di fango e terra che attraversava lo sperone dell’Alhambra per poi scendere verso il Darro, diventato anch’esso minaccioso, come non si ricordava da decenni. Marcos capì che quelle parole non potevano più essere ricomposte. La passione di poche ore si era diluita nel temporale, dispersa tra i mille rivoli che andavano a ingrossare il fiume. E capì anche che Estéban non lo avrebbe seguito verso la salvezza.

La notizia della scomparsa di un ragazzo sull’Alhambra era sulla bocca di tutti in città. Persino i giornali le dedicarono pagine intere. Marcos viveva defilato dai ritmi della città. Chiuso in casa. Se qualcuno l’avesse riconosciuto al caffè ai piedi dell’Alhambra, sarebbe saltato a conclusioni sbagliate. Usciva solo a notte fonda, come un vampiro, quando nello slargo in cui la Carrera del Darro lascia spazio al caffè, non c’erano più tavolini e nemmeno ragazzi e gitani che scendevano dal monte. Tutto deserto, tutto assopito. Ci tornava ogni notte a controllare se il fiume avesse riportato a valle Estéban. Ma del corpo nessuna traccia e allora Marcos voleva credere che si fosse salvato, che in qualche modo fosse riuscito a scappare dal suo delirio. E anche lui era salvo, perché Estéban non era morto. Fino a prova contraria.

Diversi & Uguali

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI • 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE POESIA

di Martina Novarese

Nel mondo le persone son diverse
ma non ne esistono di perse,
gli esempi sono molti
e altrettanti sono i volti.

C’è chi ha la pelle scura,
c’è chi ha la vita più dura,
c’è chi è ricco e chi è povero,
c’è chi soffre per un rimprovero.

Alcuni non riescono a camminare,
ma di sicuro altro sanno fare;
alcuni scappano dalla guerra
per rifugiarsi in un’altra terra.

Esiste la pelle di diverso colore,
ma abbiamo tutti lo stesso valore.
Bianco, nero o giallo, ognuno è bello
quindi devi trattarlo come un fratello.

Quando incontri una persona bisognosa,
cerca di offrirgli qualcosa,
ti accorgerai quant’è bello donare
e lo continuerai a fare.

Quando guardi qualcuno sulla sedia a rotelle
o chi cammina con le stampelle
non pensare solo alla sua malattia
che potrebbe essere tua o mia.

Guardalo attentamente negli occhi,
e supererai tutti quei blocchi.
Abbatti i muri e apri le porte,
potresti cambiare la loro sorte.

Ognuno ha la sua cultura,
devi prendertene cura,
potresti impararla anche tu
per saperne di più.

Islam, Buddismo, Induismo
anche qui deve regnare l’ “ugualismo”
Pensiamo alla vita che è bella
e non alla guerra, non è giusta quella.

Togli via dal mondo ogni problema
tu che stai leggendo questo poema.
Amicizia, fratellanza e amore
ti devono riempire il cuore.

Ricordi

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» – 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE RACCONTO

di Roberta Rossi

Non so che giorno fosse, non so la data, non so il mese e l’anno e forse non lo saprò mai. Però so che questo è il primo ricordo, un po’ sfocato della mia vita. Ero seduto su una vecchia sedia a dondolo, andava avanti e indietro con movimenti lenti come la culla di un bambino, i miei pantaloni probabilmente erano blu a quadri e indossavo un vecchio pullover grigio chiaro e le pantofole erano verdi cucite con un sottile filo giallo. Una tuta calda e comoda, è l’unico ricordo che ho di com’ero. Nell’aria aleggiava la gioia, l’amore e l’attesa, ma soprattutto l’attesa. Una donna anziana, con un paio di calze a rete sottili di color beige e lembi di tessuto grigio e nero che si intravedevano da sotto il grembiule sbiadito e consumato dal continuo strofinarsi delle mani, andava avanti e indietro nel piccolo alloggio per controllare che ogni cosa fosse a posto, tutto ciò che per me parlava del suo volto era il suo sorriso: splendente che emanava sicurezza. Un leggero “drin” del campanello ruppe il silenzio. La donna si tolse il grembiule e una volta vicino alla porta disse con voce dolce : “chi è ?” , arrivò subito la risposta dall’altro capo : “siamo noi…” dissero anche dei nomi ma ora non li ho in mente. La voce della donna riprese: “vi stiamo aspettando, quarto piano appartamento a destra”. La casa era vecchia e non vi era spazio per l’ascensore. La famiglia salì a piedi, arrivò affaticata e con il fiatone ma felice. Si accomodarono dentro. Nella mia mente però c’era una sola domanda e c’è ancora: “chi erano?”. La donna venne da me, mi diede un bacio sulla guancia e disse una sola parola, la più bella di tutte e io non ricordavo di averla mai sentita pronunciare: “papà”.

Dalle scale proveniva una voce squillante e gioiosa piena di vita, certamente, di un bambino che chiamava la sua mamma. Quando entrò si tolse il cappellino di lana e il cappottino. Corse da me e abbracciandomi pronunciò parole: “ciaooo nonno!.” Piccole manine stringevano le mie braccia. Improvvisamente una goccia d’acqua corse sul mio viso e scivolò giù sino al maglione. Aveva, una palla che calciava di qua e di là, arrivava anche ai miei piedi, ma non ero in grado di dire alle mie gambe di muoversi. Perché? Il giorno seguente di nuovo un inizio e pochi ricordi, solo tante domande. In piedi dal letto e seduto al tavolo a mangiare, in piedi fino alla sedia e seduto, in piedi, in cucina e a mangiare, in piedi e seduto e poi un suono: “drinn”. Forse l’unica cosa che aspettavo davvero. Entrò un signore non tanto alto che disse qualche parola, ormai da me dimenticata, alla donna nella casa e lei dopo le parole era felice, ma non ne conosco il motivo o forse sì, ma, accidenti non ricordo. Si sedette sul divano un piccolo bimbo. Mi ricordava qualcosa, ma chi sa cos’era di preciso? Aveva uno zainetto. Salutò il papà e si sedette al tavolo nella stanza e tirò fuori dei libri e iniziò a trascinarvi dolcemente la grafite della matita sopra. Creava strani intrecci. Parole? Ma quali? Passarono attimi e ad un tratto si voltò verso di me, e mi chiese: “Nonno tu sai se le nuvole possono essere colorate di rosa?” Non riuscivo ad aprire bocca era come se fosse cucita. Entrò la donna e rivolse la parola al bimbo che rispose con un grazie. Perché aveva risposto lei? La domanda era rivolta a me? Perché il mio cervello non diceva alla mia bocca di aprirsi? Perché non avevo parlato? Il bambino ripose i libri dentro la borsa e prese la sua palla, andò in terrazza. Tirava calci fortissimi. Era bravo. Sentivo dentro di me il forte desiderio di uscire, di andare con lui, ma non ero in grado di alzarmi, ci provai comunque. Volevo riuscirci. Afferrai uno dei bracci della sedia e spinsi forte le mie braccia per poterle distendere e ci riuscii.

Tesi le gambe e… Ricordo solo un rumore grave e profondo poi un freddo nel petto, fu allora che riaprii gli occhi. L’oggetto freddo era lo stetoscopio del medico. Ero a letto e il bimbo non c’era più; coricato e con una ruvida fascia sul capo pensavo, ma cosa potevo pensare io non ricordavo e fu lì che capii: “io non ricordavo”. Non volevo perdere la mia vita. Mi allungai afferrai un foglio sul comodino e disegnai due omini uno piccolo e uno grande vicini. Poi riposi la carta dove l’avevo trovata e mi addormentai. Il giorno seguente una nuova giornata. Trovai il disegno ma non sapevo cosa fosse, quando la donna lo prese per buttarlo nella spazzatura cercai di farle capire che non volevo lo facesse e dalla mia bocca uscì dopo tanto tempo una parola: “noo!”. Essa mi guardò, mi prese tra le braccia e mi baciò sulla guancia. Quella volta a portare il piccolino fu la sua mamma che chiese alla donna che mi aveva baciato se il bambino potesse stare da noi mentre lei e suo marito erano in ufficio. Improvvisamente le mie labbra si tesero sino alle orecchie andando a formare una linea curva. Da quel momento in poi passarono forse diversi giorni e non cambiò assolutamente niente. Ogni miglioramento era stato dimenticato ed era svanito nel nulla. Avevo sempre il disegno fra le mani nel tentativo di ricordare, ma niente, come fare un buco nell’acqua, non sarei mai più riuscito ad arrivare nello scompartimento più profondo, dove la mia mente lo aveva posto, per recuperarlo. Ogni giorno veniva il bimbo, mi diceva parole tante parole e ne leggeva a voce alta altrettante. Erano di tutti i colori, piene di sentimenti, azioni, ma ora non c’erano più erano volate via insieme a ogni altra cosa che avveniva nella mia esistenza.

Forse era un altro segno o un semplice fatto. Arrivò quel giorno, ero seduto in terrazza. Il vento primaverile si faceva sentire, trasportava ciuffi di polline, cinguettii degli uccelli, le primule e i tulipani nascevano nei vasi appesi alla ringhiera e un continuo tum, tum riecheggiava nello spazio. Un bambino più grande forse di un anno o due o chissà quanti, calciava un pallone. Ogni angolo veniva colpito da una pallonata, ma solo una volta si fermò vicino al mio piede. Il bambino mi guardava e diceva “Tira, tira la palla, nonno!” sentii il mio muscolo tendersi piano piano, la mia scarpa, il mio piede e la mia calza ruotarono insieme completamente coordinati. Il pallone volò in alto, sparì e tornò velocemente giù fino a cadere con un sordo rumore sul pavimento. Passi veloci venivano verso di me, era la signora bionda del bacio e del grembiule consumato e dal sorriso splendente. “Edoardo, cosa avevamo detto… niente tiri lunghi, alti o forti!” il bambino rispose: “Nonna non sono stato io a tirare!” la donna disse: “Chi è stato allora? Forse le piante?”. “Ma no nonna è stato il nonno!” a quel punto il suo volto cambiò espressione, prese il bambino stringendogli le braccia e disse “Edo, è stato davvero il nonno?”. “Certo nonna”. A quel punto venne verso di me, mi abbracciò forte e mi aiutò a rientrare in casa. La stessa notte mi sentii male e mi portarono in ospedale con l’ambulanza. La mattina presto c’erano tante persone attorno al mio letto. Tra queste ne riconobbi solo una, la più piccola, era Edoardo. Poco dopo rimasi solo con lui, si scusò dicendo che se non avesse insistito che io tirassi la palla ora non sarei lì , io mi feci forza e dissi “ Non è colpa tua, anzi tu sei stato l’unico ad aiutarmi e ora ricordo anche il disegno, eravamo io e te; la voce si fece più bassa e affaticata. Il bambino parlò: “Ti voglio bene nonno!”, di nuovo silenzio e poi la voce ricominciò “Sei stato bravo hai ricordato”, ecco cos’era quella linea curva: il sorriso che apparve sul suo viso.

Le gocce d’acqua cadevano un‘altra volta dal mio viso e dal suo. Dissi: “sai ora mi sento meglio” e… un suono continuo e lungo azzerò i risultati segnati sulle macchine collegate a me e i miei occhi si chiusero. Un abbraccio forte, di un bambino, fu l’ultima cosa che percepii. I medici non erano stai in grado di capire cosa provocò la mia morte. Io sapevo solo una cosa che ora stavo meglio, ma non stavano meglio le persone che avevo lasciato. Questa volta erano loro a domandarsi ”perché?”. Io non ero più lì fisicamente, ma sarei sempre rimasto nei loro cuori. Il mio ultimo pensiero fu solo per Edoardo.

“Grazie di non avermi mai chiesto di ricordare, grazie che mi hai lasciato riposare, grazie che sei rimasto con me, grazie che mi hai abbracciato, grazie che mi hai tenuto la mano, grazie che ogni giorno mi hai fatto sentire il rumore della tua palla e delle tue parole e delle tue mani calde. Non sono riuscito a spiegarti perché ero così, ma una cosa sono stato in grado di farti capire: pur essendo uguali nell’essere persone, esseri umani, nei sorrisi, nelle gioie, saremo sempre diversi…”.

Fiori

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE POESIA

di Ramona Arhire

Nel corso della vita, non solo rose e fiori
andare avanti e proseguire lungo i tanti sentieri
tortuosi, difficili, pericolosi, intricati di piante carnivore e velenose.
Se nel cammino nostro abbiamo faticato,
e non ci è piaciuto ciò che abbiamo visto,
scegliamo di piantare i nostri propri semi,
sul nostro sentiero e su quello degli altri,
facendo sì che tutti, vedendo i bei fiori,
diventino sereni, dando loro amore,
scordando la fatica che si è fatta prima,
curando le ferite e i morsi delle altre.
Troviamo poi i prati, ci fermeremo li
mettendo su casa, pensando di creare
il nostro spazio verde, il nostro giardino.
Farai il giardiniere, seminerai i fiori,
lavorando ogni giorno, con cura e amore.
Ne cresceranno altri, così solo per caso,
e sceglierai da solo se curarli o tagliarli,
lasciando spazio per quelli che pensi speciali.
Girando nei dintorni, su altri sentieri,
incontrerai dei fiori davvero speciali,
vorrai portarli a casa, magari proverai,
non dare per scontato che ci riuscirai,
avere nel giardino un fiore che vivrà,
perché ci sono posti che lui non amerà.
E se tu ami il fiore, non lo farai morire
lo sposterai di nuovo, nel posto migliore,
sentendo da lontano il suo buon profumo.
Guardare il suo splendore, i suoi bei colori,
ti renderà felice, contento e sereno.
Ne trovi un altro, splendente e profumato
e solo a guardarlo, ti senti sopraffatto
di meraviglia.
Ti avvicini per accarezzarlo,
ti tremano le mani, potresti fargli male.
E senti il suo profumo, cominci a sognare,
vorresti tanto averlo, ma non ne hai il coraggio.
Ci penserai un po’, comincia a mancarti,
ritorni a trovarlo, lo guardi e non ti stanchi
e ci ritorni sempre, perché ti fa felice:
è lui il fiore raro che tu stavi cercando.
Gli dai una carezza, ti torna il coraggio
di regalare ancora amore ad altri fiori.
Ti senti insicuro, non sai se sei adatto
oppure se gli basta quello che tu gli puoi offrire.
Tutti noi siamo i fiori degli altri,
vivi nei giardini di chi ci vuol curare.
Alcuni sono bravi, altri un po’ banali.
È solo nostra la scelta di appassire o meno
nell’angolo più buio di un qualsiasi giardino.
A chi si prende cura, con tanto tanto amore,
facciamogli vedere i nostri bei colori.
Noi esseri umani siamo tutti fiori,
fragili o forti
e anche tutti giardinieri.
Nell’animo umano esiste un grande seme:
è quello dell’amore, di volerci bene.
Diversi siamo tutti, per quello il mondo è bello.
Diversità e cuore è quello che ci serve,
diversità nel libero pensiero.
L’amore non si compra, l’amore non si vende
è solo un’emozione che senti il tuo cuore,
e senza quella tu non sarai giardiniere
né tanto meno ancora sarai il suo fiore.
Il mondo è solo uno, i fiori son miliardi
curarli è un dovere di tutti i giardinieri.

Aria Nuova

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE RACCONTI

di Sonia Etere

Mi alzo, apro la finestra, la luce più forte e chiara entra liberamente, ed insieme ad essa un’aria pungente, quell’aria che nasce dalla neve appena caduta, aria di nuovo, aria di pulito. C’è silenzio nella stanza, in quel momento quel silenzio non incute timore, ma sa essere purificatore, come una pioggia silenziosa che pulisce dal fango. Quel silenzio in cui in pochi momenti assapori la linea sottile tra il passato e il presente, tra la rabbia e la serenità, tra la voglia di andare e la voglia di restare, tra ciò che pensavi di fare e ciò che da ora farai. Aria nuova, aria di cambiamento. Aria diversa rispetto alla prima sensazione, al primo scatto decisionale, aria diversa e in qualche modo uguale, in certe, significative sfumature, uguale. C’è un sentiero, nelle menti, in cui s’incontrato le diversità e le uguaglianze e in quel punto preciso si fondono, si mescolano, senza avere un colore definito e certo, non c’è confine sicuro, né barriera… c’è il momento. C’è l’Essere che prova e sperimenta quello che sente e lo eguaglia a ciò che l’altro sente diverso ed uguale. Uguale e diverso, si sciolgono in una unicità Universale e profonda. Non ci sono parole a volte, ci sono gesti che uniscono. Gesti, perché le parole a volte formano diversità, i gesti no, evitano la diversità superficiale, incurante del vero, ballerina incerta tra assi sgangherate di un teatro finto. Ed è quel teatro finto che abbiamo nella testa che fa credere che ciò che pensiamo sia l’assoluta verità. Ed è un po’ come essere malati. Malati di una malattia che non conosce le possibilità di altri diversi ed uguali da noi. Diversi eppure uguali. È questa che porta alla diversità errata e pagliaccia di chi pensa di essere portatore di una sola verità assoluta: la sua. E tutto il resto è diverso, non giusto, non giustificabile, non comprensibile, nullo, inesistente, senza valore.

Penso queste cose con la leggerezza di un percorso fatto in cui la curva più pericolosa l’hai passata, davanti a me sono seduti Cecilia e Riccardo, una coppia venuta da me per essere aiutata a separarsi, stanca di litigi, incomprensioni, rancori e fatiche incomprensibili per entrambi. Senza fondamento per altri. L’uno contro l’altra, diversi e con il passare degli anni sempre più diversi e incompatibili. Quasi non si guardano a volte le diversità fanno paura, spesso sono le stesse diversità che senti in te. Diversità e uguaglianze solo non te lo dici. Una coppia con la stessa rabbia, con lo stesso rancore, con gli stessi silenzi rassegnati, con lo stesso dolore. Ognuno con la certezza che la sua verità sia quella giusta, unica, insindacabile e assoluta. Un uomo e una donna ritenuti atavicamente diversi, ed a guardarli con un occhio apparente sono diversi nell’aspetto esteriore, nel modo di reagire apparentemente diversi.

Siamo troppo diversi, non possiamo stare insieme, siamo troppo stanchi, non ci capiamo, siamo stanchi“. Parole espresse in modo uguale quasi in contemporanea. La rabbia li rendeva uguali, la rassegnazione li rendeva uguali, la voglia di andare via li rendeva uguali. Eppure… c’era qualcosa in loro mentre si raccontavano l’essere coppia, qualcosa che sarebbe sfuggito ad un occhio meno attento a quella linea sottile che unisce uguaglianze e diversità: La voglia di entrambi di trovare quella scia di aria nuova che porta al bivio delle possibilità nuove.  Cecilia aveva un dolore vecchio con sé: il dolore di un tradimento da parte di Riccardo, un tradimento che risaliva a sette anni prima. Sette anni. Quel sette aveva la forza di cento. Di cento anni di dolore, di sfiducia, di paura, di rabbia, di un silenzio che macinava ogni possibile parola di chiarimento o di domanda. Quel genere di silenzio allontana le uguaglianze come un treno troppo veloce che rende tutto troppo piccolo per essere visto o preso in considerazione. Cecilia piangeva, e raccontava il suo dolore, la sua frustrazione, il suo sgomento, gli occhi fatti grandi a cercare aria, che bruciavano di lacrime che erano state fermate e chiuse per troppo, troppo tempo. Piangeva la sua voglia di vicinanza affettuosa, di amore, di cure benevole, di comprensione, di sorrisi, di parole serene e vere. Riccardo guardava Cecilia stupito come se si trovasse su un pensiero sconosciuto. Ed era così: un terreno sconosciuto per essere stato per troppo tempo nella palude della verità assoluta. Cecilia non aveva chiarito il suo dubbio, il suo pensiero sul tradimento, non lo aveva mai dato per un tradimento presunto ma tradimento certo, lancinante e offensivo. Sette anni di silenzi, di ripicche, di scontri e di voglia di andare via in cui Cecilia diceva: “Non ce la faccio più” e Riccardo diceva: “Non ce la faccio più“. Riccardo sconvolto dalla valanga di verità nascoste e sentimenti mai ascoltati, raccontava i suoi incontri con questa donna con cui andava a pranzo nell’ora di pausa dal lavoro per chiacchierare un po’, per cercare una forma di attenzione che non trovava in casa, che avrebbe voluto dalla moglie. Peccato che la sua verità personale e assoluta gli diceva che la moglie non lo amava più e lui soffriva nel suo silenzio solitario. Lo stesso identico silenzio solitario che aveva Cecilia e di cui non parlava. Nessuno dei due ne parlava. Chiusi nelle loro verità assolute che ingabbiano il pensiero delle uguaglianze. Lo stesso dolore, la stessa solitudine, lo stesso silenzio. Riccardo non aveva tradito Cecilia e i suoi occhi erano sinceri, la sua voce era sincera, le sue lacrime erano sincere, cocenti e libere finalmente come quelle di Cecilia. Il suo dolore era lacerante e sincero come il dolore di Cecilia era lacerante e sincero. Uguaglianza. Sopita uguaglianza. Ognuno chiuso nella propria diversità apparente. Anche Riccardo piangeva la sua voglia di vicinanza affettiva, la sua voglia di parole condivise, la stessa voglia di essere amato, la stessa voglia di aria nuova.

Poi, improvviso, dopo un silenzio che cercava parole interiori e preziose, un grido quasi all’unisono: “Non posso immaginare la mia vita senza te“. Le mani si cercano tremanti e commosse, si cercano come se fosse la prima volta. Non più verità personali e assolute, non più diversità che allontanano, ma lo stesso sentimento di amore, di cura, di essere insieme. Toccavano quella linea sottile tra la forza del rancore e la forza dell’amore, in un chiarimento arrivato dopo sette anni di verità diverse. Ora un uomo e una donna diversi e uguali. Non divisi. La diversità non è divisione, ma conoscenza. Insieme un po’ diversi e un po’ uguali. Insieme. Ogni diversità non nasce per dividere, ma per essere ascoltata e arricchire, per migliorare e se si deve passare attraverso tunnel faticosi, va bene, ogni tunnel diventa un tunnel di aria nuova che mescola diversità e uguaglianze e le trasforma in conoscenze nuove, acquisite incancellabili. Sagge.

 

Un messaggio dal cuore

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE POESIA

di Giulia Vigna

A tutte le persone del mondo
conservate questo messaggio nel cuore:
che voi siate di qualsiasi continente,
di qualsiasi paese,
di qualsiasi religione
siate orgogliosi della vostra appartenenza.
Non permettete a nessuno di giudicarvi
perché siete perfetti così come siete e comunque voi siate
sappiate che nessuno è giudice di nessuno.
Non scordatevi mai quello che il mondo ha passato
per avere diritti,
ascolto
ragione.
Ricordatevi le guerre,
le bombe,
la sofferenza
le vittime che ci sono state
non state lì zitti a guardare.
Abbiate coraggio,
differenziatevi
il mondo vi deve ricordare.
Un giorno sui libri di storia vi sarà scritto il vostro nome
e non vi vergognerete di chi siete,
ma gli altri si vergogneranno per come vi hanno trattato.

In conclusione
se siete in situazione di discriminazione
fatevi sentire,
alzate la voce
non state ad ascoltare chi vi giudica con disprezzo
e combattete per il vostro più grande bene:
la vostra libertà.