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marialberti

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Un messaggio dal cuore

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE POESIA

di Giulia Vigna

A tutte le persone del mondo
conservate questo messaggio nel cuore:
che voi siate di qualsiasi continente,
di qualsiasi paese,
di qualsiasi religione
siate orgogliosi della vostra appartenenza.
Non permettete a nessuno di giudicarvi
perché siete perfetti così come siete e comunque voi siate
sappiate che nessuno è giudice di nessuno.
Non scordatevi mai quello che il mondo ha passato
per avere diritti,
ascolto
ragione.
Ricordatevi le guerre,
le bombe,
la sofferenza
le vittime che ci sono state
non state lì zitti a guardare.
Abbiate coraggio,
differenziatevi
il mondo vi deve ricordare.
Un giorno sui libri di storia vi sarà scritto il vostro nome
e non vi vergognerete di chi siete,
ma gli altri si vergogneranno per come vi hanno trattato.

In conclusione
se siete in situazione di discriminazione
fatevi sentire,
alzate la voce
non state ad ascoltare chi vi giudica con disprezzo
e combattete per il vostro più grande bene:
la vostra libertà.

Diversamente uguali

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» – 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE RACCONTO

di Rebecca Moncalieri

Due famiglie uguali, almeno fino a quando non è scoppiata la guerra che da uguali le ha fatte diventare: “diversamente uguali”.

Ma facciamo un passo indietro, quando la guerra non era nei pensieri di nessuno, quando la vita della famiglia di Mohamed, un ragazzo di undici anni, trascorreva serena come quella della famiglia di Paola, una ragazza dodicenne. Quando il “nord” e il “sud” del mondo non esistevano ancora o, per lo meno, non erano così ostili come lo sono oggi. Quando Mohamed, originario di Damasco, amante dei videogiochi e Paola, originaria di Torino, amante della lettura, non erano altro che normali studenti. Tutto ciò almeno fino a quando l’Isis non ha preso il sopravvento costringendo la famiglia di Mohamed ad abbandonare per sempre casa loro.

Avrebbero dovuto oltrepassare il mare, per potersi mettere in salvo, con una barca che non era degna di quel nome. A Mohamed era stato raccontato che sarebbe stato un viaggio qualunque, uno di quei viaggi che si fanno di solito d’estate, ma Mohamed lo aveva capito che lo stavano prendendo in giro, lo aveva capito dalle facce delle altre persone che gli erano attorno, dal modo in cui la madre glielo aveva detto e da come tutti urlavano. Durante l’interminabile traversata Mohamed continuava a ripensare ai finti racconti che gli avevano detto per non farlo preoccupare. Dopo una settimana intera di viaggio, tutte le persone, che avevano attraversato il mare, poterono finalmente rimettere piede a terra, ma una cosa non era chiara al ragazzo, il modo in cui tutti sulla terra ferma lo continuavano a guardare, anche se in realtà lui si sentiva uguale a loro. Aveva il papà che lavorava in un ospedale e la mamma insegnante universitaria, se lui fosse stato al loro posto di sicuro non si sarebbe comportato così. Lo stesso dubbio che girava nella testa di Mohamed lo aveva Paola che era partita da Torino per poter fare una vacanza in Sicilia, nel posto in cui lei aveva sentito parlare di persone chiamate da tutti “immigrati” che nessuno voleva a casa propria. Dopo essere arrivata in hotel, Paola chiese ai suoi genitori di essere portata al molo, o almeno nel posto in cui ogni giorno sbarcavano tantissime persone. Mohamed e la sua famiglia erano, come tutti gli altri uomini, in coda per poter entrare in un centro d’accoglienza, nello stesso momento in cui la famiglia torinese scendeva dalla macchina; la ragazza notò subito Mohamed, l’unico ragazzo in mezzo a quel mucchio di adulti che aveva come unico pensiero quello di entrare, il più presto possibile, nell’edificio. Paola sapeva che per un certo periodo, tutti gli immigrati sarebbero dovuti rimanere chiusi in quella struttura per poi poter uscire e compiere lavori ai quali magari nessuno era abituato a fare. Anche i genitori della ragazza erano contrari al fenomeno della guerra che costringeva tantissime persone a scappare e ad abbandonare per sempre casa loro, i propri sogni, la famiglia, gli amici e il lavoro. Come se non bastasse, appena arrivate in un luogo pacifico, vengono subito respinte da altri Stati. Nel momento in cui i suoi genitori parlavano, Paola riconobbe, in mezzo a quella folla, un signore che non conosceva di persona ma che aveva già visto da qualche parte; la ragazza lo fece notare al padre che riconobbe subito il suo amico conosciuto a un congresso: non lo sapeva ancora, ma quel signore era il papà di Mohamed. Sapendo che per quella famiglia non sarebbe stato semplice riprendere una vita normale, la dodicenne chiese ai propri genitori di poter ospitare quei loro amici, persone che qualcuno considerava “diversamente uguali” da loro o “terroristi” solo perché originari di un Paese arabo. Dopo vari accordi e dopo una snervante attesa, la richiesta di Paola, che nel frattempo era dovuta ritornare a Torino con la madre mentre il papà era rimasto a Lampedusa per poter aiutare il suo amico e la sua famiglia, si avverò.

Era già passato un mese da quando Mohamed e la sua famiglia erano ospiti a casa di Paola ed era arrivato il momento per entrambi i ragazzi di ritornare a scuola. Inizialmente Mohamed non ebbe paura di andarci, in fondo anche a Damasco, c’erano le scuole, luogo in cui lui andava abbastanza volentieri. Tornando a casa da scuola, Paola chiese al suo amico se si era trovato bene nella nuova scuola e se gli era sembrato difficile il passaggio tra la scuola elementare e la scuola media, che lei aveva già affrontato l’anno precedente, ma lui rispose di sì a tutte le domande della sua amica, la quale non riusciva a capire da che cosa fosse turbato. Mohamed dopo lunghe insistenze da parte di Paola, disse che lui non aveva avuto paura quel giorno, anzi, non vedeva l’ora di ritornarci, ma la sua più grande preoccupazione aveva a che fare con la sua provenienza; disse che in classe tutti, compresa la sua professoressa, lo guardavano male e lo insultavano. Nell’ultimo tratto, prima di girare nel vialetto della casa di Paola, lo riassicurò promettendogli che lo avrebbe aiutato per farsi ammettere nella società. Approfittando del fatto che gli ospiti erano andati a dormire, Paola raccontò ai suoi genitori le paure di Mohamed circa la scuola, ma lei non fu l’unica ad avere qualcosa da dire a riguardo della famiglia di Damasco, anche i suoi genitori dissero che mentre portavano in giro per la città i loro amici, tutti li guardavano male. Paola raccontò che Mohamed aveva anche aggiunto che tutti quelli che lo guardavano storcendo la faccia, non sapevano: “quanto fosse durato il viaggio, le paure che aveva provato, i rischi che aveva corso, le prese in giro e i finti racconti che gli erano stati detti per non farlo preoccupare”. Solo Paola e i suoi genitori sembravano capire quanto il viaggio aveva scosso il suo amico. I giorni passavano e ogni volta che si usciva da scuola, Paola notava che Mohamed stava cambiando, rispondeva in modo brusco e non aveva più i suoi modi gentili di sempre; Paola non riusciva più a parlargli perché ogni volta che provava ad avvicinarsi il ragazzo si allontanava sempre più. Ma a Paola questo non piaceva, lei rivoleva indietro il suo amico Mohamed, quell’amico che aveva incontrato a Lampedusa, quell’amico che aveva salvato da quel posto in cui le persone quando parlano, non si guardano nemmeno in faccia. Ma ad un certo punto la ragazza torinese capì che cosa stava succedendo al suo amico di Damasco, stava cercando di comportarsi come si comportavano le persone nei suoi confronti, aveva anche cambiato abbigliamento, quel modo di vestire che usano soltanto i bulli. Paola capì che doveva sbrigarsi se rivoleva indietro il vero Mohamed che ormai non vedeva più da una settimana; chiese aiuto a sua madre, giornalista, con la quale scrisse un articolo sulla storia dei loro ospiti, da quando erano una normale famiglia, come loro, al momento in cui avevano difficoltà ad uscire di casa per paura di poter essere visti da qualcuno che di sicuro li avrebbe umiliati al centro della piazza. Madre e figlia misero tre giorni per concludere quell’articolo, con cui avrebbero fatto capire a tutto il mondo che gli “immigrati” non sono solo persone che scappano dalla Siria, da Damasco o da Aleppo, lo sono anche tutte quelle persone che per qualsiasi motivo partono dal proprio paese in cerca di un qualcosa che possa cambiare la loro vita in meglio. Il numero di persone che stava dalla parte di Paola cresceva sempre più. Ogni giorno, su ogni giornale, la madre di Paola, che era riuscita a convincere il suo capo, pubblicava il suo articolo scritto insieme alla figlia per aiutare i loro amici e tutti coloro che vivono nella condizione di immigrati. Poi un giorno, inspiegabilmente, quando ormai tutti avevano perso le speranze, quel muro altissimo che si era creato tra le persone “normali” e gli “immigrati”, e, purtroppo, anche tra Paola e Mohamed, iniziò ad avere diverse crepe, che ogni giorno aumentavano, perché le persone capivano che nel mondo tutti sono uguali e che non c’è distinzione tra le persone del “nord del mondo” e le persone del “sud del mondo”, fino a crollare, portandosi dietro tutto l’odio che avevano disseminato le persone.

Mohamed capì che aveva fatto soffrire la sua amica Paola, rispondendole in modo brusco e non parlandole più, i genitori, originari di Damasco, riuscirono a farsi accettare nel mondo del lavoro, riuscendo a tornare alla normalità, ma in fondo in fondo, in realtà, tutte le persone che giudicano qualcuno lo fanno soltanto perché hanno paura di essere al posto di quelle povere persone che a volte non riescono neanche a superare quel pezzo di mare.

Chissà quando cadranno tutti questi muri, fino a quel momento dobbiamo cercare di diventare più tolleranti nei confronti delle altre persone e guardare chi ci sta di fronte non come un mostro, anche perché noi, potremmo trovarci al posto, o in situazioni ancora più disagevoli

Perché in fondo: “diversamente e Uguali” sono due parole con significati molto diversi, che messe vicine in una frase non avrebbero molto significato e questo, Paola e Mohamed l’anno vissuto sulla loro pelle.

Diversamente Uguali è un ossimoro che spiega come la differenza tra ognuno degli esseri viventi in quanto unici e irripetibili si riflette nell’uguaglianza che ci accomuna in quanto esseri umani che condividono la terra sulla quale vivono; la diversità è uno dei valori fondamentali del nostro secolo: la diversità è colore, cultura, ricchezza, scambio, crescita, necessità e fa parte della storia di ogni uomo” l’incipit dell’articolo della mamma di Paola, Arianna Vagnarelli, fu scritto grande nel corridoio della scuola.

Mosaici d’umanità

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE POESIA

di Anna Maria Conti

Se modellassi cuori con argilla tra le mani,
sarebbero cuori universali,
all’unisono scandirebbero come un lontano tam tam il loro ritmo di vita,
sempre colmo di speranza, seppur con fatica.
Non avrei timore nel sceglierne il colore,
ogni razza nel mondo ha il colore dell’amore,
li raccoglie tutti come un gran fascio di fiori,
profumati d’emozioni, liberate nel vento con immenso sentimento.
Viaggiano le parole a raccontare storie,
sono tesori da raccogliere e ascoltare,
come quando appoggi una conchiglia all’orecchio,
per il canto del mare.
Realtà, sogni, fantasia è una vera acrobazia,
restare sospesi ad aspettare, che il mondo non possa sprofondare,
sepolto sotto cumuli di pregiudizi, scagliati come frecce infuocate,
su vite disordinate, che cercano di ritrovare quel senso della vita
che non puoi spiegare e giudicare.
Il mondo diviene tuo fratello o tua sorella,
ne percepisci la sofferenza se non t’avvolge l’indifferenza,
puoi allargare i tuoi orizzonti e scoprire un panorama mozzafiato
le meraviglie del creato dono divino
mentre giochi e bleffi con il tuo destino.

Voglio sognare

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE RACCONTO

di Serena Ravaioli

Mi ero perso, avevo smarrito il tempo e lo spazio.
Nessun documento identificativo, abiti puliti e ordinati, capacità di comprensione parzialmente compromessa.
Così recitava il verbale redatto dallo psicologo. Diventai un caso di studio.
Dai fascicoli di polizia non risultava nessuna segnalazione di scomparsa. La mia foto finì su tutti i quotidiani e per un po’ di tempo, non ho idea per quanto, mi sentii anche famoso. Mi sballottavano da un programma televisivo all‘altro, si divertivano ad affibbiarmi le storie e le sindromi più strane ed impensabili… tanti nomi difficili, parole che non riuscivo a ripetere entravano e uscivano dalla mia testa.

“Luci, telecamera 1, inquadra il viso, primo piano sugli occhi…”
Primissimo piano.
“Lacrime, zoom sulle lacrime”
Cambio scena, campo medio.
“Fate entrare lo psichiatra, intervista serrata”
“Telecamera 2, inquadra il poliziotto che lo ha trovato”
Report degli ascolti.
“Dati in ascesa, continuate con le domande, primo piano sulla bocca”

L’assistente di studio, il regista e gli addetti alle riprese si muovevano intorno a me freneticamente, senza sosta, tante voci, luci forti nei miei occhi, confusione.
Avevo paura.
Troppe storie, troppe verità che parlavamo di me, io, chi ero?

“Povero ragazzo ha proprio gli occhi persi nel vuoto, si vede che la testa lo ha abbandonato”
“Sapessi cosa gli hanno trovato nelle tasche…”
”Hai sentito? al momento del ritrovamento, vagava in centro paese chiedendo della chiesa di S. Giorgio, aveva in tasca un mazzetto di fiorellini freschi sgualciti”
“ Fiori?”

Ascoltavo muto il parlottare del pubblico, cercai i fiori nelle mie tasche, pochi petali restarono tra le dita.
Vedevo quel mondo girarmi intorno, io ne facevo parte?
Mi trovarono un freddo pomeriggio e tempo dopo, quando l’aria divenne calda e nessuno aveva reclamato la mia sparizione mi offrirono un posto dove vivere, un centro di salute mentale in cui forse mi sarebbe tornata la memoria.
Non avevo un nome, solo un numero di matricola e di stanza.
Adesso sapevo di essere il -456-  della stanza 2.
Con me altre persone, altri numeri, vestiti in egual modo aspettavamo tutti i giorni la nostra dolce dose  di medicina per guarire.
Mi piaceva chiamarla dolce, perché riusciva a farmi sprofondare nel sonno più profondo. A volte sognavo, sognavo di avere un giardino a cui dedicare le mie attenzioni, tanti fiori profumati, colorati, bagnati dalla pioggia, li raccoglievo e li portavo… non mi ricordo dove… ma al risveglio ero sempre tutto bagnato, le lenzuola e il mio pigiama restavano così per giorni. Era la regola.
Alcuni miei amici scrivevano sui muri, altri sui muri ci battevano la testa, io non avevo più la forza di fare nulla, dormivo, lo facevo anche quando Elsa, la numero 234 della camera 3, mi si sdraiava accanto e concitata raccontava la sua vita da cantante lirica. Non l’ho mai sentita cantare, quando ci provava i nostri dispensatori di sogni la mettevano in castigo… non si poteva cantare, era la regola, lei era bellissima e la sua storia fantastica… cambiava sempre.
Elsa non l’ho più vista, mi manca molto, ma sono contento perché è guarita, ed ora canterà in qualche grande teatro, lei era bellissima.
I fiori che sogno nel mio giardino, magari un giorno, glieli porterò a teatro, e lei sarà felice di cantare, e un mio fiore lo metterà tra i suoi capelli.
Sono stanco adesso.
Sono così stanco, che non sogno neanche più.
Sono un numero, sono bagnato, domani sarà uguale ad oggi.

Improvvisamente squillò il cellulare, sobbalzai e le due cartelle che avevo nelle mani scivolarono per terra, la suoneria riecheggiò all’interno di quelle mura fredde e decadenti.
Raccolsi con attenzione quella di lui, identificata con un numero ormai sbiadito dal tempo, disegni di fiori colorati  fuoriuscivano quasi fieri dal fascicolo; leggendo mi colpì la dolcezza con cui raccontava di lei Elsa, la cantante.
Tante storie si incrociavano in quei corridoi bui. Al mio passaggio, la luce che filtrava dalle sbarre arrugginite delle finestre alzando nubi di pulviscolo sembravano dar  vita ad una danza lenta e leggera di anime.
La struttura che stavo controllando era una palazzina d’epoca del comune. Per molti, moltissimi anni, era stata un centro di cura per la sanità mentale, circondata da un bel giardino con una fontana imponente in pietra, da rovi e alberi d’alto fusto senza più forma.
Al piano terra, grandi porte con i numeri delle stanze, letti con cinghie di contenimento ancorate alle testiere, e poi, scritte illeggibili sui muri scrostati, cartelle mediche buttate sui pavimenti sporchi dal tempo e dall’incuria, odore acre.
Mentre salivo le scale, tra ombre e luci trovai una scarpetta, era piccola, rossa.
Al piano superiore tante stanze con arredi di metallo impilati e strumentazioni mediche ormai inutilizzabili, vetrine rotte e documenti consumati dalla muffa, i palchetti di legno incisi con i nomi di alcuni pazienti, e disegni infantili.
Passato e presente si confondevano, si intrecciavano in un tempo parallelo, nuove terapie mediche, psicoterapie d’avanguardia e poi,  catene con lucchetti alle porte e finestre, camicie di forza e stanze con le pareti imbottite.
Malati allontanati e nascosti dalle famiglie, malati esibiti.
Mi mancava l’aria.
Il dolore e la disperazione mi parlavano.
Come un mantra, sentivo ripetere:
Sono un numero, Sono stanco, Voglio sognare, Sono bagnato, domani è uguale ad oggi”.
Istintivamente spalancai la finestra e guardai fuori, il tempo aveva soffocato il giardino vicino alla vecchia fontana, ormai priva di acqua; in un angolo mi sembrò di scorgere dei fiori, erano colorati, bellissimi… li guardai meglio e vidi, due persone, due anime, un attento giardiniere e una bellissima cantante, Elsa, sorrisi.
Raccolsi le altre cartelle mediche e le riposi nelle vetrine al piano superiore. Uscii.
Era tempo che le due anime prendessero la loro strada, Elsa avrebbe cantato in un grande teatro e lui le avrebbe messo il fiore tra i capelli, come nei loro sogni.

La mia perizia dichiarò la struttura idonea ad una nuova destinazione.

Una conclusione

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE POESIA

di Davide Marcolungo

Che siano neri
che siano bianchi
siamo uguali tutti quanti

Per la pelle
è diverso il colore
senza guardare i sentimenti del cuore

Se tu cambi stato
devi seguire la loro cultura
per iniziare una nuova avventura

Senza dar voce
a ragione e passione
la religione è fonte di diversificazione

Il cibo è tutto diverso
dall’Italia, nel mondo
fino in Congo

Diversi sono gli stati
diversa è la cultura
ma è la bellezza della natura

Che siano bianchi, che siano neri
siamo tutti delle persone
Siamo giunti a questa conclusione

Da niente a tutto

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE RACCONTO

di Gaia Ballone

Avevo paura lo ammetto, un nodo mi si era bloccato alla gola e non riuscivo a spiccicare parola, lo sguardo di tutti era su di me e in quel momento ripensavo a ciò che era accaduto nell’ultimo anno: la partenza dalla Siria, l’arrivo a Lampedusa e il trasferimento a Napoli. Ripensavo in quei secondi, che sembravano durare un’eternità, al viso piangente e dispiaciuto della mamma, quando aveva visto strapparsi dalle braccia il suo povero bambino. Mi riaffioravano in mente tutte quante le serate passate davanti ai falò a condividere storie e canzoni, al viso sorridente di Samira e alla mia cagnolina Alia.

Ad un tratto con un gesto distratto mi scacciai tutti i ricordi dalla testa e ritornai alla realtà. La professoressa mi guardò e con voce traballante mi disse: “Rashad, saluta i tuoi compagni”. Devo ammettere che non capii proprio tutto di quella frase e con voce incerta risposi: “Sabah Alkhyr”, poi mi sedetti all’unico banco che era rimasto vuoto. Le prime tre ore di lezione passarono veloci come un lampo e suonò l’ora dell’intervallo. Non conoscevo nessuno, l’italiano lo capivo a mala pena e comprenderlo mi era ancora più difficile se gli altri parlavano in dialetto. Uscii in cortile e subito una folla di ragazzi si radunò attorno al “nuovo arrivato”. Mi fecero molte domande e ad ognuna di queste io rispondevo con una faccia buffa e strana allo stesso tempo, poi, quando capirono che non avevo nemmeno la più pallida idea di cosa si potesse significare ciò che mi avevano chiesto, si allontanarono. E in questo modo passarono i primi tre mesi di scuola, nessuno mi rivolgeva la parola, venivo escluso da tutti, i compiti non riuscivo a eseguirli e durante l’intervallo ero deriso dagli altri perché non capivo nulla.

Un giorno accadde una cosa che mi fece provare un’emozione nuova. Era una mattinata d’inverno, nevicava e tirava un vento gelido. Prima di entrare a scuola ero stato messo contro un muro da alcuni ragazzi che avevano afferrato delle palle di neve e avevano cominciato a tirarmele addosso, facendomi anche male.
A un tratto però un “fermatevi!” fece cessare ai ragazzi quello scherzo di pessimo gusto. La voce proveniva da un ragazzino minuto, dai capelli corti e neri e occhi del medesimo colore. “Stai zitto Lorenzo, che sei il più scarso della città” ribatterono quelli mentre se ne andavano. “Stai bene?” mi chiese, “Sì grazie. Avresti voglia di uscire con me questo pomeriggio?” gli domandai io cogliendo l’attimo; lui accettò subito la mia proposta. Quel giorno, alle sedici in punto eravamo al parco comunale, entrambi un pochino incerti e imbarazzati. Lorenzo aveva portato con sé un pallone e quello che potei constatare era che lui non era assolutamente capace a stoppare una palla e allo stesso modo lui capì che io e l’italiano non andavamo d’accordo. Così, decidemmo di stringere un patto: siccome io me la cavavo col calcio avrei aiutato lui con alcune lezioni e lui avrebbe dovuto aiutarmi a imparare a scrivere e a leggere. Devo ammettere che il mio amico quel patto lo prese sul serio, in pochi mesi imparai benissimo tutte quante le parole del vocabolario e lui apprese le mosse e i migliori metodi per riuscire a segnare un goal. Nonostante io e Lorenzo fossimo l’uno l’opposto dell’altro, c’era una cosa che ci accomunava: la forza di volontà ed i desideri.

I primi frutti di questo incontro tra “apparentemente diversi” incominciarono a maturare in primavera quando vinsi una borsa di studio per andare a frequentare un liceo classico. Proprio durante una di quelle giornate, ricevetti una telefonata del mio compare che mi comunicava che era stato scelto dalla squadra del Napoli per giocare come attaccante. Eravamo entrambi felicissimi e ci buttammo a capo fitto nei nostri progetti, il mio socio decise di puntare in alto: voleva arrivare a giocare nella primavera del Napoli, quindi io, che non volevo essere da meno, decisi che avrei voluto diventare uno scrittore. Ahimè, purtroppo lui riuscì nel suo intento, io no. Nel 2016 ha addirittura esordito in prima squadra. Ma lui non si è montato la testa, non si è dimenticato di quel ragazzino di nome Rashad che lo ha preso per mano e lo ha aiutato a crescere sia calcisticamente che interiormente.

Proprio l’altro giorno ho ricevuto una sua chiamata che mi ha riempito il cuore di gioia, Lorenzo mi ha chiamato per dirmi che avrebbe voluto che qualcuno fosse disposto a scrivere il primo libro su di lui, e ha detto che aveva subito pensato a me, quello che un giorno aveva salvato dalle grinfie di piccoli bulletti. Ed ora eccomi, sono qui nel mio studio, prontissimo a scrivere il libro per il mio buon vecchio amico, il titolo non è ancora certo, ma io ho pensato a una cosa come “Lorenzo Insigne: da niente, a tutto.”

Sussurri di cielo

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE POESIA

di Gabriella Mercuri

Borbotta il nostro cielo
mentre la notte arretra
tra i crepacci
e la luna sussurra, SOGNA
a chi vive tra i respiri dell’alba.
Crepitii nel cielo
è il sole si affaccia
stiracchiando sorrisi
e sussurra, AMA
s’intrufola tra strade storte
e sussurra, VIVI
al di là del giorno
sul cuore che parla
tra note di gioia
sul sorriso
che da luce agli occhi
e sussurra forte sull’animo
tra i desideri del mondo.

Armoniche difformità

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE POESIA

di Giuseppe Tacconelli

Cammino inseguendo casuali pensieri
Senza orologio
Sfioro vite parallele
Divergenti linee originate da universali centri
Condividendo solo il medesimo marciapiede
Scruto visi dal sole bagnati
Policroma carne che trascolora
Nel dono di ancestrali arcobaleni
Corpi nati racchiudendo asincroni cuori
Dissimili in trascurabili minuzie
Il destino fa giochi strani
Incrocia ed unisce
Avvicina o separa
Verso le profondità sospinge
Isolando l’amante delle forme
Scuote dall’indolenza
Risveglia con fulmini le coscienze
Che spezzano catene di pregiudizi
Apposte con maligna cura
Un semplice marciapiede interseca amore
Occhi e sorrisi seminati in fertili terreni
Per moltiplicarsi nell’umana razionalità
Le differenze non aprono voragini
Affascinano ed attraggono l’anima.

Piombetto

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE RACCONTO

di Donatella Lessio

C’era una volta, in un paese soleggiato e ridente, un orto rigoglioso di frutti e verdure. I filari contavano zucchini, melanzane, insalate, pomodori, ravanelli e una quantità di altre coltivazioni, tra cui spiccava una superba pianta di piselli.
La pianta era eccezionale per dimensioni e velocità di crescita: il contadino infatti traeva, da quell’unica pianta, piselli in quantità sufficiente da soddisfare il fabbisogno non solo della sua famiglia, incluse le bestie, ma anche del paese e addirittura dell’intera contea. La caratteristica dei piselli prodotti da quella pianta era l’incredibile dolcezza, unita a una consistenza morbida e pastosa, perfetta per la preparazione del piatto regionale, che era una crema di piselli condita con erbe aromatiche e guarnita di fettine di pane tostato. Un’autentica prelibatezza.
Questa fantastica pianta produceva piselli a iosa, anche perché il suo ciclo si ripeteva più volte durante l’anno. Non era mica una di quelle piantine che hanno bisogno del riposo invernale, macché: fioriva, si auto-impollinava, buttava i baccelli e li spingeva con la sua linfa a più non posso, estate e inverno. E ad ogni fruttificazione, su di qualche centimetro: era diventata così enorme da coprire l’intero perimetro dell’orto.
Da una pianta siffatta venivano tratti semi di pisello così morbidi e dolci da risultare i migliori per preparare la crema alle erbe aromatiche ed ogni pisello andava ispezionato a questo scopo, perché la tenerezza della polpa di ciascuno era comunque variabile. Così, durante la sgranatura, che avveniva nel grande cortile di casa e coinvolgeva tutta la famiglia, i piselli venivano divisi in tre ceste: la prima conteneva i semi migliori, da destinare alla fiera; la seconda raccoglieva quelli per il consumo quotidiano; la terza conteneva i più duri, con cui nutrire le bestie della stalla, o da destinare al surgelamento.
Ora, in uno dei baccelli di quella pianta era nato un pisello speciale: verdissimo e sferico, in tutto simile ai suoi fratelli, ma così forte e duro da sembrare un sassolino. Il suo nome era Piombetto.
Piombetto si comportava esattamente come gli altri piselli, che crescevano placidi all’interno del baccello: scherzava con i suoi fratelli, gareggiava con loro in brillantezza, si nutriva della linfa e faceva progetti per il futuro. Tuttavia, poiché era pesante e duro tanto che il baccello a stento riusciva a trattenerlo, esso veniva deriso da tutti, perché certamente al momento della sgranatura sarebbe stato scartato per finire nella greppia delle bestie, o sarebbe stato surgelato. “Tu sei speciale, Piombetto”, si diceva per consolarsi. “Se sei così, un motivo ci sarà pure! Non puoi essere venuto al mondo soltanto per venire scartato: coraggio, la sorte ti indicherà, prima o poi, la tua vera strada”.
E i giorni passavano, ma la sorte per lungo tempo non indicò a Piombetto alcuna strada alternativa. Il povero pisello non aveva molte possibilità per cambiare il suo destino: doveva ancora maturare abbastanza da poter lasciare il baccello; tuttavia ciò sarebbe avvenuto al momento della raccolta, quando il suo futuro sarebbe stato deciso dal contadino, o da chi l’avesse separato dai suoi fratelli. Che fare? Piombetto non si perse d’animo: immaginò mille piani di fuga, si ingegnò in tutti i modi e si spremette le meningi fino a farsi venire mal di testa.
Una notte, però, la sorte si fece viva e Piombetto, che stava sul chi va là, fu pronto a coglierne il suggerimento. Il primo segnale fu un accumularsi di nembi bigi e bassi, che schiacciavano il cielo contro i tetti delle case e mandavano lontani bagliori di lampi. “Sta’ a guardare”, Piombetto diceva tra sé, “se non sia la volta buona per tentare una fuga?”. E subito la paura lo trattenne, facendogli venire mille dubbi: dove sarebbe andato? E come? Non aveva gambe per spostarsi, né mani per afferrare oggetti. Cosa avrebbe potuto fare, da solo in mezzo alla campagna?  Ma immediatamente dopo si rispondeva che accidenti, qualcosa avrebbe fatto, e che qualcuno lo avrebbe aiutato: tanto, qual era per lui l’alternativa? Il trogolo del maiale? Venire surgelato per essere esportato chissà dove? No, mai. Lui ce l’avrebbe fatta.
Il secondo segnale della sorte fu un acquazzone deciso, che si aprì come una cascata sulla pianta di piselli. Piombetto capì che quello era il momento. Controllò di avere succhiato abbastanza linfa, di essere sufficientemente equipaggiato di amidi e proteine e iniziò a spingere verso il basso, tentando di aprire il baccello che lo conteneva. “Che fai?”, gridavano i suoi fratelli, “Non cercare di uscire dal baccello: morirai annegato dalla pioggia!” ed esso rispondeva: “Meglio annegato dalla pioggia che surgelato!” e intanto si dimenava ancora di più.
Il terzo segnale fu un vento teso, che iniziò a scuotere energicamente la pianta, facendole perdere alcune foglie. “Vai, Piombetto!” si esortò il nostro amico e, così dicendo, diede uno strattone al peduncolo, già allungato ed assottigliato dal suo eccezionale peso; pestò con la sua massa il baccello praticandone un’apertura e, approfittando di una folata particolarmente violenta, ne uscì, cascando a terra.
Fu travolto dall’acqua e visse momenti davvero terrificanti: sobbalzò sul terreno madido di pioggia, venne trascinato dalla pendenza giù verso il confine dell’orto e poi sotto la recinzione, nella campagna; galleggiò miracolosamente in una pozza per qualche tempo; poi un nuovo torrentello lo portò via, su e giù per piccoli dossi, avallamenti, rigagnoli, fino a un boschetto i cui rami fitti facevano da ombrello e sotto i quali il terreno era rimasto relativamente compatto. Lì si fermò, infine, spaventato a morte, ma allo stesso tempo elettrizzato all’idea di avere sfidato l’acquazzone ed esserne uscito intatto. E così, ascoltando la musica dell’acqua che picchiettava il suolo e i rami, si addormentò.
Al mattino, la frescura della pioggia emanava dal suolo vapori bianchi , inframmezzando la vista dei tronchi ad arcobaleni che parevano rincorrersi nel cielo. Piombetto, che conosceva soltanto il chiuso del suo baccello, rimase incantato da tanta meraviglia. Preoccupandosi del suo livello di amidi, stornò dopo un poco l’attenzione da quello spettacolo meraviglioso e controllò di avere energia a sufficienza per affrontare, se non altro, la giornata che si stava aprendo nel sole.
Ancora era impegnato in questa ispezione, quando un che di insolito lo distrasse: attorno a lui si stava muovendo qualcosa, nel sottosuolo, che formava una sorta di striscia di terra sollevata e smossa. A un certo punto, dal terriccio fece capolino un verme marrone, che si guardò intorno, pur essendo cieco, per poi rituffarsi nella sua galleria e proseguire lo scavo.
Piombetto non era agitato, bensì incuriosito da quella strana bestia, che compiva un’azione apparentemente inutile. Il lombrico si avvicinava pian pianino a Piombetto, che iniziò a sospettare di doversi spostare da lì, per non finire sotterrato; ma come? Non c’era un alito di vento; la pioggia era cessata; lui non poteva fare altro che spingere in una direzione, o nell’altra. Tentò di smuoversi, ma senza successo, perché il terreno era pianeggiante e non favoriva il rotolamento. Niente da fare: Piombetto si rassegnò a restare dov’era e il lombrico, come era prevedibile, lo sotterrò.
Nel sottosuolo, il nostro eroe si sentì molto a suo agio: un tepore confortevole lo avvolgeva, attutendo i rumori e inducendolo a rilassarsi. Dopo un tempo imprecisato, nel quale Piombetto parve immergersi in una sorta di sogno ad occhi aperti, sentì che qualcosa gli stava spingendo, da dentro, la cuticola. “Che sarà mai questa cosa che sento bucarmi la buccia?” si chiedeva. Era la natura, che lo chiamava a germinare e mettere radici, per far crescere una nuova pianta. La sensazione di spinta da dentro cessò per qualche tempo; poi riprese; poi cessò di nuovo e tutto tacque.
Nella calma ovattata della terra in cui stava preparandosi a germinare, Piombetto pensò che la sorte lo aveva consigliato bene e che lì si stava certamente molto meglio che non sul nastro trasportatore di una fabbrica alimentare!
Ovviamente per lui non era finita, però, perché il suo destino cambiò di nuovo: Piombetto venne dissotterrato da una talpa, che per costruirsi la tana rovinò tutto il lavoro del lombrico; poi venne beccato da una gazza, che se lo portò nel nido e lo ingoiò di gusto, come se fosse un ordinario pisello. In ragione della sua durezza, tuttavia, l’uccello non lo digerì e lo espulse intero col suo guano, facendolo cascare su un sentiero. Lì la pioggia lo lavò nuovamente, formandogli attorno una invitante pozzanghera, dentro cui si rotolò un cane di passaggio, infangandosi per bene. Piombetto rimase infangato nel pelo del cane, che trotterellò nel grande cortile di una casa padronale e vi si scrollò accuratamente, facendo cadere il nostro amico a terra. Venne infine raccolto da un rastrello insieme a una quantità di foglie, sassolini, rametti e lasciato in un angolo del cortile.
Una ridda di pensieri ed emozioni contrastanti si affastellavano nella mente del nostro eroe, che visse tutte queste avventure con spirito coraggioso e positivo, ripetendosi che una sorte tanto speciale si riserva solo a piselli speciali e che tutti questi avvenimenti l’avrebbero portato ad essere il pisello che davvero era. “Altro che crema di piselli, altro che industria alimentare, altro che mangime per le bestie!” ripeteva tra sé, a metà tra lo spaventato e lo speranzoso.
Trascorsero tre giorni, durante i quali Piombetto si disperò, si risollevò, progettò come muoversi da lì, ma soprattutto si rattrappì: l’amido e le proteine che gli conferivano volume si consumarono, facendolo rinsecchire alquanto. Il povero pisello, lasciato all’aria e alla luce, non aveva speranza di cavarsela se, da lì a poco, non fosse intervenuta la pioggia a rinfrancarlo, o il fresco a rallentare il processo di essiccamento.
Tuttavia né pioggia né fresco arrivarono per lui, bensì una scanzonata bambina che, vestita di tutto punto, aveva pensato bene di andare a correre nei campi inzaccherandosi il ricco abito bordato di trine. Piombetto aveva già visto quella graziosa bambina gironzolare per il cortile, sempre ben vestita e sempre infangata e piena di foglie dalla testa ai piedi, ma mai pensò che ella avrebbe potuto avvicinarsi all’angolo in cui esso giaceva inerte. La fanciulla, appressandosi, strizzò gli occhietti e, con due dita della sua bella manina incrostata di terra,  lo raccolse esclamando: “Uno smeraldo!” e subito corse in casa.
La casa era davvero principesca: un autentico palazzo con decine di stanze, corridoi e finestre che affacciavano sulla campagna da un lato, su una strada dall’altro. La bimba attraversò quello spazio immenso con passo veloce, stringendo in mano Piombetto, che non sapeva se essere uno smeraldo gli avrebbe comportato una buona o una cattiva sorte, anche perché ignorava cosa significasse la parola “smeraldo”. Forse era una varietà di piselli? Mentre se lo chiedeva senza darsi risposta, eccolo scivolare dalla mano paffuta della bimba a una mano di donna adulta, che lo prese delicatamente lodando molto la piccola per quel ritrovamento straordinario; dopodiché, se lo ficcò nella tasca della veste e ce lo lasciò a lungo, quasi ne se fosse dimenticata.
Piombetto, a questo punto, era disorientato più che mai: cosa ci faceva in quel palazzo? E perché la donna lo aveva messo in tasca? Se davvero lui era un pisello “smeraldo” raro e prezioso, non avrebbe dovuto esser lasciato lì, nell’ombra anonima di una tasca sempre chiusa! Le sue domande vennero interrotte da un’azione ancora più insolita: la donna se lo estrasse, lo poggiò sulla rete di un grande letto e lo coprì con uno spesso materasso. Il pisello, che per via della sua naturale durezza e a causa dell’essiccazione parziale era molto resistente, non si perse d’animo: “Ah, è così? Volete sfidarmi? Io sono indistruttibile!” gridava, mentre il peso su di lui si faceva sempre più incombente. Pareva che non un solo materasso, bensì venti materassi gli fossero stati impilati sulla testa! E come se non bastasse, di lì a poco un altro peso vi si aggiunse: un peso mobile, come di qualcuno che si agitasse, da sdraiato, per trovare una posizione comoda, che non riusciva ad assumere.
Questo tormento durò tutta la notte fintantoché, al mattino successivo, Piombetto venne liberato da tutto quel peso e portato in palmo di mano al cospetto di un gruppo di persone, che sembravano illustri ed autorevoli. Il nostro amico passò dalla mano della donna a quella di una giovane bellissima e dall’aria altolocata, che lo consegnò ad un ragazzo aitante che sorrideva soddisfatto, che lo porse ad un signore con la corona sulla testa, che lo diede in mano di nuovo alla ragazza altolocata, che lo offrì alla bimba che lo aveva raccolto dal cortile, che lo ridiede alla donna. A Piombetto parve di andare sulle montagne russe!
Nonostante ciò che stava accadendo fosse per lui oscuro, comprese che tutti erano fieri di lui e di come era riuscito a sopportare il peso – così aveva capito – di ben venti materassi e di come la ragazza altolocata, cui il letto era destinato,  non fosse riuscita a prender sonno, a causa della gobba che esso formava sotto tutti quegli strati, nonostante le sue dimensioni ridotte.
Evidentemente ho vinto una gara di forza!” esclamava tra sé, cercando di gonfiarsi più che poteva, sebbene avesse consumato ormai il suo amido,  per sembrare ancora più forzuto.
Altro che crema di piselli, altro che mangime per le bestie, altro che surgelamento: Piombetto venne levigato e lucidato, poi incastonato in uno sfavillante anello d’oro contornato di diamanti e riposto su un morbidissimo piccolo cuscino a forma di cuore, a cui fu legato tramite un delizioso nastrino rosso. Così acconciato, venne accuratamente riposto in uno scrigno di mogano scuro decorato con intarsi dove rimase per un tempo che esso non riuscì a stimare.
Quando lo scrigno fu aperto,il nostro amico si ritrovò nel mezzo di una magnifica cerimonia di nozze: l’anello venne sollevato dall’officiante, che ne lodò la durezza e la brillantezza, quindi dato in mano al giovane aitante, che lo infilò all’anulare sinistro della bella ragazza altolocata. E fu così che Piombetto, grazie alla sua natura speciale e al suo coraggio, divenne la vera nuziale della famosa principessa sul pisello.

Nella III B

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

Classe 3ª B • Scuola Primaria “John Kennedy” di Torino

Neri e rossi,
capelli lisci, capelli mossi biondi e castani
giochiamo a “i Romani”.
Al cinesino
piace il mandarino,
al calabresino
piace il peperoncino.
A noi bambini
piacciono i fomaggini,
altri hanno gli orecchini.
Al greco
piace il geco.
Rumeni, Italiani, Cinesini,
tutti perfettini,
Brasiliani, Honduregni e Peruviani ci si dà tutti le mani.
Alcuni sono alti e altri sono bassi
e gli piacciono i tassi.
Consultiamo il diario,
ma anche il dizionario.
Ci piace giocare
e con gli aghi ricamare,
infatti noi con gli aghi
siamo dei maghi.
Alcuni a studiare
tendono a faticare.
Noi siamo belli,
ma anche un po’ monelli,
pur se diversi
ci aiutiamo in tutti i versi.
Ci facciamo compagnia
con grande allegria.
Ci piace tanto collaborare
e si prova a non litigare,
se qualcuno è in difficoltà
una mano gli si dà.
Noi siamo felici
con tutti questi amici.
Nella classe III B
si sorride tutto il dì!
C’è una grande novità
un compagno nuovo arriverà,
tanta gioia porterà,
le diversità completerà
e la III B ancor più felice sarà.