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marialberti

Graphic designer – libero professionista.

Ciao Prof, io volo

di Elisabetta Casu

Drinn… drinn…
La campanella suonò e i ragazzi, zaino in spalla, iniziarono un po’ assonnati ad entrare in classe. L’aula era spaziosa posta al piano terra del liceo.
Nico entrò in classe e si sedette in un banco posto accanto ad una delle due grandi finestre dell’aula. Poggiò lo zaino per terra a fianco della sedia, estrasse il suo quadenino, la penna blu e li poggiò ben ordinati sul banco. Era la prima ora di lezione, e mentre in sottofondo sentiva la voce della prof di filosofia che faceva l’appello, buttò lo sguardo fuori dalla finestra. La giornata era piovosa e il cielo appariva ancora carico di nubi. Il ragazzo abbassò lo sguardo verso l’angolo della strada parallela al liceo, diede un’occhiata al suo orologio: erano le 8 e 45, quindi ributtò con curiosità e attesa lo sguardo verso la strada.
«Eccolo che arriva», pensò fra se.
Dall’angolo della strada sbucò infatti la figura di un ragazzo, avrà avuto all’incirca l’età di Nico, un po’ smunto, jeans neri aderenti e maglietta nera. I capelli lunghi, ondulati, di colore rosso, incorniciavano un viso delicato, di un lieve pallore illuminato da due grandi occhi azzurri, circondati da innumerevoli lentiggini. Nico lo osservò, sorrise e alzò la mano in segno di saluto, il ragazzo si sollevò sulle punte dei suoi anfibi neri, con i lacci svolazzanti e ricambiò contento il saluto. Non era da solo il ragazzo, dietro di lui sbucò trafelata una donna, Nico pensò fosse la sua mamma. Aveva in mano dei fogli svolazzanti con stampe bianche e rosse, erano tanti e li stava sistemando dentro una grossa cartella verde. Nico non conosceva di persona il ragazzo, ma i loro sguardi si incontravano ormai da un po’ di tempo ogni mattina. Incuriosito, si chiedeva ogni volta quale fosse la sua storia.
«Il mio amico speciale», come ne parlava fra sé, al quale lo legavano gli stessi gusti musicali, in particolare la passione per i Symphonic metal, lo aveva intuito dalle felpe dei Nightwish che entrambi indossavano. «Nicoooo, Niiicooo Rossiiii …. », lo riportò in classe la voce della prof che aspettava la sua risposta «Ehm, si presente prof» rispose arrossendo, sistemandosi all’indietro i lunghi capelli neri. «Ok ragazzi» riprese la prof chiudendo il registro di classe e aprendo il manuale di storia della filosofia. «Oggi spiegherò il concetto del bello e del sublime in Kant». «Apriremo uno sguardo sulla maestosità della natura e sui sentimenti che essa suscita nel nostro animo. Osservate ad esempio la foto sul manuale». Si trattava di un’istantanea che raffigurava il mare in burrasca. «Ecco» continuò la prof «soffermatevi sui sentimenti che suscita in voi tale visione. Cercando anche di immaginare i suoni che potreste sentire se foste li, e i profumi. Quali sentimenti prova il vostro animo?» «Meraviglia», disse Benedetta. «Immensità», la segui Riccardo.

«Libertà» disse Nico. «Perfetto, proprio il concetto che mi serviva, Bravo Nico Li-ber-tà», continuò la prof separando le sillabe. «Eh si prof», scherzarono i ragazzi, «il suo Nico dice sempre la cosa giusta», «Eh già, lui dice che la filosofia lo fa volare». Nico sorrise, era voluto bene dai suoi compagni, per la sua dolcezza e sensibilità. La prof sorrise e pensò a quel ragazzo dai capelli lunghi, alto, a momenti sembrava smarrito, ma con un qualcosa in più, una sensibilità particolare che lo faceva sentire veramente partecipe di ogni singolo respiro di ciò che lo circondava. «Si ragazzi – concluse la prof. – Il bello e il sublime sono i sentimenti che ci pongono di fronte alla natura cogliendone la bellezza in maniera disinteressata, e innalzandoci di fronte ad essa attraverso la nostra libertà». Driinnn, drinnn, trillò stridula la campanella della fine dell’ora. La prof ritirò i suoi libri e si diresse verso la porta ricordando ai ragazzi «mercoledì prossimo verifica scritta su Kant. Arrivederci ragazzi»! «Ciao prof» risposero i ragazzi alzandosi dai banchi per sgranchirsi un po’ le gambe in attesa che arrivasse l’altra insegnante. Nico intanto rimase seduto sul banco continuando ad osservare la foto del mare in burrasca, scrivendo ai margini a chiare lettere a matita: libertà. Nico amava la libertà, amava passeggiare camminare e osservare tutto ciò che lo circondava. Lui e Benedetta erano forse gli unici della sua classe che rinunciavano alla comodità dell’autobus per raggiungere casa a piedi. Ogni giorno attraversavano la periferia della città, dove ancora vi era un po’ di verde, e il mattino soprattutto assaporavano l’aria frizzante e le tracce di rugiada che ricoprivano il prato, «la faccia assonnata della natura» come amava definire Nico la rugiada. I giorni seguenti Nico attese di salutare il suo amico, ma stranamente non lo vide. A tarda mattinata intravedeva però la sua mamma, con una borsa ampia, il suo sguardo era teso, triste. Quel giorno Nico tornò a casa un po’ pensieroso, Benedetta gli parlava ma lui pensava ad altro. A pranzo davanti a un enorme piatto di spaghetti al sugo chiese alla mamma: «Mamma, hai notato quel grande edificio di fronte al nostro liceo»? «Mmh… Si, dici quello da cui si accede da quel grosso cancello?» «Si, mamma, cosa ospitano quei grandi palazzi tutti uguali?» La mamma, tenendo sospesa la forchetta, rispose «Ma penso siano gli ambulatori dell’ospedale», «E che genere di malattia curano?» «Penso siano legati al centro trapianti, ospitano in particolare i pazienti che hanno necessità di fare terapie in day-hospital». «Perché mi chiedi Nico, conosci qualcuno che sta male?» Chiese preoccupata la mamma. «No… chiedevo, cosi… » Madre e figlio terminarono di mangiare, il papà faceva il turno pomeridiano, e Nico dopo mangiato si rinchiuse in cameretta. Accese lo stereo e ascoltò l’ultimo album del suo gruppo metal preferito, quindi collegò la sua chitarra elettrica e iniziò a strimpellare. I suoi pensieri seguivano la velocità del plettro sulle corde metalliche della chitarra. Pensava un po’ dispiaciuto al suo amico, avrebbe voluto aiutarlo.

A un tratto ebbe un’idea che gli strappò un ampio sorriso. Poggiò la chitarra sulla sedia, andò verso il suo armadio e da una serie di felpe impilate ordinatamente ne trasse una in particolare, la distese sul letto. Era la sua felpa preferita, my heart, la definiva. L’aveva acquistata al concerto dei Symphonic Metal nel capoluogo della sua città, ed era riuscito dopo ore di attesa a farla autografare dal bassista del gruppo. Vi era particolarmente affezionato. I suoi amici quando vedevano indossarla lo prendevano in giro: «Hey Nico, hai indossato la tua fidanzata oggi»!!! Sorrise, la osservò, al centro un grande angelo spiegava le sue ali, la accarezzò con delicatezza e la ripiegò mettendola dentro lo zaino.
Il giorno della verifica di filosofia arrivò presto. «Giorno ragazzi arrivò trafelata la prof poggiando sulla cattedra una pila di libri. Prendete il foglio di protocollo».
Dopo avere dettato le domande dettò infine l’ultima: «Definisci il concetto di bello e sublime in Kant». «Forza ragazzi avete due ore di tempo, buon lavoro». Nico poggiò sul banco il foglio di protocollo e dopo aver dato una sbirciatina all’angolo della strada prese in mano la penna blu e inizio a svolgere il compito. In alto a sinistra del banco aveva appoggiato la sua felpa. Il silenzio calò nell’aula, interrotto ogni tanto da un breve brusio proveniente dagli ultimi banchi. Nico fu tra i primi a consegnare il compito, poi tornò al banco, sistemò lo zaino e attendeva il suono della campanella per poter finalmente uscire da scuola, era felice! Driinn, drinn, la campanella squillò. Nico di fretta indossò lo zaino sulle spalle, strinse la felpa tra le mani e mentre la prof terminava di sistemare le sue cose nella borsa, la salutò. «Di fretta Nico oggi?» Chiese curiosa. «Si prof – disse sollevando la mano in segno di ciao – io volo!!!»
La prof sorrise, «Ciao Nico», rispose e intanto rivolta al resto della classe disse.
«Ciao ragazzi ci vediamo lunedì prossimo, sperando di portarvi i compiti gia corretti!!».«Ok, ciao prof, dai voti alti, mi raccomando», sorrise Benedetta.
Fuori dalla scuola Nico vide il cielo, era di un azzurro intenso, solcato da alcune strisce bianche. Chiuse gli occhi , inspirò profondamente e pensò: «Ho capito prof, è questo il sublime!!!» Non vide e non sentì nient’altro oltre quel cielo immenso.

La campana squillò, erano le 8 e 30 del mercoledì successivo. Nella classe di Nico i compagni attendevano seduti, in silenzio che arrivasse la prof di filosofia.
In fondo al corridoio risuonava il rumore dei suoi tacchi. Prima di entrare in aula la prof si fermò, chiuse gli occhi, tirò un sospiro, battè le palpebre per ricacciare indietro le lacrime ed entrò in classe.
Poggiò il registro sulla cattedra, pose la sua borsa e senza neanche togliere l’impermeabile si sedette alla cattedra. Mentre rigirava tra le mani il foglio di protocollo disse schiarendosi la voce: «Ragazzi, oggi ripasseremo il concetto di bello e sublime in Kant». «Ma come prof», si alzò in piedi Benedetta, la compagna di banco di Nico «che cavolo vuoi che ce ne facciamo di queste stupide e inutili idee. Nico non è più presente qui con noi in classe, e neanche fuori. Con chi cavolo vuoi che farò le passeggiate ora??». E scoppiò in lacrime risedendosi pesantemente nel banco. La prof la guardò con dolcezza, aspettò che si rasserenasse un po’, e mentre Benedetta asciugava gli occhi stringendo forte fra le mani il fazzoletto, la prof riprese: «Si Benedetta, hai ragione, fisicamente Nico non è qui con noi, con te, ma voglio che lo ascoltiate attraverso ciò che ha scritto nell’ultima parte del compito in classe, mercoledì scorso».
«Ciao prof! Sai, Kant mi è piaciuto un sacco, in particolare l’ultima parte quando parla dei concetti del bello e del sublime. Se vuoi ti racconto cosa è per me oggi il sublime. È questo cielo che ci aspetta fuori da quest’aula grigia. È sublime il sentimento che provo nell’osservarlo e vedere che non finisce, è infinito.
Abbraccia tutti noi e mi fa volare. Ma sublime è anche il sentimento che provo nei confronti del mio amico che incontro con lo sguardo ogni mattino.
È uno sguardo a volte stanco, ma mai triste. Eppure ho scoperto che soffre tanto. Allora prof mi è venuto in mente che sotto questo cielo grande siamo tutti uniti, come in un girotondo, nessuno può stare in piedi se non ha due mani che lo sostengono, e se cade uno per terra, cadiamo tutti. Siamo tutti legati, come in una grande catena. E io pensando allora al bello ho capito che il senso di tutta la nostra vita è donare. Io ho deciso prof, oggi dono, the my heart, il mio cuore. La felpa che hai visto, che tenevo in mano quando ti ho salutato. Ci sono tanto affezionato, ma ho deciso, la donerò, proprio al mio amico e la sua forza unita alla mia lo aiuteranno a vincere!! Ciao prof ho fretta e grazie perché con la filosofia mi fai volare».
La prof ripiegò accuratamente il compito di Nico, guardò i ragazzi e disse: «Ragazzi, quel giorno dopo la scuola Nico andava di fretta verso l’ospedale a trovare il suo amico per regalargli la sua felpa. Massimiliano ha la vostra età ed era ricoverato in attesa di trapianto. Nico quel giorno è volato perché un cielo più grande di lui e di noi ha voluto che volasse, non lo so, forse, anche se è molto doloroso, era necessario, sono un po’ confusa come voi». «E la sua felpa?» chiese timidamente Riccardo.
«La mamma e il papà di Nico hanno saputo del desiderio di Nico e l’hanno portata loro stessi da Massimiliano». «E Massimiliano prof?” chiese Benedetta, «potrà guarire?». La prof sorrise, e questa volta lasciò che le lacrime scivolassero tranquillamente sul suo viso e rispose «Si ragazzi! Massimiliano grazie a Nico e ai suoi genitori ora può finalmente volare!!».

La campana squillò, ma i ragazzi non avevano voglia di lasciare l’aula, era troppo grande il gesto d’amore di Nico e dei suoi genitori, avevano bisogno di assaporarlo in silenzio, tutti uniti nella classe.
La prof capi, attese con loro ancora un po’, poi mentre i ragazzi lentamente iniziavano a lasciare l’aula squillò il cellulare di Benedetta e nell’aula risuonò il brano dei Symphonic, il preferito di Nico, la colonna sonora dell’amicizia di Nico e Benedetta. La ragazza sorrise, era fiera di avere un grande amico come Nico. La prof rimasta sola in aula, con il registro fra le mani, si voltò prima di uscire e diresse lo sguardo verso il banco di Nico, un raggio di luce lo attraversava. Fu un attimo e le parve di rivedere ancora una volta Nico che sorridendo la salutava alzando la mano come suo solito e dicendole con dolcezza, «Ciao prof, io volo».
La prof sorrise e ringraziò fra se Nico per la sua grande lezione di vita, per aver mostrato e trasmesso la grandezza della diversità nel sentire il mondo, l’altro, la sensibilità di chi continua a stupirsi anche di una semplice goccia di rugiada e riesce a scoprirsi unito agli altri in un piano dove le diversità si annullano… è il piano del donare, donarsi. Siamo tutti un po’ come le stelle, pensò la prof, diverse per posizione, bagliore, grandezza ma proprio per la nostra diversità necessarie per rendere la magia e l’unicità del grande Firmamento.

In arte Max

di Manuela Caracciolo

Il vento dal porto giocava a prendere a calci le cartacce sudicie nei carruggi della città vecchia sollevando gli ultimi sbuffi di inverno, densi di urina di gatto e frittura.
E si infilava molesto nei colletti e su per i pantaloni di flanella dei pochi passanti frettolosi.
Poco più in là la sera si coricava nel traffico del lungomare, con le luci ammiccanti della costa a completare il suono soffuso dei clacson.
Rabbrividendo a quella carezza pungente, l’ometto dalla capigliatura argentea incespicava sbuffando su per il vicolo.
Massimiliano Berutti, in arte Max, era diretto verso la piazza grande, verso il rifugio marmoreo del colonnato le cui braccia bianche proteggevano il palazzo ducale e il teatro, poco più in là.
Era quello un angolo isolato dal fragore molesto delle auto in fila sulla circonvallazione, al riparo dalla molestia del libeccio.
L’uomo camminava di buona lena, la zavorra pesante e preziosa che gli ciondolava dalla spalla, nella custodia di pelle lisa.
Ne avvertiva la consistenza rassicurante che gli scaldava il fianco, fedelmente, ad ogni passo.
Intanto l’aria seminava lamenti e scricchiolii sbattendo contro i cancelli arrugginiti e le porte sprangate, quasi elemosinando una nota accordata. Max la accompagnava con un fischio modulato, dandogli ritmo con il passo cadenzato sui ciottoli.
Muovendo la testa a tempo, inventava accordi casuali, carpiva ogni suono con il suo orecchio ipersensibile, e lo tramutava in musica quasi come un direttore d’orchestra all’inseguimento di un pentagramma, dirigendo strumentisti immaginari.
La sua vita era una sinfonia mai trascritta, fatta di luoghi, volti, momenti impressi nella memoria ed associati ad una melodia precisa.
Custodiva quegli spartiti fantastici tra i tasti dello strumento delicato che affiancava il suo peregrinare per piazze, stazioni, viali paralleli.
E ogni volta che lo accordava, i frammenti del passato percorrevano la scala bianca e nera dei tasti.
Alcune persone sembravano cogliere quelle schegge lontane come un’eco di temporale, e sorridevano senza apparente motivo, come capita spesso a chi ricorda.

Max respirò a fondo l’immobilità della “sua” piazza appoggiata ai merletti di palazzo Ducale.
La luce lattiginosa di lampioni creava una nebbia sottile sul selciato, con una sorta di incanto evanescente.
Lui sospirò e si lasciò cadere sul marmo fresco, facendo attenzione a stringere a sé la grande custodia per evitare che sbattesse contro la superficie dura.
Si mise ad osservare.
Poche persone abitavano i dehors striminziti fuori dai bar eleganti; faceva ancora troppo freddo per un aperitivo fuori. Tutti infatti si rifocillavano con tazze di bevande fumanti.
Di lì a poche settimane quei luoghi sarebbero stati animati da un popolo rumoroso e variopinto, la giovinezza sfacciata appoggiata plasticamente ai pouf, con i grandi bicchieri simili a vasi decorati da cannucce e ombrellini da rigirare tra le dita con noncuranza, studiando i propri simili.
Max sapeva estraniarsi da quel contesto, solo dedicandosi a volte a gruppetti di donne che ridacchiavano bevendo vino bianco, e volentieri intrattenendole con un po’ delle canzoni allegre che aveva in repertorio. Gli piaceva vederle muovere le teste fresche di parrucchiere, sentirle ridere di imbarazzo tra i denti bianchi mentre annuivano e gli porgevano qualche moneta.
Alcune scherzavano civettuole; lui era ancora un uomo piacente, vestito con cura, e sapeva distribuire buon umore muovendo le dita tozze sui tasti, pompando il suono metallico al di sopra dei bassi che riempivano le casse concave degli stereo.
Le donne! Era bello guardarle vivere, immaginarle al mattino, disarmate dal trucco e intontite, ebbre di qualche sogno confuso dal vino o dalle mani di un uomo già lontano.
Max le amava anche quando si voltavano infastidite mostrandogli le spalle fiere, fingendosi superiori alla romanticheria di quel suono creato per gli amanti.
Le coppie innamorate! Quelle stavano su un altro pianeta. Incrociavano i colli come colombe e muovevano le teste lentamente, cullate da un ritmo esclusivo, che sovrastava chiacchiere e risate.

Era a quel punto che le sue note viaggiavano sospese a metà, senza espandersi verso il cielo leggero come vorrebbe ogni legge fisica e acustica; stagnavano tra le teste distratte della gente, avvolgendo l’insieme e cambiandone i contorni.
C’era chi le carpiva assecondandole con il capo e chi le ignorava con fastidio, ma Max continuava a suonare ed a camminare nella calma dell’ora preserale, in una luce satura di colore e fumo.
Non parlava, ma sorrideva e ondeggiava il busto corto e le spalle curve mentre pompava il mantice con un braccio e le dita scorrevano sui tasti; rapito, estraneo. Il suo palco era la piazza, il proscenio il palazzo, le quinte i portici scivolosi.
Quella sera si adagiò vicino all’entrata del signorile teatro, senza estrarre il cappello o la ciotola per raccogliere le monetine di ascoltatori frettolosi.
Di solito era la gente che allungava timidamente qualche spicciolo, e quel gesto spesso rivelava un imbarazzo che riempiva Max di tenerezza.
Secondo lui non era vero che la gente non fosse generosa, andava solo stimolata a premiare in qualche modo le belle canzoni…
Max aveva un suo gruzzolo da parte, poiché ogni tanto gli riusciva qualche ingaggio nelle balere di paese che già conoscevano il suo peregrinare continuo sulla costa.
E quando girava bene poteva offrire i pescetti fritti a Zaira, la giovanissima ucraina dagli occhi trasparenti che batteva all’hotel Triestina.
Era una donna smarrita e pallida, ma con le guance rosate di un’adolescenza strappata da mani voraci di camionisti dell’età di suo padre e dalle dita callose degli addetti ai pescherecci, uomini che puzzavano di frontiera e di sole.
Aspettava i clienti inguainata nella solita minigonna nera, seduta al bancone del bar semibuio con il cubalibre in mano, la cannuccia appoggiata alle labbra lucide in una posa involontariamente tenera e seducente. Era una Lolita appena sbarcata, che non nascondeva una ruga lieve di volgarità e disincanto intorno alla bocca fresca di chewing-gum.

Max ne era rimasto fulmineamente affascinato e dopo un paio di imbarazzanti approcci aveva acquistato a prezzo di favore una svelta prestazione nel retro dell’albergo, tra cesti di lenzuola sporche e neon sbiaditi.
Dopo essersi ricomposta e ravviata i capelli, lei gli aveva chiesto una sigaretta e aveva trascorso le due ore successive a raccontargli della sua terra, la fattoria, gli animali, i suoi fratelli… una storia come tante, di miseria, di guerra e di un’umiliante fuga verso un punto interrogativo più grande di lei, ma meno minaccioso del tuono dei kalashnikov.
Parlava di sé in terza persona, come se lei non ci fosse, come se narrasse la trama di un film per la tv, come se nulla fosse realmente accaduto, come se avesse compiuto tutta una serie di azioni senza provare nulla.
L’uomo non era riuscito a non farglielo notare.
”Quello che sento lo so io, tu non mi hai pagato abbastanza per dirtelo”, aveva risposto brusca. Max l’aveva abbracciata e lei non si era ritratta.
Quando poteva, la passava a trovare all’hotel.
Non aveva scoperto dove e con chi vivesse, ma aveva intuito che fosse sicuramente protetta da un connazionale.
Il suo giro di clienti era assai poco costante; certe sere se ne stava seduta a sorseggiare coca cola annacquata e allora potevano parlare e scappare per qualche mezz’ora tra i carruggi. Qualche volta lui aveva suonato per lei. E Zaira aveva pianto.
“Non ti piace questa canzone?” l’aveva interrogata lui, basito dalla reazione.
“No. È bella, mi ricorda un po’ di cose…”
Dopo averla lasciata sfogare, Max l’aveva presa per mano e accompagnata nella friggitoria di Ines.
Il quel bugigattolo caldo di legno la proprietaria aveva servito alla strana coppia un paio di cartocci “sospesi” dalla gente che viveva nei dintorni e che si affacciava ai poggioli quando lui decideva di esibirsi nei cortili.
La ragazza era scoppiata a ridere: “Se tu suoni tutti ti danno mangiare gratis? Allora si che fai bene! Continua, la musica è la tua moneta”.
Lui aveva sorriso intimidito e una punta di orgoglio gli aveva solleticato il petto.

Quella sera di vento però non portava con sé il profumo dozzinale di Zaira. Max era passato al Triestino ma lei non c’era, forse impegnata con un cliente.
“Peccato, avevo una canzone nuova da farle ascoltare” aveva riflettuto lui.
Non poteva però aspettarla, perché di lì a breve a teatro sarebbe cominciato un gran concerto e lui non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di racimolare un bel po’ di grano dagli elegantoni che stazionavano pigri in piazza prima dello spettacolo.
Se ne stavano impettiti con i flute in mano ed il portafoglio gonfio, pronto ad aprirsi davanti all’arte povera del suo strumento. Il guadagno era proporzionale dall’ebbrezza della mondanità, finestra spalancata sulla media borghesia cittadina, elettrizzata dalle bollicine ed avvolta in taffettà e pashmina.
Vagavano per la piazza mollemente, scrutando tra i volti alla ricerca di un conoscente, un collega, magari un’amante… chiunque fosse vagamente familiare e con cui cimentarsi nella pantomina del “conosce tutti e tutti mi conoscono”.
Il cartellone di presentazione troneggiava nell’ingresso di vetro, una sagoma di carta alta quanto un uomo, con dentro i lineamenti di un viso maschile segnato dai solchi di anni di applausi e di copertine. Folti capelli bianchi erano immortalati in onde seriche su sopracciglia altrettanto folte, piegate come ali di gabbiano sugli occhi chiarissimi e indagatori.
Facile immaginare la sua vita, tra lucidi pianoforti a coda, cortine di fumo al mentolo e dita di whiskey, applausi e cravattini stropicciati.
Aveva il fascino raffinato della noblesse, con una finezza nei tratti piacevolmente stridente con le rughe del viso lungo che tradivano le origini dei nonni lavoratori di campi e allevatori di bestie.

Il naso importante era leggermente storto da un lato e le labbra socchiuse, quasi colte a comporre una parola, forse quella che dava il nome all’album promosso: Snob.
In quella, unica, sillaba intitolava quindi un piccolo universo a sé, gravitante intorno all’élite di della musica orchestrale.
Max trovava ridicolo concentrare in un titolo la serie di emozioni che le note sanno rappresentare. La musica era stata creata per tutti, per chiunque sapesse ascoltare, non importava il livello culturale o i trascorsi, o l’estrazione sociale. La vedeva come un’alchimia arcaica, un’affinità popolare, un mezzo per riunire cuori e menti e corpi, facendoli sognare e ballare immergendoli in un’atmosfera senza tempo, senza prezzo. “Le canzoni sono democratiche e appartengono ad ognuno di noi, che a modo suo le fa proprie, le plasma, come un vestito cucito apposta per la nostra anima. La Musica è ciò che aiuta a sorridere ma che aiuta anche a piangere…”.

Così rifletteva il suonatore muovendo il mantice della fisarmonica avanti e indietro, ondeggiando tra la folla elegante.
Cullato dalla languida rumba che compose sul momento inseguendo le note con le dita, nemmeno si accorse che la gente, al rintocco dell’orologio della torre marinara, era sciamata mormorante verso le vetrate aperte, inghiottita dalla luce abbagliante dei lampadari di cristallo.
Lui si ritrovò d’un tratto solo, abbracciato languidamente al suo sogno appeso al collo, nel baluginare dei lampioni sensibili alla notte.
Una cartaccia danzava in circolo ai suoi piedi.
Stranito, si lasciò cadere sullo scalone di ingresso, respirando forte e sentendosi all’improvviso solo.
Neanche Nanda era passata di lì, quella sera.
Spesso si facevano compagnia in quelle notti pallide e lei gli offriva sempre un goccio del suo vinello da quattro soldi.
Il Palazzo Ducale era la sua corte immaginaria, per lei regina delle immondizie.

Anziana ormai, sdentata e fiaccata dal tempo e dalla vita di strada, aveva scavalcato un passato difficile, molti anni della giovinezza passati tra orfanotrofi e reparti psichiatrici, una famiglia che l’aveva lasciata alle cure di un centro di recupero dal quale era presto scappata, con i suoi cartoni per dormire all’aperto e qualche libro consunto.
Max aveva ricostruito la sua storia dai tanti stralci di racconti, figli di qualche sbronza e bagnati da qualche lacrima orgogliosa.
Lui la lasciava sfogare, triste o rabbiosa o euforica che fosse, ed era quello l’unico modo per andarci d’accordo.
La donna ricordava però, che in qualche momento della sua giovinezza, l’incontro con un uomo di cultura che le aveva spalancato le porte altolocate dello spettacolo, dell’opera…e lei aveva imparato presto a modulare la sua bella voce tanto da poter interpretare con acuti gorgheggi quelle arie così complesse. Conosceva a memoria molti dei classici, dalla Turandot alla Traviata, da Madama Butterfly a La Boheme…
Poi anche quella breve favola si era spenta come un cerino, lasciando solo odore di zolfo, solitudine e pazzia.
Per anni Nanda era stata confinata in qualche istituto psichiatrico, colpevole di qualche reazione violenta, forse nei confronti dell’ex amante…
Da tempo dormiva dalle suore nel convento in collina, con il divieto assoluto, e a volte salvifico, bere in quel luogo sacro. Lei resisteva qualche giorno poi se ne andava sbattendo il portone e cercava rifugio al dormitorio dove litigava puntualmente con qualche clandestina per accaparrarsi il letto più pulito. E di nuovo si ubriacava senza ritegno, in modo da giocarsi anche lì la possibilità di un ricovero.
Molte volte Max era stato tentato di offrirle una notte in qualche ostello, ma temeva di offenderla; lei odiava il compatimento e preferiva rintanarsi nel suo giaciglio di coperte e carta e abbracciare l’amata bottiglia guardando il lato cupo del mare.

Aveva un carattere forte, Nanda. Spesso diventava aggressiva, alterata dal troppo alcol, e sbraitava contro i passanti, come a voler dar voce al disagio quasi fisico di chi, in qualche modo, era stata delusa e umiliata, fraintesa e ghettizzata.
Lui lo percepiva come attraverso un sesto senso che gli morsicava lo stomaco quando la guardava negli occhi irrequieti, ma mai aveva avuto il coraggio di chiederle più di quanto gli fosse stato spontaneamente raccontato.
Quando girava bene lei gli chiedeva di suonare e produceva con le corde vocali un suono delicato e intenso allo tesso tempo, seguendo la lirica ed i suoi difficili passaggi. E diventava quasi bella in quei momenti, quasi una Casta Diva vestita di colori sgargianti, del tutto dissimili dalle tute di acetato che le passava la parrocchia.
L’uomo con la fisa sospirò sentendosi un po’ solo in mezzo alla calca che sgomitava con signorilità malcelata per accedere all’ingresso. In pochi minuti l’atrio rimase deserto e silenzioso.
Max si spostò sul retro, verso gli ingressi riservati agli artisti. Lì poteva riposare almeno fino all’ intervallo, contare il piccolo gruzzolo che aveva raccolto e pensare a come spenderlo, se per un gelato offerto a Zaira o qualche birra per lui e Nanda.
Altre necessità non aveva. Il suo bugigattolo fronte-porto lasciatogli da sua madre lo aspettava, arredato con vecchi mobili recuperati dal robivecchi e con luce, acqua e gas autonomi, ovvero lanterne, candele, taniche riempite alle fontane nottetempo e bombola per il fornellino da campo. Nell’alveare della città vecchia il suo piccolo angolo malconcio era ben nascosto tra il retro bottega di un calzolaio e le cantine in disuso di un antico palazzo, e sicuro.
Se si alzava in punta di piedi oltre la finestrella, che non era più che una feritoia isolata ed oscurata da cartoni, Max poteva vedere il mare.

Aveva luce per leggere e scrivere, acqua per lavare sé stesso e i suoi abiti, poteva difendersi dall’umido invernale con una stufetta a gas così come scaldarsi gli avanzi della cena. Insomma, quella era casa sua e non ne avrebbe desiderata un’altra.
A volte, quando poteva, si regalava una dolce notte con Zaira in qualche pensione sul porto.
Preferiva non accumulare denaro e utilizzarlo il prima possibile, come un bandito con la refurtiva.
Certo, un po’ di grano faceva comodo e c’erano migliaia di oggetti che Max desiderava, da donare alle sue amiche od a se stesso, ma non possederli era il solo modo per apprezzarli davvero e per non sprecarli, accantonarli, vederli invecchiare inutili.  Così gli aveva insegnato sua madre.
E così lui faceva, pacifico e soddisfatto di suonare per ciò di cui necessitava al momento.
Per questo trovava ogni volta comica quella parata di duchi e duchesse della repubblica marinara, come li chiamava Nanda., e tutto lo scintillio ed un fruscio di sete per dimostrare poi l’inutilità dell’apparenza.
Si accucciò per terra, con lo strumento dormiente nella custodia ed i fogli dei pentagrammati ad attendere i suoi tratti di penna.
La luna bucata da un tratto di nuvola scura si tirava dietro il velo cheto della notte e sulla sua scia umida calò il silenzio dell’ascolto, ad assecondare il musicista nell’opera di composizione di una nuova melodia.
Max osservava le note danzare gioiose sulle linee dello spartito, arrampicandosi tra le ottave, saltellando agili tra le pause per raggiungere i piani e i forti e ritrovarsi a muovere la sincope con crescente armonia.
Assorto nella creazione, il musicista non si accorse della voluta di fumo legnoso che saliva lento nell’aria pesante di pioggia, come erica sul muro vecchio del palazzo.
Proveniva da una dura pipa in radica, a sua volta celata tra le pieghe di un colletto impermeabile.

La figura avvolta in un trench scuro e cappello classico Borsalino fumava, ed osservava con sguardo pigro, come se l’unico senso attivo fosse il suo orecchio pronto a cogliere le vibrazioni sonore che uscivano lievi dallo strumento.
Intanto, qualche tozza goccia di pioggia aveva cominciato timidamente a macchiare i gradini del teatro.
Secco come una fucilata, un tuono scosse il cielo asfaltato della sera seguito da una crepa di luce.
La concentrazione saliva e la scrittura si faceva più frenetica, mentre Max si rannicchiava su se stesso e sulla propria fisa, come ad assorbirne i suoni.
Solo dopo alcuni minuti, notò finalmente le scarpe lunghe e lucide dell’uomo a un metro da sé. Si era avvicinato quasi danzando tra la pioggia sempre più fitta.
Max fu sorpreso da quello sguardo penetrante, dai baffi gialli di nicotina mossi dal fremito mentre le labbra stringevano il beccuccio della pipa che sbuffava ritmica, come annoiata.
L’uomo sollevò il mento aristocratico e si grattò il naso bitorzoluto con un gesto che poco si addiceva all’eleganza del suo abbigliamento.
Il baluginare dei lampioni giocava sui solchi della sua faccia, rendendoli più scolpiti nella roccia chiara della pelle. Era severo, duro e impenetrabile proprio come il marmo.
Si osservarono a lungo, mentre crescerà lo scrosciare della pioggia intorno a loro.
Dopo un’ultima lunghissima boccata di fumo, l’uomo con il cappello si strinse nelle spalle e guardando altrove chiese: – Chi sei ? Cosa suoni? –
Max fu colto da un brivido e gli mostrò il suo strumento, sollevandolo con delicatezza come un infante.
L’altro annuì per niente stupito.
– Lo sapevo. – commentò.
Quella voce e quei tratti gli erano famigliari, ma ne aveva un ricordo statico o comunque filtrato, virtuale, forse solo figlio di schermi e carta; nulla di tangibile insomma, di concreto, e che in qualche modo si sposasse con quella voce roca. L’odore denso della pipa penetrò l’aria sospesa tra loro.

La soggezione lo zittiva, proprio lui che alla parola “suonare” avrebbe potuto intrattenere chiunque per ore.
– Se riesci a star dietro agli altri, ho un fisarmonicista da sostituire, stasera.
– Non so, dottore…- rispose stupefatto Max.
– Non sono dottore, sono avvocato – ribadì seccamente l’uomo in nero – e se accetti sarai pagato, ma devi suonare bene. Ci sono settecento persone in quel teatro che aspettano.
La bocca di Max si spalancò in una “oh” di stupore. Quella persona che gli stava chiedendo di far parte della sua orchestra era la star internazionale che incantava da anni ogni angolo d’ Europa e d’ America con il suo sound contaminato da blues, jazz, ritmi afro-cubani e testi densi di significato, storie di province del mondo narrate inseguendo un assolo di sax, un giro di basso, un trillo di flauto.
Lui era quel signore altolocato ed elegante, figlio della noblesse ma legato alla terra di un paese piovoso del nord, che con il suo pianoforte e il suo genio aveva conquistato il pubblico più esigente, suonato nel lusso di velluto dei teatri barocchi di Londra, Parigi, Vienna così come nell’acciaio pretenzioso dei grandi palazzi di New York, Chicago, Boston, o nel fumo colorato dei neon di San Paulo, Caracas, Città del Messico. Lui che fabulava di uomini soli e disorientati, con toni buffi o gravi, con quella voce nasale e profonda, cantava il bisogno di vivere guardando l’orizzonte, di conquistare almeno un pezzetto di strada per corrervi sopra; …lui che dirigeva i più talentuosi musicisti del mondo, tutti vibranti nell’attesa di un suo cenno solenne, e che con il pubblico non comunicava semplicemente battendo con la mano aperta sulla sua pancia il tempo delle canzoni e che a fine show ricompensava con un cenno quell’entusiasmo che nutriva da anni il suo indiscusso successo. Come a dire che la Musica con la M maiuscola non ha bisogno di discorsi, ma si accontenta di evocare emozioni.

Era proprio lui quell’uomo snob del manifesto, e in quel momento a Max pareva un Dio.
Le nubi oltre la sua testa canuta scivolavano sinistre, abbassando la cresta alla sua altezza, come per un saluto ossequioso.
Max, quasi di colpo, si sorprese ad immaginarsi strizzato in un tight rigido con lucide scarpe strette a costringergli i piedi, come un nodo di farfallino di seta a premere contro la giugulare.
Sentì concretamente il calore polveroso delle luci del palco, lo scricchiolio lamentoso del legno, la presenza buia del pubblico tossicchiante, la pesantezza del velluto del sipario, e le mani cominciarono a tremargli violentemente mentre una vertigine parve ribaltare l’asse della terra.
Erano decenni che non calcava la scena, da quando l’esile direttore l’aveva allontanato dall’orchestra perché si era presentato alticcio alle prove. Non accadeva spesso che esagerasse con la bottiglia, ma quella era stata una giornata storta e quel vinello in offerta al market lo aveva aiutato a trovare le energie per presentarsi in teatro, barcollante ma allegro.
Max aveva ancora in bocca il sapore aspro dell’alcool e della vergogna. E allora aveva deciso di “spendere” la sua musica tra fiere contadine e concerti in piazza, alternandosi tra palchetti e scalini, piccoli porti e spiagge umide.
– Sei ubriaco? – chiese l’altro uomo
– No, dott…avvocato. È che non mi sento di… –
– Ho capito. Nessun problema. – e così dicendo gli allungò una banconota arrotolata, sbuffando insieme alla pipa.
La sua espressione un po’ arcigna non mutò, anche se un’ombra sottile ne attraversò lo sguardo ceruleo. Forse delusione…o comprensione, chissà!
Max non prese il denaro. – Maestro… io non sono degno della sua proposta – sospirò – non sono stato sempre così per strada. Suonavo nell’orchestra della mia città ed ero un bravo musicista! Ora però ho smesso, vivo alla giornata, suono per chi mi ascolta e sono felice. Non voglio sembrare sfrontato, non sono nulla in confronto a Lei che è famoso, ma…

L’avvocato alzò una mano enorme davanti al viso, a stoppare le parole farfugliate dell’ometto davanti a lui.
– Ti ho scelto perché ti ho sentito prima, dai camerini, mentre usavi lo strumento in piazza. Hai buon orecchio e dita veloci. Meglio di altri con cui condivido i concerti! Se non ti interessa ne trovo un altro, va bene così. Prendi almeno questi e non andare a berteli subito – e gli porse nuovamente le banconote.
– No, signore. Non ne ho bisogno. Mi basta che Lei mi abbia ascoltato. Sono onorato di averla conosciuta. – rispose sorridente Max – se non le dispiace continuo il mio lavoro. Lo sa meglio di me: quando si ha in testa una melodia bisogna subito scriverla sulla carta, se no se la porta via il vento –
E così dicendo si riposizionò a gambe incrociate incurante della pozzanghera creata ai suoi piedi dalla pioggia finalmente meno violenta, solo un tamburellare sommesso sui ciottoli.
Tutto tacque e il tempo parve arrestarsi per un attimo: il traffico, il vento, persino la risacca, in un istante sospeso e denso, fino a quando l’uomo elegante scopri i denti in un ghigno di commiato: – Stammi bene, tu e la tua fisarmonica – e scomparve in uno svolazzo, così come era venuto.
Max lo guardò allontanarsi seguito dall’ombra cucita ai suoi piedi e respirò l’ultimo fiato aromatico della pipa.
Era stata serena la sua scelta, senza il minimo indugio né rimpianto. Un mezzo sorriso gli tese il volto spianandogli le rughe.
Max non sapeva ancora che l’avvocato, quella notte dopo il concerto, avrebbe scritto una delle canzoni più belle e famose proprio in ricordo del loro strambo incontro.
Lui pensava solo a finire la sua musica e a quando l’avrebbe fatta ascoltare all’amica Nanda e in quale friggitoria dei carruggi avrebbe potuto portare a credito la sua Zaira per festeggiare la nuova composizione.
Si immaginò anche quanto le sarebbe sembrata bella alla luce nuda delle lampadine della strada, mentre il suono languido della sua fisarmonica avrebbe scaldato per un po’ quella sera di pioggia, facendoli danzare nel vento, come foulard.

Lo scoglio dell’amore

di Andrea Mauri

Sami nuotava con disinvoltura nel mare che conosceva bene. Il vento da nord schiaffeggiava di spuma azzurrognola gli scogli della baia nascosta. Ma non gli importava se la corrente giocava brutti scherzi. Per il suo diciottesimo compleanno aveva deciso di perlustrare lo scoglio dell’amore.

Anche quella mattina, prima di scendere al molo e tuffarsi, si era affacciato alla veranda. Le nuvole procedevano spedite, bianche, una dietro l’altra, affannate a inseguire l’orizzonte mobile del mare. Suo padre fumava seduto sulla sedia di paglia. La barba ormai bianca per le lunghe notti trascorse in mezzo al mare – lo stesso che ora osservava da lontano – si illuminava e si oscurava al passare delle nuvole, in perfetta sintonia con il cambio di luce nel bosco di ulivi e cipressi che circondava la casa. Sami baciò il padre sulla fronte, nel consueto gesto di ogni mattina. Lui spense la sigaretta e spostò lo sguardo dal mare al figlio.
“Oggi c’è vento da nord. Il mare aumenterà con il passare delle ore”.
Sami sfoderò il sorriso più disarmante. “Me l’hai detto la notte del naufragio. Ricordi? Sei stato tu a dirmi che quell’imbarcazione aveva perso la rotta per poi sfracellarsi sullo scoglio dell’amore. Mi hai detto: quello scoglio non perdona. Ricordi? Quel giorno mi hai assicurato che da grande avrei capito. Oggi sono grande, papà, ed è il momento di andare”.
La strada dalla casa al molo scendeva rapidamente. Sami, come sempre, si girò verso il padre seduto in veranda prima che la discesa lo nascondesse alla sguardo. Lo vide alzarsi e lo sentì gridare a ricordargli che il vento soffiava da nord.

Il mare dell’isola aveva modellato i muscoli del ragazzo. Con la corrente che frenava la spinta del corpo e faceva ingoiare acqua salmastra ci sarebbero volute un paio d’ore. Sami calcolava il tempo della traversata, considerando quello che gli aveva detto il padre: in giornate di calma piatta occorre almeno un’ora di bracciate possenti e ritmate. Ma soffiava il vento da nord.
Il petto e il torace ampi, le spalle tornite e salde, il dorso largo e aperto assicuravano al ragazzo una buona resistenza. Da quando compì dodici anni, tutti i pomeriggi d’estate, alle quattro – l’ora in cui il sole iniziava la discesa dietro la cima più alta dell’isola – Sami si tuffava dal molo e attraversava la baia da un estremo all’altro, migliorando giorno dopo giorno i suoi risultati. Quel petto, quel torace e quel dorso si sottoposero a sforzi persistenti, che ora lo aiutavano a superare le correnti che dividevano la baia dallo scoglio dell’amore. Però quel giorno del suo diciottesimo compleanno non si sentiva abbastanza forte. Combatteva un insolito tremolio alle gambe, che lo spaventò. I muscoli non rispondevano ai comandi, come se percepissero le correnti del nord. Come se l’aria ingannatrice si fosse insinuata tra i tessuti e scuotesse quelle gambe, che il ragazzo rimproverava di non essere abbastanza allenate.  Si tuffò. Non c’era altra via d’uscita. E le bracciate lo sostenevano, mentre le gambe avevano preso un ritmo scoordinato, che non gli permetteva di avanzare come sperava. A metà percorso, quando lo scoglio dell’amore si poteva quasi toccare con lo sguardo falsato dall’orizzonte, quando Sami era convinto che poche bracciate lo avrebbero portato a destinazione, il ragazzo si scontrò con la forza del mare evocata dal padre e con le onde gonfiate dal vento del nord, che gli impedirono di procedere nella giusta direzione. Lo scoglio in realtà era ancora lontano, ma lui non voleva lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Sapeva come reagire in questo frangente. Ne aveva rubato il segreto al padre e ai suoi racconti di pesca notturna in alto mare, quando il buio sembrava inghiottire l’imbarcazione e quando masse scure d’acqua diventavano visibili solo per via delle creste bianche e capricciose delle onde, che rispedivano l’equipaggio al largo invece di procedere verso la salvezza. In quelle notti, raccontava il padre di Sami, la forza di volontà era l’unico strumento che poteva cristallizzare le colonne d’acqua. La volontà agiva come un catalizzatore di onde. E le bloccava nel loro saliscendi mortale. Era come se il peschereccio cominciasse a volare sulla tempesta. Sotto la chiglia prendeva forma una forza estranea, sconosciuta, simile a due mani possenti che spingevano la barca verso la baia riparata dai venti e verso la salvezza a velocità accelerata. Il miracolo del mare, come lo chiamava il padre. E Sami teneva a mente ogni parola di questo racconto. Era pronto a riprodurre il miracolo, nuotando con bracciate costanti che producevano una spinta decisa sott’acqua e calibrando il respiro e l’ossigeno nei muscoli per far funzionare a perfezione la macchina del corpo. La corrente generata dai venti del nord giocava brutti scherzi. Sami conosceva anche questo, ma non sembrava preoccuparsene. Nuotava e si concentrava per raggiungere lo scoglio dell’amore, deciso a scoprire che cosa succedeva laggiù. La spuma bianca delle oche del mare – come suo padre chiamava le creste schiumate delle onde – lo ricopriva del tutto e frenava la sua traversata. Senza spegnere però il desiderio di arrivare in qualsiasi condizione a quello scoglio misterioso.

L’esplorazione che Sami aveva sognato per anni interi, la voglia di andare alla scoperta del mistero di cui tanto si chiacchierava sull’isola, per dimostrare al mondo intero di essere ormai adulto, spinsero il ragazzo a mettersi alla prova. L’isolotto, delle dimensioni simili a una delle grandi navi che solcano l’orizzonte e che si palesano all’improvviso come macchie scure allo sguardo affaticato e disorientato dalla scia argentata della luna, un tempo faceva parte dell’isola grande sotto forma di roccia fragile battuta dal vento e dalle onde. Un terremoto sconvolse quell’angolo di terra e buona parte della costa sprofondò nella distesa d’acqua. Sami e tutti gli altri abitanti dell’isola grande immaginarono che nel momento esatto della scossa più forte la roccia si spaccò in due. Un pezzo di quella scogliera si tuffò in mare con un tonfo tale da scuotere la terra per un raggio di centinaia di miglia e da quel tonfo esteso nacque l’isolotto, che con l’andare del tempo divenne lo scoglio dell’amore. Le acque circostanti il nuovo territorio non si ripresero più dallo shock del terremoto e tuttora muggiscono, si avvitano e si contorcono formando mulinelli e gorghi di spuma trasparente, che ribolle come gas sotterraneo. In uno di quei gorghi si bloccò Sami con il suo corpo atletico, risucchiato e risputato dalle correnti del mare, quasi invidiose del ragazzo. La passione di Sami, così tenace, aggrappata ai muscoli e alla pelle, lo riacciuffò dal fondo di un vortice, mentre un essere misterioso lo trascinò a riva e gli permise di toccare il suolo dello scoglio dell’amore, quel suolo inviolato a memoria d’uomo, quel mistero che aspettava di essere svelato.

Il fitto bosco di ulivi e cipressi era il luogo ideale per nascondersi. La roccia dell’isolotto aveva sofferto per quel lontano terremoto. Le pietre lacerate dagli scossoni della crosta terrestre furono ricompensate con una vegetazione rigogliosa da sfoggiare, ancora più rigogliosa rispetto agli arbusti dell’isola grande, che invece andavano via via perdendo le chiome migliori. Ermione si era rifugiata in quella boscaglia dopo aver abbandonato l’isola che l’aveva emarginata.
L’unica spiaggia dell’isolotto era un lembo di ghiaia fina, mista a ciottoli levigati dal mare. Il corpo addormentato di Sami era bagnato dalle onde più impertinenti. Ermione si fermò a guardare quel ragazzo dai muscoli possenti, gonfi della lunga nuotata e dell’acqua che i gorghi li costrinsero a faticare, a spingere con le bracciate e a faticare, a spingere e spingere ancora per non cedere alle correnti. Sami era forte e ce l’aveva fatta. Aveva perso conoscenza, ma in qualche modo era sbarcato sullo scoglio dell’amore ed Ermione era lì, vicino a lui a contemplarne le fattezze, mentre lo trascinava fuori dall’acqua, seduta accanto a lui aspettando che il sole caldo lo risvegliasse. Accucciata vicino a quel corpo, lo fissava come un feticcio da adorare. Ne scrutava ogni dettaglio con il pudore e la vergogna di chi non incontrava essere umano da troppi anni ormai. La pelle tesa, biancastra e rilucente per via dei piccoli granelli di sale che vi si erano depositati, confermava la giovane età di Sami. Ermione ne tracciava i confini con le dita, ben attenta a non toccarlo per permettere al sole di completare l’effetto terapeutico su quel corpo disteso sulla riva. Anche il mare si era calmato. Aveva preferito avvolgersi di silenzio per rispettare il sonno del ragazzo. Ermione guardava il corpo giovane e spostava lo sguardo sul suo, di corpo. Indugiava sull’equilibrio perfetto di Sami e detestava l’anomalia che l’aveva costretta a fuggire. Intuiva che Sami avesse appena compiuto diciotto anni. Le linee regolari dei genitali erano quelle che aveva lei, a quella stessa età. La natura però, oltre alle parti maschili, le aveva regalato pure un seno delicato, non prepotente, ma che non aveva timore a mostrarsi sotto i vestiti.

Ermione abbandonò l’isola grande il giorno del suo diciottesimo compleanno. Come Sami. A differenza di lui, non aveva pianificato la fuga. Era però stanca di trascorrere il tempo rinchiusa nella sua stanza, in una casa che i genitori avevano comprato lontano dal paese e dalle malelingue ed era esausta di spiegare che si sentiva femmina nonostante i genitali maschili. Il viso leggermente squadrato era ingentilito da occhi cerulei e inspiegabilmente profondi. I capelli biondo cenere accentuavano il candore delle guance, spigolose in alcuni punti, non troppo mascoline. Seni, fianchi e gambe avevano forme femminili a tutti gli effetti. Ma non bastava. Quel maledetto pene aveva significato emarginazione. Non riusciva a spiegare che si sentiva femmina anche per via della voce profonda, a tratti ibrida, come se a parlare fosse un adolescente in trasformazione. Non la credevano. E allora Ermione fantasticava di vivere un giorno in un posto della terra dove fosse sconosciuta e potesse cullarsi nel suo segreto. Non aveva pianificato la fuga il giorno del suo diciottesimo compleanno, ma quel giorno che doveva essere di festa, i genitori l’avevano esasperata. Proprio quel giorno che Ermione aspettava speranzosa, perché desiderava un compleanno normale. Voleva fare come tutti i ragazzi della sua età: sentirsi importante perché si affacciava alla vita vera e uscire a scoprire il mondo, anche se il suo mondo era un’isola che l’aveva relegata in casa come un’appestata.

Persino i coetanei la umiliavano. Le compagne di scuola soprattutto. Un giorno, una di queste, la più scaltra e la più sfacciata, durante la ricreazione entrò nel bagno dove Ermione si era chiusa e le vide gli organi genitali maschili. Scoppiò uno scandalo nell’istituto: genitori in rivolta, preside imbarazzato e incapace a gestire la protesta di gente impaurita da un essere diverso. La soluzione che mise d’accordo tutti fu quella di allontanare Ermione. Emarginata in casa e cacciata via da scuola. Così iniziarono le fughe notturne. In estate scendeva fino alla baia e si tuffava nel mare inchiostro. Nuotava. Nuotava senza sosta. Solo i pesci sapevano quanto nuotasse, fino allo sfinimento. Arrivò al punto di raggiungere l’isolotto con il fiato spezzato, ma i muscoli ancora tesi. Mentre nuotava non pensava a nulla. Non immaginava che di lì a poco sarebbe sparita agli occhi del mondo, del suo mondo, che poi non era altro che un’isola. E proprio quando avrebbe compiuto diciotto anni. Quel giorno i genitori si erano opposti ferocemente a che lei uscisse da sola, anche per comprarsi un gelato. Un semplice gelato come regalo di compleanno. In uno scatto d’ira Ermione oltrepassò la porta di casa correndo, e annusò l’aria. Non c’era vento da nord e il mare era calmo. Il desiderio di esplorare il mondo, insieme alla voglia di sparire dalla faccia della terra, le fecero venire in mente l’isolotto.

“Non mi fai paura”, disse Sami alla fine del racconto.
“Sei sincero? Oppure è solo riconoscenza per averti salvato la vita?”.
Ermione non sapeva che l’isolotto dove viveva era oramai conosciuto come lo scoglio dell’amore. Non sapeva che in parecchi avevano tentato di raggiungere quel luogo misterioso, ma erano stati inghiottiti da gorghi e mulinelli. Fu Sami a raccontarglielo non appena si sentì meglio grazie al sole e alle cure della donna. Ermione ascoltò, lasciando libera la curiosità per quel ragazzo così giovane.
“Chi c’è ad aspettarti dall’altra parte del mare?”, gli domandò.
“Mio padre”.
“Penserà che hai fatto una brutta fine”.
“Siamo abituati ad aspettare chi sparisce in mare. Prima o poi torna al punto di partenza. Tutti ritornano. Tutti, tranne mia madre. Lei è scappata per sempre e mio padre si è rifiutato di aspettarla. Perché lei non è sparita in mare, come gli altri. E’ fuggita sulla terraferma. Mio padre non mi ha mai spiegato il perché. L’ho capito più tardi. Mi diceva solamente di stare attento a chi viene inghiottito dalla terra. Da quel mondo di rocce e pietre non si torna indietro”.
Il piccolo spazio ricavato dentro uno scoglio spaccato a metà impediva a entrambi di muoversi liberamente. Ermione era nuda davanti al ragazzo. Aveva perso la consuetudine dei vestiti durante l’estate. Mostrava con naturalezza il seno non più fresco e il pene rimasto stranamente giovane.
“Davvero non ti ho spaventato?”.
Sami la guardò senza malizia.

Quelle poche cose che Sami conosceva sul sesso le aveva apprese dal gruppo di amici. Dalla primavera all’autunno l’appuntamento fisso di tutte le sere era al molo, giù in fondo alla strada. Non c’era un granché da fare nel villaggio. Sami e gli amici si costruivano mondi da esplorare sotto il cielo stellato delle notti più limpide. Invidiava chi ne sapeva più di lui e quando si parlava delle ragazze ancora bambine, avrebbe voluto che a spiegargli queste cose da uomini fosse stato suo padre. Ma l’argomento era tabù in famiglia. Tra una battuta di pesca e l’altra stavano poco tempo insieme e il padre aveva  sempre qualcos’altro di urgente di cui parlare. Dopo che la madre abbandonò entrambi, Sami passava giorni interi a casa di una vicina, quando il padre rimaneva in mezzo al mare. La donna alla quale era stato affidato era velata di tristezza. Portava un copricapo nero, con il sole o con la pioggia, e passava buona parte della giornata a pregare il marito davanti alla sua fotografia ben ordinata su di un altarino casalingo. La camera da letto sembrava oscillare al tremolio irregolare dei lumini rossi e si riempiva del lamento tipico delle donne che hanno perduto il marito in quel mare che tutto inghiottiva. Chissà se il sesso era mai entrato in quella stanza da letto, si chiedeva Sami spiando la donna velata che dondolava il corpo in moto perpetuo. Nessuno avrebbe soddisfatto la sua curiosità. Rimaneva il gruppo di amici al molo per fantasticare sulle sorprese della vita.

La prima idea che gli venne in mente fu quella di associare Ermione a un alieno: un corpo che concentrava in sé il maschio e la femmina doveva arrivare da un altro pianeta. Ma ne sapeva così poco di sesso, che quella doppia offerta  non l’aveva disgustato del tutto. Anche se subito dopo il risveglio sullo scoglio dell’amore – ma questo non lo disse a Ermione – ebbe l’istinto di fuggire. La mancanza di energie e un senso sconosciuto di pesantezza lo avevano però ancorato alla spiaggia. Bloccato su quei sassi, si mise a fantasticare, come in preda a un delirio febbrile, su quel corpo modellato dal sole e dal vento, disegnato dalle correnti del mare. Ecco ci siamo, pensava. Eccoci davanti al mistero dello scoglio dell’amore, dove fluidi invisibili si mescolano alle correnti spumose per forgiare corpi dagli strani attributi. Era questa donna e questo uomo in una sola anima, che tutti volevano conoscere? Si spaventò al risveglio con il contatto della parte maschile di Ermione contro il suo corpo. Provò una repulsione nuova, una contrazione dei muscoli che a stento riusciva a controllare. Si irrigidì per bloccare le gambe che volevano correre lontano. Non era in grado di muoversi. Non poteva farcela. Ma non era solo la debolezza a trattenerlo. Un particolare di Ermione lo colpì. Lei aveva lo sguardo di sua madre, quello stesso sguardo tenero, l’ultimo con cui lo guardò prima di fuggire e abbandonarlo al suo destino, senza quegli abbracci necessari perché un bambino diventi uomo. Ermione fissava il ragazzo con gli stessi occhi cerulei che lo avevano reso felice da piccolo.

“Hai mai pensato di tornare sull’isola grande?”.
Ermione non era sicura di voler rispondere. Non aveva idea di che cosa dire. Preferì accarezzare Sami in silenzio per non distrarlo dallo spettacolo del tramonto e della luce via via più calda sulla costa di fronte, al di là del canale.
“Sono passati parecchi anni. Molti di quelli che conoscevi sono morti. Nessuno scoprirebbe il tuo segreto”.
“Non appartengo più al vostro mondo. Questa striscia d’acqua che ci separa non potrà mai farmi tornare come prima. La natura mi ha consegnato a questo luogo. Questa è la mia vita”.
Sami mostrò il sorriso di chi si affaccia con timidezza all’età adulta.
“Hai gli occhi di mia madre”, disse fissando Ermione.
Una nave grande fendeva le acque con un rumore simile alle pietre della scogliera che rotolano verso il mare per tuffarcisi dentro. Entrambi si voltarono verso l’orizzonte, che si era colorato di un rosso violento. L’imbarcazione filava veloce sulla superficie calma dell’acqua e alzava ai lati una schiuma biancastra. Più il motore rombava, più le onde si inseguivano.  Ogni muro, ogni barriera crollò sotto i colpi di quella spuma spinta fino a riva.

Arrivò in fretta la fine dell’estate. Sullo scoglio dell’amore ancora più velocemente che sull’isola grande. A breve i venti da nord avrebbero soffiato sul serio.
“Sei forte abbastanza per tornare a casa. Adesso le correnti sono favorevoli. Ti chiedo solo una cosa. Non so quanto tempo mi resterà da vivere. Quando vedrai dalla veranda di casa questo scoglio, pensami almeno una volta al giorno. Pensami anche se non saprai se sono ancora viva. Il tuo pensiero sarà linfa vitale per me”.
I pescatori non credettero ai loro occhi, quando videro Sami avvicinarsi alla riva. Il padre aveva raccontato a tutto il villaggio l’avventura del figlio. La ripeteva come una litania, come un mantra per invocarne il ritorno. Due uomini più robusti aiutarono il ragazzo a salire sul molo e lo adagiarono al sole, adesso meno violento. Le cure di Ermione lo avevano trasformato in un uomo. Non aveva perso conoscenza come all’andata. Rimase immobile per recuperare le forze, mentre osservava il suo corpo diventato più grande. Nel brusio del porto si consolava con il ricordo di Ermione. Lei gli aveva insegnato che cosa vuol dire essere amato da una madre. Sentiva di aver colmato la parte che gli mancava e di potersi finalmente liberare del fantasma che lo tormentava. Disteso sul molo per riprendersi dalla traversata, il suo volto rifletteva una nuova consapevolezza. I pescatori capirono subito. Capirono che il ragazzo aveva raggiunto lo scoglio dell’amore, che l’avventura di Sami non era stata una bravata da diciottesimo compleanno. Era l’unico ad aver svelato il mistero dell’isolotto. Ne ebbero paura, perché da quel momento in poi il ragazzo non sarebbe stato più uno di loro. Li separava la verità dall’altra parte del canale.

Si era intanto sparsa la voce del ritorno e giù al molo si era formato un capannello di gente. Riprese le forze, Sami si guardò intorno senza spiegarsi tutto quel clamore. Chi sorrideva senza troppo entusiasmo, chi gli dava pacche poco convinte sulla spalla e chi rimaneva attonito o indifferente. Tra la gente del villaggio non vide suo padre. Tentò la corsa verso casa. Voleva chiedergli scusa. La salita sembrava più faticosa del solito. La fretta di incontrarlo lo frenava. E lo frenava pure  la paura di essere respinto. La luce vista dalla veranda, nel punto più alto del villaggio, scendeva fino al mare e travolgeva tutto quello che incontrava, anche a fine estate. Sami trovò il vecchio padre seduto sulla sedia, immobile, a fissare l’infinito, esattamente come l’aveva lasciato tre mesi prima. Sembrava non essersi mai mosso di lì. Sembrava abbandonato a qualcosa più grande di lui. Sembrava non accorgersi più del mondo. Il ragazzo gli si avvicinò in punta di piedi e gli appoggiò una mano sulla spalla. Una lieve scossa gli attraversò i polpastrelli. I muscoli del padre si distesero un po’, ma era troppo stanco per voltare la testa.
“Ora posso morire in pace”.
“Non sono stato il figlio che avresti voluto”.
“Ero sicuro che saresti tornato. Come ho fatto anch’io. Non ho raccontato a nessuno il segreto di Ermione. Ora sei un vero uomo”.
Sami conservava ancora tra le labbra il sapore della pelle di Ermione. Si piegò delicatamente e baciò il padre sulla guancia, come fosse l’ultima volta. Il padre riconobbe quel profumo speciale, quel profumo che si attaccava al corpo e che nemmeno le correnti del nord riuscivano a cancellare. Lo sentì sul corpo e nell’aria e spostando gli occhi verso lo scoglio, dalla parte opposta del canale, li chiuse lentamente.

Il terzo colore

di Chiara Campia

Il cielo era terso.
Il vento leggero sollevava la polvere del campo di battaglia.
Erano le condizioni perfette per lo scontro poiché avevamo la possibilità di guardare negli occhi il nostro nemico, così da imprimerne l’aspetto nei nostri ricordi.
La mia gonna si mosse e notai che la medesima cosa stava capitando alla consorte del Re avversario, i drappi dei nostri abiti si muovevano all’unisono.
Lei notò che la stavo osservando ed i suoi occhi chiari si piantarono nei miei, come se a dividerci non ci fosse un intero campo di battaglia, ma pochi centimetri.
Cosa cercava nelle mie iridi color della pece? Paura? Mai!
Mi voltai verso il Re, mio consorte; i suoi lineamenti erano fieri, seppure segnati dalla stanchezza per le continue battaglie e dalla sofferenza per la malattia che oramai da tempo immemore lo affliggeva, impedendogli di condurre l’azione, come avrebbe richiesto il suo ruolo ed il suo rango.  Ecco perché oggi avrei guidato io l’attacco.
Le sue labbra sottili si piegarono in un sorriso fiducioso, gli accarezzai amorevolmente la guancia quando mi accorsi che la Regina avversaria stava compiendo lo stesso gesto: era una beffa nei nostri confronti? Una arguta strategia per distrarmi dal mio arduo compito? Oppure anche il suo amato era di salute cagionevole?
Quest’ultima ipotesi mi parve così poco probabile da sembrare vera.
I nostri sguardi tornarono ad incrociarsi, come i nostri destini; ritraemmo contemporaneamente il braccio dai nostri compagni e tornammo a concentrarci sui nostri obiettivi.
Lanciai un’occhiata attenta all’esercito schierato di fronte al mio, le forze in campo sembravano simili, per numero e per forza.
Sarebbe stato una lunga battaglia, un duro scontro, di posizione, da condurre colpo dopo colpo. Difficilmente uno degli schieramenti avrebbe avuto la meglio; ogni singola mossa, ogni attacco doveva essere attentamente preparato, ben ponderato, valutandone vantaggi, possibili perdite e relative contromosse.
Quando gli eserciti furono finalmente spiegati, la distanza fra prime linee appariva davvero esigua; tutto era pronto, eppure nessuno sembrava intenzionato a muovere il primo passo.
Un brivido mi attraversò la schiena, quando vidi il Cavallo nemico, dal candido manto bianco, lasciare il Re e avanzare, scalpitando e graffiando il suolo compatto con gli zoccoli.
Ordinai al mio Alfiere di muovere di conseguenza, camminando veloce in linea obliqua, per arrestare l’avanzata dell’animale; il Re si voltò verso di me, compiacendosi della mia reazione.
Dalle file nemiche intanto la fanteria iniziò a muovere verso di noi; fronteggiai l’attacco facendo avanzare i ragazzini della prima linea, come venivano scherzosamente chiamati dalle vedette sulle Torri. Erano di bassa statura, dai movimenti limitati, Pedine necessarie ad aprire realmente il campo alla battaglia; fissai i piccoli camminare sul campo, immaginando senza particolare sforzo il triste destino a cui andavano incontro: perché noi, al riparo nelle retrovie, meritavamo di vivere?
Una Voce, dentro di me o forse proveniente da lontano, mi soffocò la domanda nella mente, come se fosse stata una piccola ma irritante fiammella.
Come prevedibile, i ragazzini lasciarono prematuramente il campo di battaglia e questo non fece altro che spingermi ad arrovellarmi di più sulla questione.
Di nuovo, quella Voce, mi disse che era giusto così, che Io avevo un ruolo di ordine superiore, un obiettivo ultimo da perseguire, a tutti costi.
Nel frattempo, due Pedine dalle candide casacche avanzarono nella mia direzione, il loro passo leggero come quello dei miei piccoli; decisi di contrapporgli la forza dei nostri Cavalli, segnando inesorabilmente il loro destino.
In quell’istante, un dubbio iniziò ad insinuarsi nella mia mente: un’entità esterna, superiore sembrava guidare le mie azioni, con l’unico obiettivo di portare alla vittoria la giusta fazione, la nostra.
Quella Voce stava prendendo il controllo della mia mente, ripetendo ossessivamente queste parole, come un mantra.
– Solo i Migliori vincono. Solo i Migliori –
E Noi dovevamo essere i Migliori, Noi eravamo migliori di Loro, dovevamo combattere per far si che fosse il nostro Nero stendardo a sventolare sul campo.
La battaglia continuava, incessantemente, senza esclusione di colpi.
L’Alfiere dalla bianca armatura, con un’abile mossa, colpì il mio Cavallo dal crine nero, facendolo accasciare al suolo, proprio accanto alla Pedina che poco prima aveva travolto con i suoi zoccoli.
Quella vista sollevò ulteriori dubbi in me: e se Noi non fossimo meglio di Loro? Probabilmente anche Loro non erano meglio di Noi. E poi, cosa voleva dire essere migliori? Quali doti o virtù potevano davvero contraddistinguerci? Cosa ci rendeva realmente gli uni diversi dagli altri? Le nostre storie, il nostro passato non sembravano avere un ruolo in questa partita, era come se non fossimo mai esistiti, come se fossimo nati oggi, per combattere. Per combatterci.
Avevamo dunque un destino comune?
Fissai la terra ormai impregnata di un terzo colore, che non avrebbe reso vincitore né la Bianca compagine né la sua Nera controparte.
Rossa. La terra era rossa come il sangue dei Nostri caduti.
Serrai le labbra; una volta caduti in quel sonno eterno, erano tutti uguali.
Incontrai le iridi limpide della Regina avversaria, sembravano animate dai miei stessi dubbi.
Avrei potuto giurare che stavamo meditando sulle medesime sensazioni.
Le mie angosce erano le sue.
Tornai a domandarmi se davvero ci fosse qualcosa che mi rendeva migliore di lei. La risposta mi rimbombò dentro come un passo in una cattedrale: nulla.
Nulla mi rendeva migliore, forse ero soltanto diversa.
Domande. Ancora domande: due entità diverse possono coesistere o sono portate inesorabilmente a contrapporsi, a distruggersi?
Mi immaginai per un secondo, un mondo dove il Bianco ed il Nero governavano insieme, fondendosi in un universo dalle mille sfumature. Forse ero folle, ma l’idea non mi dispiacque.
La mia visione fu tragicamente interrotta dalla freccia scagliata dalla Torre avversaria, che andò a conficcarsi nel cuore dell’altro mio Alfiere. Guardai la Regina bionda con rabbia, bramando vendetta.
Lei abbassò lo sguardo, come a disconoscere l’accaduto, come a rinnegare l’ordine appena impartito. Vidi le sue labbra muoversi, la sua voce inudibile portare alle mie orecchie due semplici parole: – Mi dispiace –
Le dispiaceva? Ma allora anche Lei stava combattendo contro un’entità esterna, una Voce, oltre che contro di Noi. Forse per Lei la vita dei miei soldati aveva lo stesso valore della vita dei suoi. E se il valore della vita è uguale, allora anche le persone sono uguali, pur nella loro diversità.
La mia rabbia sembrò dissolversi nel vento, quello stesso vento che mosse la mia chioma bruna ed i suoi boccoli dorati, nella stessa direzione.
Diversamente uguali.
Quella definizione sbocciò nelle nostre menti nello stesso istante, ispirandoci un sorriso.
Improvvisamente, venni destata da quello strano torpore, gettai uno sguardo sul campo di battaglia e mi accorsi che la donna di fronte a me era rimasta ormai senza difese, annientate dalle frecce delle mie Torri.
L’occasione era ghiotta. La forza che aveva guidato ogni mio gesto fino a quel momento si impossessò di me, la mia mano prese la spada e le mie gambe mi lanciarono verso le file nemiche. Il tempo di attraversare il campo ed avrei trafitto quella donna, macchiando del terzo colore il suo abito candido e ponendo finalmente fine allo scontro.
Lei sembrò leggere questi tragici propositi nel mio sguardo ed annuì, rassegnata al Suo destino, dignitosa anche nella fine, allargando le braccia quasi a semplificarmi il lavoro.
Sapevamo entrambe che una di noi due non avrebbe visto l’alba di domani, eppure, adesso, a un passo dalla vittoria, con la vita della Regina avversaria ormai nelle Mie mani, tutto tornava improvvisamente ad apparirmi sbagliato. O forse no! Tutto mi divenne incredibilmente chiaro: su quel campo c’era un unico esercito, un unico mondo in cui il terzo colore non avrebbe dovuto avere asilo! Bisogna lottare, certo, ma non per sopraffare un nemico, ma per proteggere la vita dei Nostri soldati, dei Nostri cari.
Fermai la mia corsa, piantai i piedi saldamente nel terreno e conficcai con forza la spada a terra.
Sentii la forza ostile colpirmi, cercando di obbligarmi a compiere ciò che avevo iniziato, udivo forte nella mia mente quella Voce che mi ordinava di procedere, senza indugi, senza tentennamenti.
Mi ribellai con tutte le forze che mi erano rimaste. – No! È sbagliato! – urlai.
Il mio urlo sembrò risvegliare la bionda Regina, riportandola alla nuova situazione che si era venuta a creare; mi fissò, sguainò la spada e la piantò a terra, copiando ancora una volta il mio gesto. Ci rifugiammo entrambe negli occhi dell’altra, in cerca di comprensione, di complicità, finalmente accomunate da un comune, positivo intendimento.

Marta bussò alla porta della camera dei suoi bambini.
– Mamma! – esclamò il più piccolo correndole incontro – È successa una magia! –
Giacomo le prese il polso e la portò davanti alla scacchiera.
Seduta dalla parte dell’esercito nero c’era la figlia maggiore che aveva un’espressione interdetta.
– Ha vinto di nuovo Noemi? –
– Non ci riesce – affermò contento il bimbo.
Marta guardò la figlia – La Regina Nera non si muove – brontolò lei – È come se si fosse appiccicata alla scacchiera –
Anche Marta provò a spostare la pedina ma non ci riuscì – Non so… – sospirò – Non importa, chiediamo poi a papà – sorrise – Adesso andiamo, è ora della merenda! –
I due corsero fuori dalla stanza, ma dopo pochi istanti Giacomo tornò sui suoi passi.
– Mamma, ho pensato che forse loro non vogliono più farsi la guerra –
La mamma lo guardò negli occhi – Giacomo, è solo un gioco. Sono solo pedine. Dai, andiamo –
La mamma si avviò verso la cucina, dove Noemi reclamava la sua merenda, Giacomo invece rimase ancora un po’ a fissare la scacchiera; quando raggiunse gli altri, raccontò di aver visto le due Regine abbracciarsi.

Noi siamo arcobaleno

di Noi che siamo Arcobaleno

Erano di iris quei campi che ricoprivano di un meraviglioso manto blu e viola la nostra città ed è proprio per questo che mi chiamarono Iris,perché ricordavano il colore della mia macchia.
Ecco, ci siamo, ancora qualche riga e conoscerete tutta la mia storia.
Io faccio parte dei “Secondari”o come i tre primari preferiscono chiamarci: noi siamo gli altri.
Nel caso ve lo steste chiedendo, la società in cui vivo è divisa in gruppi: i primari, cioè i colori blu, giallo e rosso e noi, i secondari, i diversi, quelli malvisti perché nati da un amore proibito.
Ebbene sì, i blu devono stare con i blu, i gialli con i gialli e i rossi con i rossi. Questa è la  legge dei primari.
Io sono nata da madre blu e padre rosso, ho una macchia viola, proprio sul braccio, io sono blu con una macchia viola. Viola come quelli che nella vostra vita sono i fiori oppure come quel colore assunto dal cielo quando cala la sera, fino a diventare blu. Perché se la natura che mi circonda è formata da colori che vivono in sintonia tra loro, noi non possiamo vivere in armonia?
Prima vivevo nel gruppo dei blu: non mi potevo proprio lamentare della mia vita, era bella e spensierata ricca di amici avevo anche un bel lavoro, stavo bene ma poi mi ritornava in mente la mia macchia, l’unico motivo per cui la mia società mi avrebbe considerata diversa; se l’avessero scoperto non sarei più stata parte del gruppo, del mio gruppo, e questo era fin da subito stato chiaro, da quando mia mamma mi aveva detto di mantenere il segreto. Non dovevo dire ciò che ero, non dovevo dire le mie idee non dovevo pensare al di fuori del gruppo, non dovevo assolutamente farlo se no sarei stata diversa.
Quella macchia era un segno indelebile della mia diversità ma anche se tutti dicevano che era orribile essere secondari, a me non è mai dispiaciuto avere in me quel pizzico di diversità, forse perché me l’aveva insegnato mia mamma fin da piccola.
È vero: dovevo tenere nascosta la macchia, agli altri però, non a me. Mia mamma me lo ha sempre detto: la macchia mi rendeva unica e, l’essere unica, mi rendeva essere autonomo, io riuscivo a pensare al di fuori del gruppo.
Una volta ho provato a esprimere quello che volevo dire perché non mi sembrava giusto quello che i miei colleghi stavano dicendo: se l’erano presi con un tale tipo, un verde mi sembra. Gli davano una colpa che a mio parere non era tale ma, appena provavo a dire la mia, gli altri si erano messi a ridere e confabulare; non mi hanno mai spiegato perché avessi torto a parer loro, si erano solo messi a ridere.
Da quel momento tutte le mie sicurezze sono crollate, volevo dire a tutti ciò che provavo: mi sentivo diversa, ma se non lo avessi detto sarei esplosa.
Alla fine lo dichiarai ma dagli eventi che seguirono capii che non feci la cosa più giusta da fare: da quel giorno, tutti i miei colleghi cominciarono a non parlarmi più, fino ad arrivare al più totale isolamento. La cosa peggiore è stata quando l’ho detto a coloro che consideravo miei amici… invece di sostenermi ed incoraggiarmi, hanno preferito escludermi dalla loro vita. Improvvisamente ero sola.
Oggi come oggi, però, devo ammettere che ho fatto bene: la società finalmente ha cominciato a capire che i colori sono belli perché sono tanti e sono vari. E, comunque,  se alle persone piace l’arcobaleno, significherà qualcosa.

Cronache della Principessa Vanassa

di Greta Andriuolo

Amavo quel luogo, amavo passeggiare lungo quelle vie, guardare le persone che camminavano, immerse nei loro pensieri, o i bambini che giocavano…
Purtroppo dovevo andarmene e non sarei tornata fino a quando la situazione non fosse ritornata come prima: sicura.
Io sono la principessa Vanassa, futura sovrana al trono di Exclatio, il mio pianeta. Exclatio è un pianeta che si trova nella galassia 564 Jultin, fatto interamente di acqua. Il mio pianeta, attualmente, è sotto attacco dagli abitanti di uno dei nostri 1450 satelliti. Mio padre ritiene che io debba stare al sicuro, lontana da qui e da lui. Non sono assolutamente d’accordo, ma sono obbligata ad andarmene dal mio senso del dovere, fra meno di dieci minuti partirò per un pianeta lontano anni luce e starò lì per un minimo di qualche centinaio d’anni.
Tutto ciò a causa di questo popolo, gli Ibridi, che, oltre 100 anni fa, vivevano pacifici sul suo pianeta fino a quando decisero di allearsi con un nemico politico di mio padre: Austicio. Quest’uomo era pazzo, infatti, si divertiva ad uccidere creature sottomarine e a oltraggiare luoghi sacri del nostro pianeta. Gli Ibridi sono sempre stati dalla parte di mio padre fino a quando Austicio aveva offerto loro di diventare molto più potenti di qualunque creatura di Exclatio. Loro avevano accettato poiché sempre sognato questo. Fortunatamente papà, grazie a numerosi guerrieri, era intervenuto immediatamente ed era riuscito a intrappolare gli Ibridi e a fermare Austicio.
Non si sapeva come, ma in questi anni di prigionia gli Ibridi avevano iniziato a diventare più forti e un mese fa erano riusciti a scappare dalla loro super controllata prigione e avevano iniziato a seminare il terrore in tutto Exclatio. Dopo numerosi attacchi alla nostra reggia mio padre aveva preso la decisione di aumentare la mia protezione fino a quando gli Ibridi non sarebbero stati sconfitti: io avrei vissuto in quel pianeta in compagnia di guardie e guerrieri che mi avrebbero garantito la massima sicurezza. Sapevo che mio papà voleva solo il mio bene, ma avrei preferito stare a casa mia, con lui e affrontare insieme questo problema. Non sapevo se gli Ibridi avrebbero vinto o avrebbero perso, comunque, dovevo essere fiduciosa e sperare.
Quando arrivai alla reggia dopo un’ultima e malinconica passeggiata chiesi a papà qualche informazione in più sul pianeta in cui sarei andata. Egli allora rispose: -è un pianeta che si chiama Terra, si trova molto lontano in una galassia di nome Via Lattea, non respirano acqua, ma respirano aria, comunque c’è lo stesso tantissima acqua, quasi il 70% del pianeta. Non considerare gli abitanti di questo pianeta strani o cattivi solo diversi da noi: le cose diverse ci terrorizzano sempre perché quelle che conosciamo ci danno sicurezza, le altre invece no. Però se le conosci diventano più belle di quelle che eri sicura di apprezzare. Per esempio il nostro aspetto: a qualche abitante di pianeti lontani può far paura perché non sono abituati a vedere persone come noi.- Mi guardai e pensai:-Come è possibile che qualcuno mi consideri cattiva e strana, con la mia pelle viola chiara, i miei tatuaggi sulla pelle e i miei vestiti. Sono considerata bellissima, migliaia di abitanti di Exclatio vorrebbero sposarmi.- Alla fine salutai mio padre con un abbraccio e mi diressi verso la navicella con cui sarei partita per quel pianeta. La Terra non era così male; era un classico pianeta senza acqua, c’erano tantissime piante più alte di quelle che possediamo a casa. Poiché non posso respirare aria, devo tenere sempre un braccialetto viola che fa in modo che io riesca comunque a respirare. Quando arrivai, vidi un bellissimo castello fatto interamente di zaffiri, pietra presente su tutta la superficie di Exclatio, costruito apposta per me. C’erano anche un bel giardino con i miei fiori preferiti e anche un bellissimo pegaso di nome Hidro. Il castello aveva tante stanze e le guardie avevano portato tutti i miei vestiti e perfino il mio pianoforte costruito da un famoso artigiano di Exclatio. Mi piaceva questo pianeta; tutti quelli in cui ero stata possedevano un unico paesaggio: una distesa di lava e terra. Di sicuro mi sarei trovata molto bene. I giorni passarono, anche se io mi sentivo sempre più sola: le giornate erano tutte uguali dovevo sempre stare in quel palazzo e uscire solo per vedere il mio giardino o Hidro, la mia unica fonte di divertimento. Ero curiosa di incontrare gli abitanti della Terra per capire se Papà aveva avuto ragione, su quello che aveva detto prima di partire, peccato che le guardie non volevano perché dicevano che era troppo pericoloso.
Poi mi mancava tanto mio padre e le mie amiche, se loro fossero venute a trovarmi ci saremmo divertite, invece dovevo continuare a stare lì ad annoiarmi. Potevo mettermi in contatto con papà una volta al mese per video-astro-chiamata, ma nulla era come averlo davanti, in carne ed ossa, e poterlo abbracciare. Non volevo che pensassero che fossi una ragazza debole, di sicuro non degna di governare Exclatio, ma avevo solo nostalgia di casa.
Era una delle mie solite giornate terrestri e stavo suonando il pianoforte, quando sentii all’improvviso un rumore assordante e poi un’esplosione. Le guardie che erano con me mi portarono immediatamente fuori dal castello e mi fecero entrare in un portale trasportatore. Mi ritrovai all’improvviso in una via buia, sola, senza la minima idea di dove mi trovassi. Faceva freddo ed ero stanca e mi accorsi che avevo un pezzo di cristallo nel piede.
Mi faceva male e sanguinava, ma dovevo muovermi e trovare qualcuno che mi aiutasse. Iniziai a correre verso Nord cercando di non pensare al dolore del mio piede.

Mi risvegliai in una stanza di legno, ero sdraiata sopra un morbido letto. La stanza era molto luminosa e quando cercai di alzarmi un essere dall’aspetto di sicuro non di un abitante di Exclatio, mi bloccò e mi fece sedere sul letto e disse: – Ehi, ti consiglio di stare seduta, il tuo piede è ancora in pessime condizioni. Ah scusa, sono un terrestre, ma tu capisci la mia lingua? – Certo che capisco la sua lingua, grazie al mio braccialetto potevo parlare e capire qualunque lingua. – Risposi allo sconosciuto: – Sicuro. Grazie per l’aiuto, ma devo cercare di tornare a casa. –
– Sul tuo pianeta? Piacere, io sono Mars ti ho trovato in una via di Brooklyn e ti ho portato a casa mia –
– Tu come ti chiami? – chiese Mars
– Mi chiamo Vanassa. Devo trovare il mio palazzo e poi tornare al mio pianeta con una navicella –
– Hai un bellissimo nome! Come mai sei sulla Terra? Com’è il tuo pianeta? –
– STOP! Troppe domande. Ti racconterò di me se prometti che non lo dirai a nessuno. Almeno questo sarà un ringraziamento per avermi salvata –
Mars entusiasta si mise ad ascoltare la mia storia: gli raccontai di Exclatio, degli Ibridi, di Austacio, del mio palazzo e di com’ero finita lì. Mars non fece nessuna domanda e non sembrò neanche un po’ spaventato dal mio aspetto, solo incuriosito dalla mia storia. Mi fidavo di questo terrestre e gli ero enormemente grata per avermi salvata dagli Ibridi portandomi a casa sua.
Quando finii di raccontare, lui mi promise che non avrebbe raccontato nulla a nessuno e che magari il giorno dopo avremmo potuto cercare il mio palazzo per metterci in contatto mio padre ma oggi no perché dovevo far riposare il piede. Poi mi chiese: – Ti va di mangiare qualcosa, ti prendo quello che vuoi? –
Non sapevo cosa avrei potuto mangiare tra tutto il cibo terrestre, così gli risposi che non volevo nulla. Ero stranamente molto stanca, anche se mi ero svegliata solo due ore prima, mi sdraiai e mi addormentai subito. Quando mi svegliai, Mars era seduto vicino a me e leggeva un libro molto concentrato, ma appena si accorse che mi ero svegliata mi aiutò ad alzarmi e mi chiese se stavo bene. Gli risposi di sì e che volevo iniziare immediatamente a cercare il palazzo. Appena dissi questo, ci ripensai e gli chiesi di raccontarmi di lui, della sua vita e della Terra. Mars accettò, anche se ammise che la sua vita non era così entusiasmante, anche se ero sicura del contrario. Infatti, mi raccontò della sua affettuosa famiglia, della sua moderna città e della meravigliosa Terra. Non si soffermò molto a parlare di se stesso, ma a me sembrava già di conoscerlo bene come le mie amiche di Exclatio. Quando finì, ero sempre più sicura di fidarmi di lui e sapevo che papà aveva ragione su ciò che mi aveva detto prima di partire: vicino a lui mi sentivo al sicuro e durante quei giorni mi ero sentita così rilassata e tranquilla e mi sarebbe piaciuto rimanere sulla Terra. Invece non potevo, dovevo tornare a casa ed essere sicura che il mio pianeta, la mia gente e mio padre stessero bene. Mars si accorse che ero molto turbata così cercò di farmi ridere facendo complimenti sul mio aspetto e battute e il suo impacciato tentativo riuscì a farmi ridere. Lo guardai negli occhi aveva il viso molto abbronzato, gli occhi blu come il mare e i capelli color marrone scuro. Anche lui mi guardò negli occhi e sorrise. Anch’io ricambiai il suo sorriso. Eravamo così diversi, ma ci sentivamo così uguali. Restammo così per alcuni interminabili secondi e poi lui mi prese la mano per aiutarmi. In quell’istante in cui le nostre dite si toccarono, la mia vista si annebbiò e svenni.

Mi svegliai e capii che era stato tutto solo un sogno, un bellissimo sogno, ero vicino a mio padre che mi accarezzava la testa e mi sorrideva. Ancora intontita mi rialzai pensando al viso del mio angelo così reale…
Mi rivolsi verso mio padre con un enorme sorriso e gli chiesi: – Papà, tu cosa sai sul pianeta Terra? –

Tramonto senza fine

di Andrea Girard

In principio era uno; l’Unico. Egli si scisse. Egli ci donò la vita. In origine Egli era tutto, noi niente.
Questo è il nostro credo, il fondamento della nostra vita; l’essenziale. La nostra era una terra di fierezza, di coraggio ed orgoglio. L’Unico ce l’ha affidata; soltanto Egli può togliercela. Io sono l’Ultimo, io sono testimone del Popolo Eletto; io sono rimasto, rimasto a tramandare la nostra storia, la Storia.
In tempi remoti fu creato il mondo. L’Unico creò, da quella infinita distesa d’acqua che da un orizzonte all’altro si estendeva, un lembo di terra destinato ad accogliere i suoi figli, noi. Egli ci disse: “Andate, create villaggi, costruite case, coltivate campi. Io, vi do l’ordine di vivere quietamente, seguendo i miei comandamenti. Io vi do ordine di difendere la vostra casa.” E noi così facemmo, fino all’ultimo respiro esalato e all’ultima goccia di sangue versata. Noi demmo tutto pur di difenderla, di conservarla, di mantenerla nostra.
Vivevamo in piccoli villaggi, di poche decine di case, costruite col legno, coi mattoni e con la fatica delle nostre braccia. Noi eravamo un popolo forte e laborioso, gagliardo ed operoso; mai a riposo ci vide. “Costruita una casa, coltivate il vostro campo. Coltivato il vostro campo, abbiate cura della vostra casa. Fatto questo, ricominciate!” Così disse, così facemmo. Le nostre giornate si susseguirono tranquillamente nella quiete, giorno dopo giorno, in questo modo, per moltissimo tempo.
L’isola donataci è grande, fertile, era nostra. Lavoravamo la terra, alla maniera dei nostri padri, sudando sotto il sole, tiranno inclemente, e costruimmo molto, canali per l’irrigazione, grandi case di legno resistente, pensavamo di stare costruendo il nostro futuro; ahimè, ci sbagliavamo, perché il futuro è figlio degli uomini, non dei campi, non delle case.
Non conoscevamo conflitti, non conoscevamo la guerra, non conoscevamo la distruzione, ma armonia, pace e quieto lavoro. Egli ci disse: “Vedete quel formicaio? Ogni formica ha il suo ruolo e lo svolge coordinandosi con le altre. Adesso, se ogni formica non andasse d’accordo con le altre, come farebbe il formicaio a sopravvivere? Non potrebbe sopravvivere. Qualche formica se ne andrebbe per conto suo, qualcun’altra cercherebbe di fare valere le proprie idee, verbalmente o con l’uso di violenza. Un formicaio è un corpo solo, come il Popolo mio prediletto, e come tale deve funzionare; se, in una persona, un piede vuole andare a sinistra e l’altro a destra, non si andrà da nessuna parte, dunque, io vi ordino di essere armoniosi come un unico corpo.” Così ci fu comandato, così noi facemmo.
Il nostro popolo non ha mai fatto ricerca di ricchezze materiali e di qualsiasi cosa non fosse strettamente necessaria. Noi prendemmo solo ciò che l’Unico ci concesse. “La vera ricchezza, o miei prediletti, non consiste nel vostro patrimonio terreno ma nella vostra persona. La vita, o Popolo Eletto, è un lungo viaggio, durante il quale imparare e affinare le proprie capacità è un dovere imprescindibile. Pensate ad una persona che nascesse e non imparasse a parlare. Pensate ad una persona che, per piacere suo, evitasse di temprarsi nel lungo, nobile e duro lavoro nei campi. Miei prediletti, pensate a questa persona, inutile, oziosa e parassitaria; domandatevi se ha un futuro, chiedetevi se non sia solo un peso, rispondetevi invece che è peccato sprecare un regalo perché ciò che vi ho concesso era mio e ve l’ho donato, voi avete il dovere di costruire, non di distruggere e la terra, generosa di frutti, se chiedete più del dovuto, non vi darà più nulla. Meditate sui miei insegnamenti, tempratevi di nobile lavoro e imparate.”
La nostra isola, piccolo faro di luce in una coltre di immensa oscurità, era la nostra casa, la nostra dimora, in essa stava lo spirito dell’Unico, come in ogni altra cosa; non si trattava solo di proteggere ciò che ci apparteneva ma anche di difendere e conservare l’Unico. La terra che calpestiamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo è parte di Egli, noi siamo una di quelle parti. Ci donò ogni cosa, ci insegnò che dal niente non poteva nascere niente in quanto tutto ciò proveniva dal suo estremo sacrificio. Non ci lasciò però senza una guida, senza una via da percorrere; incise la sua eredità sul fianco di una montagna. Noi non ci siamo perciò sacrificati per le nostre ricchezze materiali, ci siamo sacrificati in difesa di un dono, per estrema gratitudine. “Andate, portate la mia memoria con voi, seguite i miei insegnamenti, vi devo lasciare. Non abbiate paura, o miei prediletti, io sarò presente, sarò con voi in ogni istante della vostra esistenza. Addio.”
Per non gravare eccessivamente la terra, ci disse di non coltivare mai un campo per due anni di seguito perciò, ogni famiglia possedeva più e più case sparse per l’isola, con la conseguente nascita di numerosissimi villaggi che, per anni, rimanevano abbandonati. Gli uomini più prestigiosi e considerati erano coloro che lavoravano di più, coloro che lavoravano di più erano, di conseguenza, anche coloro che possedevano più case; più case possedevi, meno gravavi la terra, e meno chiedevi ad essa, più cibo ti dava in cambio.
“Vedete quelle onde? Si infrangono senza sosta sugli scogli, nel tentativo di superarli. Raramente riescono ad arrivare oltre, il più delle volte falliscono. Ma, guardate bene, ci riprovano in continuazione, nella speranza di riuscire e, alla fine, dopo numerosi tentativi, ci riescono. Io vi ordino di essere come le onde, io vi ordino di avere volontà inarrestabili perché solo impegnandovi e facendo molti tentativi riuscirete nel più alto dei traguardi, la vita.”
La sua eredità, incisa su un fianco di un monte, era da noi curata, conservata, protetta e trasmessa e spiegata ai nostri discendenti, come fecero i nostri padri con noi, come fecero i nostri nonni con loro. Egli disse: “Non abbiate paura della morte, ve l’ho concessa io. Non abbiatene paura, non fuggitela, abbracciatela invece, accoglietela perché è anch’essa un mio dono, è il premio per la fine del vostro viaggio. Non finirete nel nulla, servirete a dare vita a qualcos’altro perché, come la mia essenza si ripete in voi, la vostra si ripeterà negli altri. Non sparirete veramente ma verrete ad abitare con me.” E noi così facemmo. Ogni volta che moriva una persona si faceva gran festa.
Eravamo un popolo onesto ma avemmo anche noi i nostri, pochi, ladri, banditi e assassini; per fortuna la loro stessa mala condotta li portò a sparire. Ricordo un episodio della mia infanzia, ero l’assistente, di quell’anno, del capo del villaggio. Un giorno accadde che un uomo venisse dal capo a dire che suo fratello era stato picchiato e spogliato di ogni suo avere, quell’uomo venne a chiedere giustizia. Il capo invece rispose: “Abbiate pazienza, buon uomo. Il tempo ci porterà la giustizia.” Ogni giorno quell’uomo venne a chiedere giustizia per suo fratello e ogni giorno, come risposta, ricevette sempre la stessa. Il tempo passava ed il fratello, di nuovo ricco, moriva in pace. Quel giorno l’uomo venne, dicendo: “Mio fratello è morto e la giustizia non arriva ancora; quanto tempo ancora ci metterà per venire?” Ed il capo rispose, meravigliato:” Ma come è possibile? Il tempo ha restituito a vostro fratello la sua ricchezza, ha punito con la morte il colpevole. Non vi basta?” Al che l’uomo se ne andò, un po’ stizzito. Questo fatto mi ha insegnato che rubare non semina frutti da raccogliere per il futuro.
Adesso racconterò la storia dell’atto di più grande infamia che sia mai potuto esistere ma che, come tutti gli avvenimenti, iniziò da qualcosa che noi pensavamo innocuo.
Un giorno trovammo su una spiaggia un uomo, portato dalle onde. Ci accorgemmo che respirava, che era vivo, che era “diverso”. Lo portammo in un villaggio, gli demmo ristoro e gli consentimmo di riposarsi. Una volta sveglio e riposato, iniziò a chiedere dove si trovasse e perché era qui. Disse di venire da una terra lontana, terra di sole e di ricchezza, immensa e dove c’erano tantissime persone. Uno del nostro popolo prese la parola e lo confortò: “Stai tranquillo, ti accoglieremo volentieri tra noi perché così ci ha comandato l’Unico.” Ma lo straniero, tra lo sbigottimento e lo stupore generale, rispose: “Chi è l’Unico? È forse uno dei vostri dei? Anche noi ne abbiamo tanti, ve li faremo conoscere.” Cadde il silenzio nella capanna. “Ti stai sbagliando, straniero. Esiste un solo dio, l’Unico. Probabilmente siete caduti vittima di ciarlatani e menzogneri ma vi perdoniamo; non a tutti è stato dato di far parte del Popolo Eletto.” “Popolo Eletto? Un solo dio? Come vi permettete di offendere così gli dei? Porteremo la verità anche a voi, blasfemi, o sarete colti dall’ira divina!”
Questa discussione mise in dubbio parecchie nostre certezze. Noi pensavamo di essere l’unico popolo esistente, pensavamo che la nostra isola fosse l’unico lembo di terra che affiorasse dal mare, pensavamo che non esistessero altri dei; come ci sbagliammo, ahimè.
Qualche tempo dopo, su un’altra spiaggia, si arenò un grande relitto di legno; lo straniero ci disse che quella strana cosa era una “nave” e che su quella “nave” ci si trovava anche lui, prima di naufragare. Fu parecchio triste di constatare che era l’unico sopravvissuto. Ci raccontò che con le navi si poteva navigare dappertutto, si poteva pescare e che venivano anche usate per fare la guerra. Alla parola “guerra” lo guardammo inorriditi. “Guerra? Siete forse impazziti? È la cosa più inutile che esista, è il più grande sabotaggio che un popolo possa fare a se stesso. Perché fate la guerra?” Ci rispose con calma serafica, ormai abituato alle nostre domande: “Perché facciamo la guerra? Noi viviamo di guerra. Come può un uomo elevarsi al di sopra dello stato sociale in cui è nato? La guerra è progresso, ricorda a tutti che non si può rimanere fermi a godersi il proprio orticello perché nella vita bisogna combattere e migliorarsi, senza stare mai fermi. Se un contadino perdesse un raccolto, come farebbe?” “Verrebbe soccorso dalla comunità” rispondemmo. “E se l’intera comunità perdesse il raccolto?” “Verrebbe soccorsa da altre comunità.” “Voi sopravvalutate la bontà degli uomini. Da noi, se un contadino perde un raccolto, ha tre alternative: morire di stenti, vendersi come schiavo o arruolarsi come soldato in uno dei tanti eserciti che solcano la nostra terra. È anche un’occasione per mostrare il proprio valore.” “E non siete stanchi di vivere all’ombra di saccheggi, carestie e povertà?” “Assolutamente no, finché non ci colgono di persona. È sufficiente stare dalla parte che vince, che saccheggia, che commercia e uccide.” “E non pensate agli altri? Sono pur sempre il vostro popolo.” “È segno che dovevano vivere così. I poveri sono stati creati poveri dagli dei, non sta a noi alterare l’equilibrio stabilito da loro.” “Ma è assolutamente orribile” “Non preoccupatevi, non ci si può fare niente.”
Col tempo naufragarono in molti sulla nostra costa e li accogliemmo. Decidemmo di provare ad integrarli nel nostro popolo ma, la maggior parte, non ne volle sapere di vivere come “contadini blasfemi”. Avevamo notato che non solo avevano un comportamento e degli usi diversi dai nostri ma erano anche fisicamente diversi da noi. La loro pelle era leggermente più chiara, erano più bassi e meno fisicamente prestanti di noi ma, negli occhi, sembravano avere il male. Stabilimmo perciò di donare loro uno dei nostri villaggi, così che potessero sostentarsi da soli. All’inizio sembrava che tutto andasse bene ma dovemmo in seguito intervenire parecchie volte a causa di crimini, risse e litigi. “Che uomini siete?” dicemmo. “Che uomini siete per ridurvi in tale stato? Siete forse animali?” Per fortuna si risolse tutto pacificamente.
Un giorno, stanchi di coltivare la terra e di vivere poveramente, si organizzarono in bande per sottrarci il raccolto. Noi, digiuni di guerra, meditammo sul da farsi. Avremmo potuto cercare di parlare con loro, di trattare, avremmo potuto provare a disarmarli. Scegliemmo infine la scelta peggiore: demmo loro cibo tale da esentarli dal lavoro; che stupidi che siamo stati, che errore che abbiamo fatto, abbiamo sovrastimato la bontà dell’uomo.
Infine approdò, dopo molti tentativi, una nave nella nostra isola, la prima che non aveva naufragato. Ne scese un uomo, il capitano, sembrava gentile. Ci chiese: “Che posto è questo” E noi, fedeli alla nostra cortesia, rispondemmo: “Benvenute, genti d’oltremare. Questa è l’isola affidata dall’Unico al Popolo Eletto.” “Cerchiamo merci da commerciare, in cambio possiamo darvi molto oro, ci arricchiremo entrambi, non preoccupatevi, non abbiamo intenzioni ostili.” “Abbiamo solo cibo e vestiario da darvi e dell’oro non ce ne faremo niente. In ogni caso, vi doneremo qualcosa, statene certi.” “Vi ringrazio.”
Il capitano, in attesa di venti favorevoli per tornare in patria, si accampò sulla spiaggia e iniziò ad allestire una sorta di porticciolo, usando alberi abbattuti nelle nostre foreste senza permesso. Restammo in silenzio perché l’Unico ci ha insegnato che rinfacciare la scortesia ad un ospite non è giusto. Quando le ultime nevi si sciolsero lasciando spazio alla rinnovata vegetazione primaverile, terminarono la costruzione dell’ormeggio e partirono.
Molte navi iniziarono ad approdare nella nostra isola, a commerciare con la colonia di stranieri precedentemente insediatasi, diventata ormai molto più popolosa di prima, e a sfruttarne le risorse naturali. Concedemmo loro, per evitare danni ulteriori, una pezzo della parte sud dell’isola. Cominciarono a disboscare le foreste, a pescare dissennatamente, a scavare nel terreno alla ricerca di minerali, meglio se preziosi. Nel nostro popolo germogliarono invece i primi sentimenti di rivalsa; cominciammo a capire che grandissimo errore avevamo fatto ad accoglierli.
Il tempo passava, gli stranieri aumentavano e noi invece ribollivamo di rabbia, il nostro orgoglio non sopportava più la situazione attuale. Decidemmo di attaccarli, non per scacciarli, ma per intimidirli, per spaventarli, per farci rispettare. Iniziammo ad armarci, di archi, di coltelli, di zappe, forconi e qualsiasi altro arnese trovammo. Il nostro esercito, che era più che altro una grandissima accozzaglia inferocita e non atta alle armi, piombò come una saetta sulla colonia. Gli stranieri, chi ne aveva i mezzi, fuggirono sulle navi in gran fretta ma quelli che rimasero subirono lo sfogo di un popolo prima gentile e pacifico, ora offeso e voglioso di vendetta. Era fatta, il pericolo sembrava fuggito lontano, pensavamo ora di poter continuare la nostra millenaria esistenza in pace, non pensavamo che potesse risorgere più forte e violento.
Stabilimmo di radere al suolo la colonia tranne poche case, per ospitare i sopravvissuti. Dicemmo loro: “Ora vivete in pace, prendete ciò che è successo come monito, vi consentiamo di restare qui.” Essi non risposero, erano troppo spaventati per dire qualcosa, troppo scioccati e moralmente distrutti. Anche il nostro popolo aveva subito delle perdite, avevamo seppellito troppi morti, volevamo la quiete, la nostra vita.
Intanto sorsero nuovi dubbi tra di noi. Qualcuno sosteneva che forse avevano ragione loro, che il vivere poveramente era sbagliato e che si dovesse ricavare dall’ambiente intorno a noi il massimo possibile. Altri, eccitati dall’azione di guerra prima intrapresa, proposero di costruire navi, di inseguirli, di stanarli a casa loro; che lodevoli intenzioni! Fortunatamente la maggioranza era di diverso parere.
Un giorno, piuttosto grigio e in cui il vento soffiava aria di pioggia, vidi all’orizzonte parecchie navi dalle vele bianche, candide come il latte. Pensavamo che fossero venuti a scusarsi, noi ovviamente eravamo pronti a perdonarli; ci sbagliammo ancora, vittime della nostra ingenua bontà. Vennero invece a portare la guerra a casa nostra, portarono schiere di soldati pronti ad uccidere e generali pronti a restituire la mortale offesa. Non ce l’aspettavamo. Iniziarono i combattimenti, cademmo sotto le sferze delle loro spade, sotto i colpi delle loro cariche. Dovevamo difendere la nostra terra, avremmo versato ogni goccia di sangue nel nostro corpo per farlo.
Sotto il cielo grigio di tristezza ci ritirammo verso nord, nostro ultimo rifugio. Vedevo le madri piangere disperate per la morte dei loro figli, le mogli per i loro mariti. Un popolo in marcia. Portavamo le nostre armi come se ci potessero salvare, le stringevamo finché dalle nostre dita funestate non usciva sangue, a rivoli. Negli occhi di tutti si poteva trovare solo tristezza, rassegnazione per un destino ormai ineluttabile. In armi, con dietro chi non poteva combattere, ci disponemmo in una piana, davanti all’eredità dell’Unico incisa nella montagna e li aspettammo. Armi in pugno e occhi in lacrime, disperazione, orgoglio infranto e ogni speranza ormai persa.
Infine arrivarono, nelle loro armature lucenti, e si disposero davanti a noi, in silenzio. Una coltre di tensione, di impazienza scese sulla verde piana. Qualcuno piangeva, qualcuno si preparava all’estremo sacrificio. “Unico! Eri così triste anche tu prima di morire? Fra un po’ ti raggiungeremo e insieme festeggeremo.”
Improvvisamente diedero il fatidico ordine. “Caricateli! Uccideteli tutti!” Era una lotta disperata, senza speranza di vittoria. Venimmo falciati come grano maturo, macabra mietitura. Ogni uomo lottava, disperazione e sconforto negli occhi.
Non si salvò nessuno. Solo io mi salvai. Io fuggii per tramandare questa storia, la storia di un popolo orgoglioso e pacifico, quieto e cortese. Io vi ho narrato le gesta di un popolo che, fino all’ultimo, è stato fedele a se stesso, che ha accolto un altro popolo e che è rimasto sconfitto dallo scontro con esso; il diverso ci ha sconfitto. Attendo, forse invano, che il tempo li punisca. Adesso, ormai vecchio, assisto al loro stesso decadere; proprio come noi, periranno anche loro perché, in fondo, anche essi sono persone, anche essi finiranno vittima di qualcuno più forte, qualcuno di diverso.
Scorsero quel giorno fiumi di sangue a bagnare la nostra terra, a completare il ricongiungimento con l’Unico. Egli ci disse infatti: “Morirete anche voi ma ci incontreremo di nuovo. Io mi scissi per creare voi. Voi siete le parti del tutto, le parti di me. Un giorno le parti torneranno al tutto, un giorno tornerò.”

(Un)changed – una vita (a)normale

di Daniele Alvino

Lui è di fronte a me, sopra e dentro di me. Mentre io sono supina sul letto. Il letto inizia a cigolare. Sbatte le sue anche tra le mie cosce con più violenza del solito. Inizio ad ansimare, a mugolare, come piace a lui.
Inarco la schiena e gli faccio credere che stia facendo un buon lavoro. Inclino la testa all’indietro e aumento i miei finti gemiti di piacere.
Il suo ritmo diventa più veloce, accompagnato da grida trattenute tra le sue labbra.
Ancora pochi minuti… solo pochi minuti…
Si morde il labbro inferiore e mi guarda dritta negli occhi.
Mi afferra una gamba e la solleva. La mette sulla sua spalla, mentre con l’altra mano mi palpa il seno. Inizio a dargli conforto, facendo la vogliosa più del solito.
Come un toro scatenato, afferra entrambe le mie gambe e continua il suo movimento dentro di me.
Pochi secondi e tutto finisce.
Appena inizia a emettere delle sillabe, segno che sta per finire l’operato, mi inarco più che posso, apro la bocca il più possibile e mi lascio poi andare sulle calde lenzuola alla sua ultima botta al basso ventre.
Esce da me, e si butta sul suo lato del letto.
Prende il pacchetto di sigarette sul comodino. Lo apre e ne estrae una afferrandola con le sue rosse e carnose labbra, le stesse che qualche anno fa mi avevano conquistato. Si alza e fruga in cerca dell’accendino tra le tasche dei suoi jeans buttati a terra. Si accende la sigaretta e vedo come gode aspirandone il fumo. Come se si compiacesse più ora che prima. Poi si allontana e se ne va dalla stanza. I suoi videogiochi lo chiamano. Certo! Cosa mi aspettavo?
Metto il pigiama e vado a vedere se il mio piccolo Enrico ha ancora tutte le coperte che lo avvolgono. Come immaginavo è tutto scoperto! Lo copro e gli lascio un tenero bacio sulla nuca. Mi sembra ieri quando lo misi al mondo. Avevo 19 anni. Prendevo la pillola. La pillola ha un’efficacia del 99,97%. Io sono quel 0,03%. Ma nonostante questo, volevo portar avanti la gravidanza.
Piero, il padre di mio figlio, mi offrì l’opportunità di viver da lui. Questo ha compromesso il rapporto con mia madre. Non la sento da più di 4 anni, non ci scriviamo neanche per gli auguri di natale. Lei non è mai stata in buoni rapporti con Piero per la semplice ragione che lui all’epoca aveva 33 anni ed era divorziato. Ma neanche questo mi fermò. Io… lo amavo. È il padre di mio figlio.
È tardi, ma mi sento uno straccio! Scrivo un messaggio a Paola. Le chiedo se possiamo trovarci domani per scambiare due parole. E senza aspettar molto ottengo la sua risposta con un caloroso consenso.
Ho tre messaggi di Jack da leggere. Non so neanche se sia il suo vero nome, ma mi piace chiamarlo con il nickname che usa in chat, dove ci siamo conosciuti.
Vuole vedermi.
Visualizzo e gli scrivo la buona notte. È un bel ragazzo. Mi ha scosso e sconvolto un po’ la vita. Lui fa palestra. Ha un tatuaggio tribale sul petto. È molto virile. Muscoloso, alto, moro con glaciali occhi azzurri. Tra le mie coperte l’ho accolto molto volentieri. Mi piace. È un bell’uomo. Una statua greca che ha preso vita e che mi desidera come se fossi il suo nettare divino. A letto è molto focoso. Mi rende partecipe, ed è ricco di fantasie, sa rendere originale ogni nostro incontro. Ma c’è qualcosa che non va. Non riesco ad essere soddisfatta neanche con lui. Mi manca qualcosa. Questa estrema estasi che si dovrebbe sentire, io proprio non la avverto. Sono sicura che tanto il problema sono io! Forse lo stress, o il semplice fatto che cerco una persona che mi prenda più di testa piuttosto che fisicamente. Comunque è troppo tardi per pensieri del genere. Mi metto sotto le coperte gelide, e dormo da sola, con l’unica speranza di poter parlar con Paola domani. Lei è l’unica che riesce a darmi conforto.
“Non ne posso proprio più!”.
Non son riuscita a trattenere le emozioni che in altre circostanze mi ostino a tenere dentro.
Proprio per questo Paola mi lascia sfogare tutto quello che ho dentro.
Sono distrutta! Questa situazione non mi sta più bene. Ma il paese è piccolo e la gente mormora. Sono una mamma, con dei doveri e degli obblighi, ma non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi in una situazione simile.
Tra me e Piero le cose non vanno più. Il momento delle farfalle nello stomaco è finito da un pezzo, pressappoco da quando è nato Enrico. Ha iniziato a bere. A fumare. A casa non c’è mai. Ho scoperto che quando non cena a casa, si incontra con una sua collega di lavoro.
Quella squallida puttana! Gli lessi un messaggio mentre era sotto la doccia. Così lo scoprii.
Per mia fortuna, appena successe, Paola mi stette vicino. Mi diede molti consigli. Ma non ne ascoltai quasi nessuno. Non sono per i cambiamenti. E non volevo che le persone intorno a me spettegolassero.
Cercai nuovi stimoli. È così che conobbi Jack, dando ascolto all’unico consiglio di Paola che seguii, nella vana, contraddittoria speranza di tener viva la mia vita di coppia, mi iscrissi in un sito per incontri. Anche se in realtà fui più animata dallo spirito di vendetta. L’unica pecca è che nella maggior parte dei casi trovi vecchi depravati che scrivono un italiano sgrammaticato e non chiedono altro che io invii foto pruriginose.
Però almeno Jack mi da un po’ di soddisfazione. È scemo e imbranato, ma molto dolce e romantico. Almeno lui mi fa sentire apprezzata e desiderata. Con Piero neanche più il sesso è uguale a prima. Ora è qualcosa di artificioso, meccanico. Fatto non più per il piacere.
Paola mi ascolta e mi asciuga il viso con il fazzoletto che ha in borsa. Mi ascolta per tutto il tempo, e mi invita l’indomani sera ad una festa a casa sua con amici. Una specie di pigiama party. Per svagarmi un po’. Ci penso su e poi annuisco.
Una festa forse è proprio quello che mi ci vuole.
Mi stiro. È arrivata l’ora di alzarsi. Sono serena e felice. La giornata è proprio iniziata bene.
Apro gli occhi e… dove cazzo sono? Non è assolutamente Piero la persona che dorme di fianco a me!
Di colpo la mente mi fa rivivere tutta la serata di ieri.
La festa a casa di Paola!
Oddio! Dopo questa serata devo prendere in mano le redini della mia vita, e affrontare tutte le possibili conseguenze. Le cose devono cambiare. Se avevo qualche dubbio nel farlo, con ieri sera ho proprio avuto la certezza. Devo far in modo di prendere Enrico con me. Non posso lasciarlo a quell’incompetente.
Come sospettavo le mie più grandi paure si sono avverate. Cazzo! Ma perché? Perché a me!
Dopo tutti i sacrifici, le liti, le discussioni e le persone che ho perso nel mio cammino! Solo ora me ne rendo conto? Sono una scema! Tutta la mia vita buttata nel cesso. Tutto una merda!
Dovevo provarci fin da subito. Da quando ho avuto i miei primi dubbi. I miei primi sospetti.
Quando non c’erano troppe persone coinvolte o problemi più incombenti. Ora cosa faccio?
Dove andrò a vivere se Piero mi lascia sulla strada?
La persona di fianco a me si sveglia e si gira. Si stira e subito dopo mi bacia sulle labbra. La sua lingua entra tra le mie labbra che l’accolgono molto volentieri.
Sento il suo respiro. Il battito del suo cuore. Il suo sapore. Dolce.
Non vorrei mai staccarmi, ma arriva il momento di doverlo fare.
Inizia a vestirsi, e io faccio altrettanto, anche perché fa parecchio freddo.
Mentre cerco di far entrare il mio grosso sedere nei jeans attillati mi dice: “Dobbiamo parlare”.
Non promette bene.
“È stato bellissimo ieri sera, ma convieni con me che la situazione non è proprio delle migliori. Tu hai un figlio e io son troppo giovane per intraprendere una relazione così complicata e difficile. Mi piaci molto…”
“Sì, va bene. Ti capisco. La scopata è stata più che sufficiente e ora in modo neanche troppo velato vuoi chiuderla qui”.
“Assolutamente no! Mi stai…” interrompo un’altra volta e dico: “Va benissimo così. Ti capisco. È stata una botta e via. Va bene. Tanto tra noi due non può funzionare. Ho bevuto troppo ieri sera e penso di aver fatto una enorme cazzata a venir a letto con te”.
Si mette a ridere, e non ne capisco molto il significato.
“Secondo il mio modesto parere, mi è parso che l’enorme cazzata di ieri, ti sia più che piaciuta. Hai goduto parecchio. So riconoscere quando una finge. Ho parecchia esperienza. Non puoi negare l’evidenza! Prova a capire bene cosa cazzo vuoi dalla vita! Ma con me non farti false illusioni”.
Mi da un bacio e se ne va.
Che cazzo mi sta succedendo? Chiudo la porta a chiave e mi metto in un angolo.
No! No! No! No!
Ha ragione. Cosa voglio dalla vita? Perché ieri sera ho fatto questo gesto folle! Lo so bene il perché… mi piaceva. Desideravo farlo. Qualcosa dentro di me voleva quel corpo. Ma non è giusto! Cazzo!
Inizio a piangere. A dirotto.
Sono una donna normale.
Una persona normale.
Non posso seguire questo mio impulso. Sono già una ragazza strana. Diversa dal normale.
Non posso sempre uscire come fanno mie coetanee. Non posso far sempre tardi. Non posso far il cazzo che voglio perché tanto ho le spalle coperte dai miei genitori. Per questo la mia cerchia di amici si è ristretta. O meglio ho solo Paola vicino a me. Ma cosa cazzo le dico?
Dio! Mi faccio schifo! Sono il rifiuto dell’umanità. Ma non posso proprio farci niente.
I miei singhiozzi iniziano a farsi più intensi e rumorosi.
Ieri sera mi è veramente piaciuto. Ho sempre placato questo desiderio. Ma l’ho sempre avuto.
Non è stato l’alcool. So benissimo che è stato solo una stupida scusa nel quale riversare le mie vere intenzione. Io volevo! Io desideravo fortemente che la serata prendesse quella piega! Io che non avrei mai mutato niente, per paura delle conseguenze, ora mi trovo qui a dover affrontare tutti i cambiamenti che ho fatto. Ricordo tutto di ieri sera. Ero gioiosa.
Spensierata. Arrivai a casa di Paola con anticipo. L’aiutai a preparare gli stuzzichini, l’aperitivo, e il tavolo per il buffet. Nel mentre la casa iniziò a riempirsi poco alla volta, e i giochi iniziarono a farsi interessanti dai primi minuti. Drink di benvenuto e subito dopo dama alcolica. Uno spasso. Tra tutto il gruppo mi interessò subito Svetlana. Me la presentò proprio Paola, dicendomi che era una sua grande amica. Non avrei mai immaginato che fare la sua conoscenza avrebbe scaturito in me tutto questo subbuglio. Iniziai quindi con le solite domande per attaccare bottone. Fino a che venni a scoprire della particolarità di questa ragazza, e la cosa mi incuriosì molto. Da questo momento quel desiderio che tenevo e placavo per anni, che ho messo in quarantena per tutto questo tempo, proprio per essere una ragazza normale come tutte le altre, uscì fuori. Fin da piccola avevo gusti strani e diversi dalle ragazze normali. Crescendo ho lasciato da parte le mie voglie, e ho intrapreso la strada che ritenevo più normale. Più giusta. Ma mi sentivo comunque non al mio posto. Come se quello che facevo non mi rendesse felice e non mi facesse più sentire a mio agio. Tutto l’opposto invece, se parlo di quel che è successo ieri sera. Appena incrociai i suoi occhi azzurro ghiaccio, un brivido mi percorse lungo tutta la colonna vertebrale. Era bellissima.
Bionda. Un seno abbondante. Quell’accento che solo gli stranieri hanno. I miei occhi caddero sulle sue labbra. Le volevo. Ma solo dopo qualche bicchiere presi la decisione di far incontrare la mia lingua alla sua. Si intrecciarono dentro le nostre labbra. La strinsi vicino a me. Sentivo che mi desiderava. Il suo seno accarezzava il mio. Iniziai a fremere come non accadeva da tempo. La accarezzai dal collo fino alla fine della lunga scollatura sulla schiena.
La volevo mia. Mi piaceva troppo.
Appena le nostre labbra si lasciarono per quei pochi minuti, i nostri sguardi si incrociarono per comunicarci la medesima cosa. Andammo in camera da letto e iniziammo a fare le cose più disparate che neanche nei miei sogni più reconditi avrei mai potuto credere di realizzare.
Ormai c’è poco sul quale riflettere. Mi asciugo con la manica il viso.
Questo è il cammino da seguire. Questa è la mia strada.
Mi alzo e mi faccio coraggio. La Sara che uscirà da questa porta, non è la stessa che entrò ieri sera.
Vado in cucina dove trovo Paola che si sta preparando la colazione.
Finalmente posso parlare con lei e dirle di come sono felice e fiera di aver seguito il suo consiglio. Ma appena si gira e incrocia il mio sguardo noto che cambia subito espressione.
“Paola, qualcosa non va?”
Fa un ghigno schifato e poi mi guarda. Dritta negli occhi. Folgorandomi.
“Hai anche la faccia tosta di chiedermi come sto?”
Non l’avevo mai vista così. “Paola… io… non capisco…”
“Non capisci? Hai dormito con una persona conosciuta solo ieri. Sotto il mio tetto avete fatto le peggiori cose. Per tutta la sera non mi hai rivolto la parola. Era molto più interessante il tuo nuovo giocattolo! Ti avevo detto io di divertirti. Questo è vero. Me ne assumo la responsabilità. Ma non credevo fossi così volubile. Con la prima persona che passa! Mi fai schifo Sara!”
Vorrei dirle qualcosa ma le parole mi si fermano in gola, oltre al fatto che non so come controbattere a quel che mi sta dicendo.
A Paola iniziano a tremare le mani. Inizia a singhiozzare. Si porta una mano davanti alla bocca e le lacrime iniziano a rigarle il viso.
Inizio a piangere anche io. Rimango lì ferma.
“Vattene! Vattene da casa mia e non farti più sentire!” mi urla trattenendo i singhiozzi e asciugandosi le guance.
Non oso obbiettare. Lei è la mia unica ancora di salvezza, ma se non mi vuole con sé, non posso obbligarla. Quel che ho fatto ieri può non piacere a molti. Può schifare e rendermi la persona più meschina ed egoistica del mondo. Ma ieri sera, io ero felice. Io ieri ho capito dove stare. Cosa voglio. Ero libera. Anche se ora Svetlana non mi vuole e Paola mi detesta.
Le lacrime non smettono di scendere dai miei occhi. Salgo in macchina e mi dirigo verso casa.
Più volte per la testa mi passa l’idea di fare un’inversione e tornare da Paola a chiarire la situazione. Ma non so proprio cosa dirle. Come affrontare il problema. Non le ho mai parlato di questi miei desideri. Nessuno lo sapeva. Ma non voglio perderla! Lei per me è troppo importante!
Fermo la macchina sotto casa. Tiro il freno a mano e prendo una salvietta dalla borsa per pulirmi il viso. Faccio un grosso sospiro.
Indietro non posso tornare.
Entro in casa e poso le chiavi dell’auto. Piero è lì. Seduto sul tavolo a bersi una bottiglia di vino. Enrico seduto sul divano a guardare i cartoni animati. Saluto coccolando un po’ il mio piccolo cucciolo, chiedendogli se gli va di andare in cameretta sua a giocare con i pupazzi.
Felice annuisce e ci lascia soli.
“Piero, dobbiamo parlare”.
Finisce il suo bicchiere pieno di vino, e se ne riempie un altro.
“Dimmi!”
Faccio un piccolo respiro e gli dico: “Tra noi due le cose non vanno”.
“Lo so, e allora?”
“Allora non mi va più di stare in questa situazione. Ho provato a…” mi interrompe come se sapesse già cosa stessi per dire. Dopotutto non era la prima volta che si trovava in una situazione analoga. Avevo paura di quei suoi bicchieri di troppo, ma la sua risposta mi lasciò di sasso.
“Okay, va bene. Non voglio ascoltare una tua predica. Quindi se questa è la tua decisione, l’accetto. Sappi solo che a me fare la coppietta separata sotto lo stesso tetto non mi piace un cazzo. Quindi appena puoi voglio il tuo culo fuori da casa. E portati anche appresso il bambino. Quando vorrò vederlo ti scrivo e ci organizziamo. Non voglio altre grane. Aggiustati, e al più presto! Ora lasciami tranquillo e in santa pace! Vado a riposare. E non rompermi i coglioni!” sbatte la porta e se ne va in camera.
Beh, poteva andare peggio. Tutto sommato è andata bene. Anche se i problemi si andavano a sommare con tutti gli altri. Decido di prendere qualche minuto per me. Poi salgo da Enrico e mi metto a giocare un po’ con lui. Staccando un po’ la spina, ma sempre speranzosa di lottare e andare avanti. Qualcosa mi sarei inventata.
Il telefono inizia a vibrare. Messaggio. Ero in una brutta posizione. Stavo giocando con Enrico. Eravamo nel pieno di una battaglia all’ultimo sangue. Non potevo troncare un duello così importante. Poi riuscì con la tecnica segreta del samurai, il solletico, a mettere K.O. l’avversario, guadagnando quei 5 minuti per leggere chi fosse.
Era Paola. Si scusava per la discussione. Desiderava che andassi da lei. Se potevo al più presto per poter chiarire le cose. Aveva anche da confidarmi dei segreti.
Le rispondo che se mi da il tempo di cambiarmi sarei andata subito, ma non sarei stata sola.
Enrico sarebbe venuto con me. Per lei non è un problema.
“Mamma, tu e papà avete litigato?”. Non me l’aspettavo questa domanda. Ma era giusto che gli dessi una risposta sincera. Le cose stavano così.
Stavo andando da Paola e la strada era parecchio trafficata.
“No, amore. Abbiamo discusso. È un po’ diverso. Ma non andiamo d’accordo. Quindi la nostra decisione è di dividerci. Lui abita a casa sua e io a casa mia, appena la trovo”.
“Ma io non posso dividermi! Come faccio?”, vedo che ci pensa un pochino e poi aggiunge: “ma, se sto un po’ con te e un po’ con papà? Io voglio stare con te mamma! Papà non c’è mai a casa”.
Questi giorni non resisto proprio a trattenere le emozioni. Inizio a piangere. “Amore mio! Tranquillo. Troverò una casa tutta per noi. Papà lavora ma quando potrà verrà a vederti. Non preoccuparti”. Lui annuisce con la testolina e sorride un po’.
Gli accarezzo una guancia e lo bacio sulla fronte. Dovevo dirgli così. Ma sapevo bene che Piero non si sarebbe più fatto vivo. Ma rimane pur sempre suo padre.
Entriamo a casa di Paola, e Enrico, tutto elettrizzato, saltella da una parte all’altra alla ricerca di qualcosa con cui giocare. Fortuna che mi ero portata avanti, estraggo dalla mia borsa il suo album da disegno per tenerlo impegnato.
Saluto Paola e ci appartiamo.
“Sara, probabilmente il mio comportamento è stato eccessivo…”
Si prende una pausa e poi mi dice: “Ho incontrato tua mamma e… le ho parlato”.
“Che cosa?! Paola! Che cosa le hai detto?”
“Niente, niente…”
“Come ti sei permessa di andare a parlare con mia madre! Spero vivamente che non tu non le abbia detto niente della festa! Quel che faccio sono cazzi miei!”
“No! No! Su quello stai tranquilla, non oserei mai”. Mi fido, ma aspetto che continui. So che c’è altro in ballo. Sento il cellulare vibrare. È un messaggio, ma lascio stare. Devo sapere assolutamente cosa le ha detto.
“Le ho solo parlato del più e del meno. L’ho trovata molto triste e sola. Sapeva che la nostra amicizia avrebbe continuato a durare. Chiedeva molte cose di te. Ci tiene a te”.
Sta tremando. Gli occhi sono gonfi di lacrime. Non capisco.
“Sara, se io… se…se io…”
Mi prende forte da dietro la schiena e mi trovo le sue labbra contro le mie. Le sue lacrime iniziano a scenderle lungo il viso.
Si stacca da me e mi dice solamente: “Sono innamorata di te! Da sempre! Voglio poter star con te. Enrico per me non è un problema. Ti ho sempre desiderata, ma… non sapevo come dirtelo. Non sapevo come l’avresti presa. Poi hai incontrato Piero e io non potevo dirti i sentimenti che provavo per te. Ma ora… Ti voglio nella mia vita! Non me ne importa niente di quanti ostacoli dovremmo superare!”
Non credo alle mie orecchie!
La mia mente è in una confusione colossale. Ma i miei sentimenti per lei si fanno sempre più chiari. Le nostre labbra si rincontrano e sembra che il tempo abbia preso un altro ritmo.
Non posso volere una ragazza migliore di lei nella mia vita.
Leggo il messaggio.
Ciao tesoro, ho saputo che le cose non ti vanno più bene. Mi spiace veramente tanto. Mi spiace di averti lasciata sola, a combattere questo mondo infame. Ho sbagliato. Invece che proteggerti ti ho lasciato in balia del destino. Perdonami. Voglio poter rimediare al mio errore, oltre che facendo la mamma anche la nonna. Sto cercando casa. Casa nostra. La porta per te è aperta. Ti vorrò sempre bene.
Sapevo che c’era lo zampino di Paola. Ma cosa potevo farci? Mi bastò guardarla negli occhi per capire cosa vorrebbe che facessi.
Così, risposi a mia madre e da qui in poi, iniziò tutta un’altra storia, con protagonista una Sara diversa.

Diverse

Sto guardando una ragazza con i capelli chiari e l’aria un po’ slavata che si tiene accoccolata su un divano. Mostra una certa rigidità del corpo, le gambe sono piegate e si possono vedere i polpacci in tensione. Nonostante questo, ha l’aria di una persona che è al sicuro, in un ambiente confortevole e caldo, infatti, la coperta leopardata che teneva sulle spalle si è comodamente adagiata sul bracciolo del divano, oltre la curva della sua schiena lunata. Mi guarda, sorride, e mi sento in imbarazzo come un pesce dentro la sua boccia. Abbasso lo sguardo, solo un pochino, giusto il tempo di fermarmi a riflettere sul da farsi: tornare a guardare, in sordina, come una ladra che è stata braccata o ritirarmi nelle stanze ventilate dei miei rimpianti, abbandonando per sempre quel pensiero malsano che ci vuole tutti spettatori inconsapevoli… ma spettatori di cosa? Sento un rumore che mi fa trasalire, ho la guancia umida e fredda, la tocco e asciugo qualche lacrima. Le lacrime sono le sentinelle dei ricordi. Mi accorgo, troppo tardi, che il mio piano di fuga è fallito e sono di nuovo a contatto con quella creatura ed il suo sguardo enigmatico da Gioconda di altri tempi: vittoriosa e fiera sull’altare della sua fissità. Stavolta non cedo e scruto per bene: la luce della sua stanza è tenue, calda, e lei mi sorride lievemente. Noto che è indossa abiti leggeri, nonostante si intraveda, da una finestra alle sue spalle, l’aria fredda che si traduce in un latteo biancore di un inesorabile e gelido inverno. Quella ragazza! Non capisco davvero perché continui a spiarla, visto che non mi è affatto simpatica, lei e la sua aria da borghese, circondata da ogni comfort, mi manda in bestia! La cosa meravigliosa è che la sua immagine mi perseguita da un po’, da quando ha deciso che vuole somigliarmi e non le importa nulla se io la scaccio e rifiuto l’idea. Le ho parlato più volte e le ho chiesto ripetutamente di tornarsene in fondo alla sua scatola e di non farsi, per favore, più vedere… ma niente, proprio non ce la fa! Le spiego che siamo diverse e che non può confondere i due piani di realtà… il suo mi risulta abbastanza piatto, dico indispettita e mi faccio una risata alla faccia delle abitudini. Respiro e mi accordo di provare pena, non per lei, ma per me stessa, per il mio comportamento e per quel gelo inusuale che da un po’si è infiltrato nelle mie ossa, fin dentro il cuore. E’ ora di muoversi: è inverno, siamo nel 2015 e fa freddo. Fuori, brilla il sole della crisi economica che non mi scalderà. Sono disoccupata e mi hanno tagliato l’utenza del gas e non mi procura alcun sollievo inveire contro i tempi che furono, per quanto radiosi, non voglio più essere spettatrice inconsapevole di un passato che non tornerà. “Ora è tutto diverso!”, mi dico e, mentre ripongo la fotografia in una scatola, il mio passato mi guarda, slavato e sorridente, con la mia faccia, diversamente uguale, di dieci anni fa.

FOTO & VIDEO

19 marzo – Sala A della Circoscrizione 3, in via Millio 20 a Torino. – PREMIAZIONE del Concorso Letterario Nazionale “IL RACCONTO: diversamente UGUALI”.

* grazie ad Antonio Di Lorenzi