Ciao Prof, io volo

di Elisabetta Casu

Drinn… drinn…
La campanella suonò e i ragazzi, zaino in spalla, iniziarono un po’ assonnati ad entrare in classe. L’aula era spaziosa posta al piano terra del liceo.
Nico entrò in classe e si sedette in un banco posto accanto ad una delle due grandi finestre dell’aula. Poggiò lo zaino per terra a fianco della sedia, estrasse il suo quadenino, la penna blu e li poggiò ben ordinati sul banco. Era la prima ora di lezione, e mentre in sottofondo sentiva la voce della prof di filosofia che faceva l’appello, buttò lo sguardo fuori dalla finestra. La giornata era piovosa e il cielo appariva ancora carico di nubi. Il ragazzo abbassò lo sguardo verso l’angolo della strada parallela al liceo, diede un’occhiata al suo orologio: erano le 8 e 45, quindi ributtò con curiosità e attesa lo sguardo verso la strada.
«Eccolo che arriva», pensò fra se.
Dall’angolo della strada sbucò infatti la figura di un ragazzo, avrà avuto all’incirca l’età di Nico, un po’ smunto, jeans neri aderenti e maglietta nera. I capelli lunghi, ondulati, di colore rosso, incorniciavano un viso delicato, di un lieve pallore illuminato da due grandi occhi azzurri, circondati da innumerevoli lentiggini. Nico lo osservò, sorrise e alzò la mano in segno di saluto, il ragazzo si sollevò sulle punte dei suoi anfibi neri, con i lacci svolazzanti e ricambiò contento il saluto. Non era da solo il ragazzo, dietro di lui sbucò trafelata una donna, Nico pensò fosse la sua mamma. Aveva in mano dei fogli svolazzanti con stampe bianche e rosse, erano tanti e li stava sistemando dentro una grossa cartella verde. Nico non conosceva di persona il ragazzo, ma i loro sguardi si incontravano ormai da un po’ di tempo ogni mattina. Incuriosito, si chiedeva ogni volta quale fosse la sua storia.
«Il mio amico speciale», come ne parlava fra sé, al quale lo legavano gli stessi gusti musicali, in particolare la passione per i Symphonic metal, lo aveva intuito dalle felpe dei Nightwish che entrambi indossavano. «Nicoooo, Niiicooo Rossiiii …. », lo riportò in classe la voce della prof che aspettava la sua risposta «Ehm, si presente prof» rispose arrossendo, sistemandosi all’indietro i lunghi capelli neri. «Ok ragazzi» riprese la prof chiudendo il registro di classe e aprendo il manuale di storia della filosofia. «Oggi spiegherò il concetto del bello e del sublime in Kant». «Apriremo uno sguardo sulla maestosità della natura e sui sentimenti che essa suscita nel nostro animo. Osservate ad esempio la foto sul manuale». Si trattava di un’istantanea che raffigurava il mare in burrasca. «Ecco» continuò la prof «soffermatevi sui sentimenti che suscita in voi tale visione. Cercando anche di immaginare i suoni che potreste sentire se foste li, e i profumi. Quali sentimenti prova il vostro animo?» «Meraviglia», disse Benedetta. «Immensità», la segui Riccardo.

«Libertà» disse Nico. «Perfetto, proprio il concetto che mi serviva, Bravo Nico Li-ber-tà», continuò la prof separando le sillabe. «Eh si prof», scherzarono i ragazzi, «il suo Nico dice sempre la cosa giusta», «Eh già, lui dice che la filosofia lo fa volare». Nico sorrise, era voluto bene dai suoi compagni, per la sua dolcezza e sensibilità. La prof sorrise e pensò a quel ragazzo dai capelli lunghi, alto, a momenti sembrava smarrito, ma con un qualcosa in più, una sensibilità particolare che lo faceva sentire veramente partecipe di ogni singolo respiro di ciò che lo circondava. «Si ragazzi – concluse la prof. – Il bello e il sublime sono i sentimenti che ci pongono di fronte alla natura cogliendone la bellezza in maniera disinteressata, e innalzandoci di fronte ad essa attraverso la nostra libertà». Driinnn, drinnn, trillò stridula la campanella della fine dell’ora. La prof ritirò i suoi libri e si diresse verso la porta ricordando ai ragazzi «mercoledì prossimo verifica scritta su Kant. Arrivederci ragazzi»! «Ciao prof» risposero i ragazzi alzandosi dai banchi per sgranchirsi un po’ le gambe in attesa che arrivasse l’altra insegnante. Nico intanto rimase seduto sul banco continuando ad osservare la foto del mare in burrasca, scrivendo ai margini a chiare lettere a matita: libertà. Nico amava la libertà, amava passeggiare camminare e osservare tutto ciò che lo circondava. Lui e Benedetta erano forse gli unici della sua classe che rinunciavano alla comodità dell’autobus per raggiungere casa a piedi. Ogni giorno attraversavano la periferia della città, dove ancora vi era un po’ di verde, e il mattino soprattutto assaporavano l’aria frizzante e le tracce di rugiada che ricoprivano il prato, «la faccia assonnata della natura» come amava definire Nico la rugiada. I giorni seguenti Nico attese di salutare il suo amico, ma stranamente non lo vide. A tarda mattinata intravedeva però la sua mamma, con una borsa ampia, il suo sguardo era teso, triste. Quel giorno Nico tornò a casa un po’ pensieroso, Benedetta gli parlava ma lui pensava ad altro. A pranzo davanti a un enorme piatto di spaghetti al sugo chiese alla mamma: «Mamma, hai notato quel grande edificio di fronte al nostro liceo»? «Mmh… Si, dici quello da cui si accede da quel grosso cancello?» «Si, mamma, cosa ospitano quei grandi palazzi tutti uguali?» La mamma, tenendo sospesa la forchetta, rispose «Ma penso siano gli ambulatori dell’ospedale», «E che genere di malattia curano?» «Penso siano legati al centro trapianti, ospitano in particolare i pazienti che hanno necessità di fare terapie in day-hospital». «Perché mi chiedi Nico, conosci qualcuno che sta male?» Chiese preoccupata la mamma. «No… chiedevo, cosi… » Madre e figlio terminarono di mangiare, il papà faceva il turno pomeridiano, e Nico dopo mangiato si rinchiuse in cameretta. Accese lo stereo e ascoltò l’ultimo album del suo gruppo metal preferito, quindi collegò la sua chitarra elettrica e iniziò a strimpellare. I suoi pensieri seguivano la velocità del plettro sulle corde metalliche della chitarra. Pensava un po’ dispiaciuto al suo amico, avrebbe voluto aiutarlo.

A un tratto ebbe un’idea che gli strappò un ampio sorriso. Poggiò la chitarra sulla sedia, andò verso il suo armadio e da una serie di felpe impilate ordinatamente ne trasse una in particolare, la distese sul letto. Era la sua felpa preferita, my heart, la definiva. L’aveva acquistata al concerto dei Symphonic Metal nel capoluogo della sua città, ed era riuscito dopo ore di attesa a farla autografare dal bassista del gruppo. Vi era particolarmente affezionato. I suoi amici quando vedevano indossarla lo prendevano in giro: «Hey Nico, hai indossato la tua fidanzata oggi»!!! Sorrise, la osservò, al centro un grande angelo spiegava le sue ali, la accarezzò con delicatezza e la ripiegò mettendola dentro lo zaino.
Il giorno della verifica di filosofia arrivò presto. «Giorno ragazzi arrivò trafelata la prof poggiando sulla cattedra una pila di libri. Prendete il foglio di protocollo».
Dopo avere dettato le domande dettò infine l’ultima: «Definisci il concetto di bello e sublime in Kant». «Forza ragazzi avete due ore di tempo, buon lavoro». Nico poggiò sul banco il foglio di protocollo e dopo aver dato una sbirciatina all’angolo della strada prese in mano la penna blu e inizio a svolgere il compito. In alto a sinistra del banco aveva appoggiato la sua felpa. Il silenzio calò nell’aula, interrotto ogni tanto da un breve brusio proveniente dagli ultimi banchi. Nico fu tra i primi a consegnare il compito, poi tornò al banco, sistemò lo zaino e attendeva il suono della campanella per poter finalmente uscire da scuola, era felice! Driinn, drinn, la campanella squillò. Nico di fretta indossò lo zaino sulle spalle, strinse la felpa tra le mani e mentre la prof terminava di sistemare le sue cose nella borsa, la salutò. «Di fretta Nico oggi?» Chiese curiosa. «Si prof – disse sollevando la mano in segno di ciao – io volo!!!»
La prof sorrise, «Ciao Nico», rispose e intanto rivolta al resto della classe disse.
«Ciao ragazzi ci vediamo lunedì prossimo, sperando di portarvi i compiti gia corretti!!».«Ok, ciao prof, dai voti alti, mi raccomando», sorrise Benedetta.
Fuori dalla scuola Nico vide il cielo, era di un azzurro intenso, solcato da alcune strisce bianche. Chiuse gli occhi , inspirò profondamente e pensò: «Ho capito prof, è questo il sublime!!!» Non vide e non sentì nient’altro oltre quel cielo immenso.

La campana squillò, erano le 8 e 30 del mercoledì successivo. Nella classe di Nico i compagni attendevano seduti, in silenzio che arrivasse la prof di filosofia.
In fondo al corridoio risuonava il rumore dei suoi tacchi. Prima di entrare in aula la prof si fermò, chiuse gli occhi, tirò un sospiro, battè le palpebre per ricacciare indietro le lacrime ed entrò in classe.
Poggiò il registro sulla cattedra, pose la sua borsa e senza neanche togliere l’impermeabile si sedette alla cattedra. Mentre rigirava tra le mani il foglio di protocollo disse schiarendosi la voce: «Ragazzi, oggi ripasseremo il concetto di bello e sublime in Kant». «Ma come prof», si alzò in piedi Benedetta, la compagna di banco di Nico «che cavolo vuoi che ce ne facciamo di queste stupide e inutili idee. Nico non è più presente qui con noi in classe, e neanche fuori. Con chi cavolo vuoi che farò le passeggiate ora??». E scoppiò in lacrime risedendosi pesantemente nel banco. La prof la guardò con dolcezza, aspettò che si rasserenasse un po’, e mentre Benedetta asciugava gli occhi stringendo forte fra le mani il fazzoletto, la prof riprese: «Si Benedetta, hai ragione, fisicamente Nico non è qui con noi, con te, ma voglio che lo ascoltiate attraverso ciò che ha scritto nell’ultima parte del compito in classe, mercoledì scorso».
«Ciao prof! Sai, Kant mi è piaciuto un sacco, in particolare l’ultima parte quando parla dei concetti del bello e del sublime. Se vuoi ti racconto cosa è per me oggi il sublime. È questo cielo che ci aspetta fuori da quest’aula grigia. È sublime il sentimento che provo nell’osservarlo e vedere che non finisce, è infinito.
Abbraccia tutti noi e mi fa volare. Ma sublime è anche il sentimento che provo nei confronti del mio amico che incontro con lo sguardo ogni mattino.
È uno sguardo a volte stanco, ma mai triste. Eppure ho scoperto che soffre tanto. Allora prof mi è venuto in mente che sotto questo cielo grande siamo tutti uniti, come in un girotondo, nessuno può stare in piedi se non ha due mani che lo sostengono, e se cade uno per terra, cadiamo tutti. Siamo tutti legati, come in una grande catena. E io pensando allora al bello ho capito che il senso di tutta la nostra vita è donare. Io ho deciso prof, oggi dono, the my heart, il mio cuore. La felpa che hai visto, che tenevo in mano quando ti ho salutato. Ci sono tanto affezionato, ma ho deciso, la donerò, proprio al mio amico e la sua forza unita alla mia lo aiuteranno a vincere!! Ciao prof ho fretta e grazie perché con la filosofia mi fai volare».
La prof ripiegò accuratamente il compito di Nico, guardò i ragazzi e disse: «Ragazzi, quel giorno dopo la scuola Nico andava di fretta verso l’ospedale a trovare il suo amico per regalargli la sua felpa. Massimiliano ha la vostra età ed era ricoverato in attesa di trapianto. Nico quel giorno è volato perché un cielo più grande di lui e di noi ha voluto che volasse, non lo so, forse, anche se è molto doloroso, era necessario, sono un po’ confusa come voi». «E la sua felpa?» chiese timidamente Riccardo.
«La mamma e il papà di Nico hanno saputo del desiderio di Nico e l’hanno portata loro stessi da Massimiliano». «E Massimiliano prof?” chiese Benedetta, «potrà guarire?». La prof sorrise, e questa volta lasciò che le lacrime scivolassero tranquillamente sul suo viso e rispose «Si ragazzi! Massimiliano grazie a Nico e ai suoi genitori ora può finalmente volare!!».

La campana squillò, ma i ragazzi non avevano voglia di lasciare l’aula, era troppo grande il gesto d’amore di Nico e dei suoi genitori, avevano bisogno di assaporarlo in silenzio, tutti uniti nella classe.
La prof capi, attese con loro ancora un po’, poi mentre i ragazzi lentamente iniziavano a lasciare l’aula squillò il cellulare di Benedetta e nell’aula risuonò il brano dei Symphonic, il preferito di Nico, la colonna sonora dell’amicizia di Nico e Benedetta. La ragazza sorrise, era fiera di avere un grande amico come Nico. La prof rimasta sola in aula, con il registro fra le mani, si voltò prima di uscire e diresse lo sguardo verso il banco di Nico, un raggio di luce lo attraversava. Fu un attimo e le parve di rivedere ancora una volta Nico che sorridendo la salutava alzando la mano come suo solito e dicendole con dolcezza, «Ciao prof, io volo».
La prof sorrise e ringraziò fra se Nico per la sua grande lezione di vita, per aver mostrato e trasmesso la grandezza della diversità nel sentire il mondo, l’altro, la sensibilità di chi continua a stupirsi anche di una semplice goccia di rugiada e riesce a scoprirsi unito agli altri in un piano dove le diversità si annullano… è il piano del donare, donarsi. Siamo tutti un po’ come le stelle, pensò la prof, diverse per posizione, bagliore, grandezza ma proprio per la nostra diversità necessarie per rendere la magia e l’unicità del grande Firmamento.

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  2 comments for “Ciao Prof, io volo

  1. avatar
    j04931
    30 marzo 2016 a 23:00

    Mi ha emozionato moltissimo…
    complimenti!!! Proprio un bel racconto, che colpisce dritto al cuore.

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