Da niente a tutto

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE RACCONTO

di Gaia Ballone

Avevo paura lo ammetto, un nodo mi si era bloccato alla gola e non riuscivo a spiccicare parola, lo sguardo di tutti era su di me e in quel momento ripensavo a ciò che era accaduto nell’ultimo anno: la partenza dalla Siria, l’arrivo a Lampedusa e il trasferimento a Napoli. Ripensavo in quei secondi, che sembravano durare un’eternità, al viso piangente e dispiaciuto della mamma, quando aveva visto strapparsi dalle braccia il suo povero bambino. Mi riaffioravano in mente tutte quante le serate passate davanti ai falò a condividere storie e canzoni, al viso sorridente di Samira e alla mia cagnolina Alia.

Ad un tratto con un gesto distratto mi scacciai tutti i ricordi dalla testa e ritornai alla realtà. La professoressa mi guardò e con voce traballante mi disse: “Rashad, saluta i tuoi compagni”. Devo ammettere che non capii proprio tutto di quella frase e con voce incerta risposi: “Sabah Alkhyr”, poi mi sedetti all’unico banco che era rimasto vuoto. Le prime tre ore di lezione passarono veloci come un lampo e suonò l’ora dell’intervallo. Non conoscevo nessuno, l’italiano lo capivo a mala pena e comprenderlo mi era ancora più difficile se gli altri parlavano in dialetto. Uscii in cortile e subito una folla di ragazzi si radunò attorno al “nuovo arrivato”. Mi fecero molte domande e ad ognuna di queste io rispondevo con una faccia buffa e strana allo stesso tempo, poi, quando capirono che non avevo nemmeno la più pallida idea di cosa si potesse significare ciò che mi avevano chiesto, si allontanarono. E in questo modo passarono i primi tre mesi di scuola, nessuno mi rivolgeva la parola, venivo escluso da tutti, i compiti non riuscivo a eseguirli e durante l’intervallo ero deriso dagli altri perché non capivo nulla.

Un giorno accadde una cosa che mi fece provare un’emozione nuova. Era una mattinata d’inverno, nevicava e tirava un vento gelido. Prima di entrare a scuola ero stato messo contro un muro da alcuni ragazzi che avevano afferrato delle palle di neve e avevano cominciato a tirarmele addosso, facendomi anche male.
A un tratto però un “fermatevi!” fece cessare ai ragazzi quello scherzo di pessimo gusto. La voce proveniva da un ragazzino minuto, dai capelli corti e neri e occhi del medesimo colore. “Stai zitto Lorenzo, che sei il più scarso della città” ribatterono quelli mentre se ne andavano. “Stai bene?” mi chiese, “Sì grazie. Avresti voglia di uscire con me questo pomeriggio?” gli domandai io cogliendo l’attimo; lui accettò subito la mia proposta. Quel giorno, alle sedici in punto eravamo al parco comunale, entrambi un pochino incerti e imbarazzati. Lorenzo aveva portato con sé un pallone e quello che potei constatare era che lui non era assolutamente capace a stoppare una palla e allo stesso modo lui capì che io e l’italiano non andavamo d’accordo. Così, decidemmo di stringere un patto: siccome io me la cavavo col calcio avrei aiutato lui con alcune lezioni e lui avrebbe dovuto aiutarmi a imparare a scrivere e a leggere. Devo ammettere che il mio amico quel patto lo prese sul serio, in pochi mesi imparai benissimo tutte quante le parole del vocabolario e lui apprese le mosse e i migliori metodi per riuscire a segnare un goal. Nonostante io e Lorenzo fossimo l’uno l’opposto dell’altro, c’era una cosa che ci accomunava: la forza di volontà ed i desideri.

I primi frutti di questo incontro tra “apparentemente diversi” incominciarono a maturare in primavera quando vinsi una borsa di studio per andare a frequentare un liceo classico. Proprio durante una di quelle giornate, ricevetti una telefonata del mio compare che mi comunicava che era stato scelto dalla squadra del Napoli per giocare come attaccante. Eravamo entrambi felicissimi e ci buttammo a capo fitto nei nostri progetti, il mio socio decise di puntare in alto: voleva arrivare a giocare nella primavera del Napoli, quindi io, che non volevo essere da meno, decisi che avrei voluto diventare uno scrittore. Ahimè, purtroppo lui riuscì nel suo intento, io no. Nel 2016 ha addirittura esordito in prima squadra. Ma lui non si è montato la testa, non si è dimenticato di quel ragazzino di nome Rashad che lo ha preso per mano e lo ha aiutato a crescere sia calcisticamente che interiormente.

Proprio l’altro giorno ho ricevuto una sua chiamata che mi ha riempito il cuore di gioia, Lorenzo mi ha chiamato per dirmi che avrebbe voluto che qualcuno fosse disposto a scrivere il primo libro su di lui, e ha detto che aveva subito pensato a me, quello che un giorno aveva salvato dalle grinfie di piccoli bulletti. Ed ora eccomi, sono qui nel mio studio, prontissimo a scrivere il libro per il mio buon vecchio amico, il titolo non è ancora certo, ma io ho pensato a una cosa come “Lorenzo Insigne: da niente, a tutto.”

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