Diversamente uguali

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» – 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE RACCONTO

di Rebecca Moncalieri

Due famiglie uguali, almeno fino a quando non è scoppiata la guerra che da uguali le ha fatte diventare: “diversamente uguali”.

Ma facciamo un passo indietro, quando la guerra non era nei pensieri di nessuno, quando la vita della famiglia di Mohamed, un ragazzo di undici anni, trascorreva serena come quella della famiglia di Paola, una ragazza dodicenne. Quando il “nord” e il “sud” del mondo non esistevano ancora o, per lo meno, non erano così ostili come lo sono oggi. Quando Mohamed, originario di Damasco, amante dei videogiochi e Paola, originaria di Torino, amante della lettura, non erano altro che normali studenti. Tutto ciò almeno fino a quando l’Isis non ha preso il sopravvento costringendo la famiglia di Mohamed ad abbandonare per sempre casa loro.

Avrebbero dovuto oltrepassare il mare, per potersi mettere in salvo, con una barca che non era degna di quel nome. A Mohamed era stato raccontato che sarebbe stato un viaggio qualunque, uno di quei viaggi che si fanno di solito d’estate, ma Mohamed lo aveva capito che lo stavano prendendo in giro, lo aveva capito dalle facce delle altre persone che gli erano attorno, dal modo in cui la madre glielo aveva detto e da come tutti urlavano. Durante l’interminabile traversata Mohamed continuava a ripensare ai finti racconti che gli avevano detto per non farlo preoccupare. Dopo una settimana intera di viaggio, tutte le persone, che avevano attraversato il mare, poterono finalmente rimettere piede a terra, ma una cosa non era chiara al ragazzo, il modo in cui tutti sulla terra ferma lo continuavano a guardare, anche se in realtà lui si sentiva uguale a loro. Aveva il papà che lavorava in un ospedale e la mamma insegnante universitaria, se lui fosse stato al loro posto di sicuro non si sarebbe comportato così. Lo stesso dubbio che girava nella testa di Mohamed lo aveva Paola che era partita da Torino per poter fare una vacanza in Sicilia, nel posto in cui lei aveva sentito parlare di persone chiamate da tutti “immigrati” che nessuno voleva a casa propria. Dopo essere arrivata in hotel, Paola chiese ai suoi genitori di essere portata al molo, o almeno nel posto in cui ogni giorno sbarcavano tantissime persone. Mohamed e la sua famiglia erano, come tutti gli altri uomini, in coda per poter entrare in un centro d’accoglienza, nello stesso momento in cui la famiglia torinese scendeva dalla macchina; la ragazza notò subito Mohamed, l’unico ragazzo in mezzo a quel mucchio di adulti che aveva come unico pensiero quello di entrare, il più presto possibile, nell’edificio. Paola sapeva che per un certo periodo, tutti gli immigrati sarebbero dovuti rimanere chiusi in quella struttura per poi poter uscire e compiere lavori ai quali magari nessuno era abituato a fare. Anche i genitori della ragazza erano contrari al fenomeno della guerra che costringeva tantissime persone a scappare e ad abbandonare per sempre casa loro, i propri sogni, la famiglia, gli amici e il lavoro. Come se non bastasse, appena arrivate in un luogo pacifico, vengono subito respinte da altri Stati. Nel momento in cui i suoi genitori parlavano, Paola riconobbe, in mezzo a quella folla, un signore che non conosceva di persona ma che aveva già visto da qualche parte; la ragazza lo fece notare al padre che riconobbe subito il suo amico conosciuto a un congresso: non lo sapeva ancora, ma quel signore era il papà di Mohamed. Sapendo che per quella famiglia non sarebbe stato semplice riprendere una vita normale, la dodicenne chiese ai propri genitori di poter ospitare quei loro amici, persone che qualcuno considerava “diversamente uguali” da loro o “terroristi” solo perché originari di un Paese arabo. Dopo vari accordi e dopo una snervante attesa, la richiesta di Paola, che nel frattempo era dovuta ritornare a Torino con la madre mentre il papà era rimasto a Lampedusa per poter aiutare il suo amico e la sua famiglia, si avverò.

Era già passato un mese da quando Mohamed e la sua famiglia erano ospiti a casa di Paola ed era arrivato il momento per entrambi i ragazzi di ritornare a scuola. Inizialmente Mohamed non ebbe paura di andarci, in fondo anche a Damasco, c’erano le scuole, luogo in cui lui andava abbastanza volentieri. Tornando a casa da scuola, Paola chiese al suo amico se si era trovato bene nella nuova scuola e se gli era sembrato difficile il passaggio tra la scuola elementare e la scuola media, che lei aveva già affrontato l’anno precedente, ma lui rispose di sì a tutte le domande della sua amica, la quale non riusciva a capire da che cosa fosse turbato. Mohamed dopo lunghe insistenze da parte di Paola, disse che lui non aveva avuto paura quel giorno, anzi, non vedeva l’ora di ritornarci, ma la sua più grande preoccupazione aveva a che fare con la sua provenienza; disse che in classe tutti, compresa la sua professoressa, lo guardavano male e lo insultavano. Nell’ultimo tratto, prima di girare nel vialetto della casa di Paola, lo riassicurò promettendogli che lo avrebbe aiutato per farsi ammettere nella società. Approfittando del fatto che gli ospiti erano andati a dormire, Paola raccontò ai suoi genitori le paure di Mohamed circa la scuola, ma lei non fu l’unica ad avere qualcosa da dire a riguardo della famiglia di Damasco, anche i suoi genitori dissero che mentre portavano in giro per la città i loro amici, tutti li guardavano male. Paola raccontò che Mohamed aveva anche aggiunto che tutti quelli che lo guardavano storcendo la faccia, non sapevano: “quanto fosse durato il viaggio, le paure che aveva provato, i rischi che aveva corso, le prese in giro e i finti racconti che gli erano stati detti per non farlo preoccupare”. Solo Paola e i suoi genitori sembravano capire quanto il viaggio aveva scosso il suo amico. I giorni passavano e ogni volta che si usciva da scuola, Paola notava che Mohamed stava cambiando, rispondeva in modo brusco e non aveva più i suoi modi gentili di sempre; Paola non riusciva più a parlargli perché ogni volta che provava ad avvicinarsi il ragazzo si allontanava sempre più. Ma a Paola questo non piaceva, lei rivoleva indietro il suo amico Mohamed, quell’amico che aveva incontrato a Lampedusa, quell’amico che aveva salvato da quel posto in cui le persone quando parlano, non si guardano nemmeno in faccia. Ma ad un certo punto la ragazza torinese capì che cosa stava succedendo al suo amico di Damasco, stava cercando di comportarsi come si comportavano le persone nei suoi confronti, aveva anche cambiato abbigliamento, quel modo di vestire che usano soltanto i bulli. Paola capì che doveva sbrigarsi se rivoleva indietro il vero Mohamed che ormai non vedeva più da una settimana; chiese aiuto a sua madre, giornalista, con la quale scrisse un articolo sulla storia dei loro ospiti, da quando erano una normale famiglia, come loro, al momento in cui avevano difficoltà ad uscire di casa per paura di poter essere visti da qualcuno che di sicuro li avrebbe umiliati al centro della piazza. Madre e figlia misero tre giorni per concludere quell’articolo, con cui avrebbero fatto capire a tutto il mondo che gli “immigrati” non sono solo persone che scappano dalla Siria, da Damasco o da Aleppo, lo sono anche tutte quelle persone che per qualsiasi motivo partono dal proprio paese in cerca di un qualcosa che possa cambiare la loro vita in meglio. Il numero di persone che stava dalla parte di Paola cresceva sempre più. Ogni giorno, su ogni giornale, la madre di Paola, che era riuscita a convincere il suo capo, pubblicava il suo articolo scritto insieme alla figlia per aiutare i loro amici e tutti coloro che vivono nella condizione di immigrati. Poi un giorno, inspiegabilmente, quando ormai tutti avevano perso le speranze, quel muro altissimo che si era creato tra le persone “normali” e gli “immigrati”, e, purtroppo, anche tra Paola e Mohamed, iniziò ad avere diverse crepe, che ogni giorno aumentavano, perché le persone capivano che nel mondo tutti sono uguali e che non c’è distinzione tra le persone del “nord del mondo” e le persone del “sud del mondo”, fino a crollare, portandosi dietro tutto l’odio che avevano disseminato le persone.

Mohamed capì che aveva fatto soffrire la sua amica Paola, rispondendole in modo brusco e non parlandole più, i genitori, originari di Damasco, riuscirono a farsi accettare nel mondo del lavoro, riuscendo a tornare alla normalità, ma in fondo in fondo, in realtà, tutte le persone che giudicano qualcuno lo fanno soltanto perché hanno paura di essere al posto di quelle povere persone che a volte non riescono neanche a superare quel pezzo di mare.

Chissà quando cadranno tutti questi muri, fino a quel momento dobbiamo cercare di diventare più tolleranti nei confronti delle altre persone e guardare chi ci sta di fronte non come un mostro, anche perché noi, potremmo trovarci al posto, o in situazioni ancora più disagevoli

Perché in fondo: “diversamente e Uguali” sono due parole con significati molto diversi, che messe vicine in una frase non avrebbero molto significato e questo, Paola e Mohamed l’anno vissuto sulla loro pelle.

Diversamente Uguali è un ossimoro che spiega come la differenza tra ognuno degli esseri viventi in quanto unici e irripetibili si riflette nell’uguaglianza che ci accomuna in quanto esseri umani che condividono la terra sulla quale vivono; la diversità è uno dei valori fondamentali del nostro secolo: la diversità è colore, cultura, ricchezza, scambio, crescita, necessità e fa parte della storia di ogni uomo” l’incipit dell’articolo della mamma di Paola, Arianna Vagnarelli, fu scritto grande nel corridoio della scuola.

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