Il terzo colore

di Chiara Campia

Il cielo era terso.
Il vento leggero sollevava la polvere del campo di battaglia.
Erano le condizioni perfette per lo scontro poiché avevamo la possibilità di guardare negli occhi il nostro nemico, così da imprimerne l’aspetto nei nostri ricordi.
La mia gonna si mosse e notai che la medesima cosa stava capitando alla consorte del Re avversario, i drappi dei nostri abiti si muovevano all’unisono.
Lei notò che la stavo osservando ed i suoi occhi chiari si piantarono nei miei, come se a dividerci non ci fosse un intero campo di battaglia, ma pochi centimetri.
Cosa cercava nelle mie iridi color della pece? Paura? Mai!
Mi voltai verso il Re, mio consorte; i suoi lineamenti erano fieri, seppure segnati dalla stanchezza per le continue battaglie e dalla sofferenza per la malattia che oramai da tempo immemore lo affliggeva, impedendogli di condurre l’azione, come avrebbe richiesto il suo ruolo ed il suo rango.  Ecco perché oggi avrei guidato io l’attacco.
Le sue labbra sottili si piegarono in un sorriso fiducioso, gli accarezzai amorevolmente la guancia quando mi accorsi che la Regina avversaria stava compiendo lo stesso gesto: era una beffa nei nostri confronti? Una arguta strategia per distrarmi dal mio arduo compito? Oppure anche il suo amato era di salute cagionevole?
Quest’ultima ipotesi mi parve così poco probabile da sembrare vera.
I nostri sguardi tornarono ad incrociarsi, come i nostri destini; ritraemmo contemporaneamente il braccio dai nostri compagni e tornammo a concentrarci sui nostri obiettivi.
Lanciai un’occhiata attenta all’esercito schierato di fronte al mio, le forze in campo sembravano simili, per numero e per forza.
Sarebbe stato una lunga battaglia, un duro scontro, di posizione, da condurre colpo dopo colpo. Difficilmente uno degli schieramenti avrebbe avuto la meglio; ogni singola mossa, ogni attacco doveva essere attentamente preparato, ben ponderato, valutandone vantaggi, possibili perdite e relative contromosse.
Quando gli eserciti furono finalmente spiegati, la distanza fra prime linee appariva davvero esigua; tutto era pronto, eppure nessuno sembrava intenzionato a muovere il primo passo.
Un brivido mi attraversò la schiena, quando vidi il Cavallo nemico, dal candido manto bianco, lasciare il Re e avanzare, scalpitando e graffiando il suolo compatto con gli zoccoli.
Ordinai al mio Alfiere di muovere di conseguenza, camminando veloce in linea obliqua, per arrestare l’avanzata dell’animale; il Re si voltò verso di me, compiacendosi della mia reazione.
Dalle file nemiche intanto la fanteria iniziò a muovere verso di noi; fronteggiai l’attacco facendo avanzare i ragazzini della prima linea, come venivano scherzosamente chiamati dalle vedette sulle Torri. Erano di bassa statura, dai movimenti limitati, Pedine necessarie ad aprire realmente il campo alla battaglia; fissai i piccoli camminare sul campo, immaginando senza particolare sforzo il triste destino a cui andavano incontro: perché noi, al riparo nelle retrovie, meritavamo di vivere?
Una Voce, dentro di me o forse proveniente da lontano, mi soffocò la domanda nella mente, come se fosse stata una piccola ma irritante fiammella.
Come prevedibile, i ragazzini lasciarono prematuramente il campo di battaglia e questo non fece altro che spingermi ad arrovellarmi di più sulla questione.
Di nuovo, quella Voce, mi disse che era giusto così, che Io avevo un ruolo di ordine superiore, un obiettivo ultimo da perseguire, a tutti costi.
Nel frattempo, due Pedine dalle candide casacche avanzarono nella mia direzione, il loro passo leggero come quello dei miei piccoli; decisi di contrapporgli la forza dei nostri Cavalli, segnando inesorabilmente il loro destino.
In quell’istante, un dubbio iniziò ad insinuarsi nella mia mente: un’entità esterna, superiore sembrava guidare le mie azioni, con l’unico obiettivo di portare alla vittoria la giusta fazione, la nostra.
Quella Voce stava prendendo il controllo della mia mente, ripetendo ossessivamente queste parole, come un mantra.
– Solo i Migliori vincono. Solo i Migliori –
E Noi dovevamo essere i Migliori, Noi eravamo migliori di Loro, dovevamo combattere per far si che fosse il nostro Nero stendardo a sventolare sul campo.
La battaglia continuava, incessantemente, senza esclusione di colpi.
L’Alfiere dalla bianca armatura, con un’abile mossa, colpì il mio Cavallo dal crine nero, facendolo accasciare al suolo, proprio accanto alla Pedina che poco prima aveva travolto con i suoi zoccoli.
Quella vista sollevò ulteriori dubbi in me: e se Noi non fossimo meglio di Loro? Probabilmente anche Loro non erano meglio di Noi. E poi, cosa voleva dire essere migliori? Quali doti o virtù potevano davvero contraddistinguerci? Cosa ci rendeva realmente gli uni diversi dagli altri? Le nostre storie, il nostro passato non sembravano avere un ruolo in questa partita, era come se non fossimo mai esistiti, come se fossimo nati oggi, per combattere. Per combatterci.
Avevamo dunque un destino comune?
Fissai la terra ormai impregnata di un terzo colore, che non avrebbe reso vincitore né la Bianca compagine né la sua Nera controparte.
Rossa. La terra era rossa come il sangue dei Nostri caduti.
Serrai le labbra; una volta caduti in quel sonno eterno, erano tutti uguali.
Incontrai le iridi limpide della Regina avversaria, sembravano animate dai miei stessi dubbi.
Avrei potuto giurare che stavamo meditando sulle medesime sensazioni.
Le mie angosce erano le sue.
Tornai a domandarmi se davvero ci fosse qualcosa che mi rendeva migliore di lei. La risposta mi rimbombò dentro come un passo in una cattedrale: nulla.
Nulla mi rendeva migliore, forse ero soltanto diversa.
Domande. Ancora domande: due entità diverse possono coesistere o sono portate inesorabilmente a contrapporsi, a distruggersi?
Mi immaginai per un secondo, un mondo dove il Bianco ed il Nero governavano insieme, fondendosi in un universo dalle mille sfumature. Forse ero folle, ma l’idea non mi dispiacque.
La mia visione fu tragicamente interrotta dalla freccia scagliata dalla Torre avversaria, che andò a conficcarsi nel cuore dell’altro mio Alfiere. Guardai la Regina bionda con rabbia, bramando vendetta.
Lei abbassò lo sguardo, come a disconoscere l’accaduto, come a rinnegare l’ordine appena impartito. Vidi le sue labbra muoversi, la sua voce inudibile portare alle mie orecchie due semplici parole: – Mi dispiace –
Le dispiaceva? Ma allora anche Lei stava combattendo contro un’entità esterna, una Voce, oltre che contro di Noi. Forse per Lei la vita dei miei soldati aveva lo stesso valore della vita dei suoi. E se il valore della vita è uguale, allora anche le persone sono uguali, pur nella loro diversità.
La mia rabbia sembrò dissolversi nel vento, quello stesso vento che mosse la mia chioma bruna ed i suoi boccoli dorati, nella stessa direzione.
Diversamente uguali.
Quella definizione sbocciò nelle nostre menti nello stesso istante, ispirandoci un sorriso.
Improvvisamente, venni destata da quello strano torpore, gettai uno sguardo sul campo di battaglia e mi accorsi che la donna di fronte a me era rimasta ormai senza difese, annientate dalle frecce delle mie Torri.
L’occasione era ghiotta. La forza che aveva guidato ogni mio gesto fino a quel momento si impossessò di me, la mia mano prese la spada e le mie gambe mi lanciarono verso le file nemiche. Il tempo di attraversare il campo ed avrei trafitto quella donna, macchiando del terzo colore il suo abito candido e ponendo finalmente fine allo scontro.
Lei sembrò leggere questi tragici propositi nel mio sguardo ed annuì, rassegnata al Suo destino, dignitosa anche nella fine, allargando le braccia quasi a semplificarmi il lavoro.
Sapevamo entrambe che una di noi due non avrebbe visto l’alba di domani, eppure, adesso, a un passo dalla vittoria, con la vita della Regina avversaria ormai nelle Mie mani, tutto tornava improvvisamente ad apparirmi sbagliato. O forse no! Tutto mi divenne incredibilmente chiaro: su quel campo c’era un unico esercito, un unico mondo in cui il terzo colore non avrebbe dovuto avere asilo! Bisogna lottare, certo, ma non per sopraffare un nemico, ma per proteggere la vita dei Nostri soldati, dei Nostri cari.
Fermai la mia corsa, piantai i piedi saldamente nel terreno e conficcai con forza la spada a terra.
Sentii la forza ostile colpirmi, cercando di obbligarmi a compiere ciò che avevo iniziato, udivo forte nella mia mente quella Voce che mi ordinava di procedere, senza indugi, senza tentennamenti.
Mi ribellai con tutte le forze che mi erano rimaste. – No! È sbagliato! – urlai.
Il mio urlo sembrò risvegliare la bionda Regina, riportandola alla nuova situazione che si era venuta a creare; mi fissò, sguainò la spada e la piantò a terra, copiando ancora una volta il mio gesto. Ci rifugiammo entrambe negli occhi dell’altra, in cerca di comprensione, di complicità, finalmente accomunate da un comune, positivo intendimento.

Marta bussò alla porta della camera dei suoi bambini.
– Mamma! – esclamò il più piccolo correndole incontro – È successa una magia! –
Giacomo le prese il polso e la portò davanti alla scacchiera.
Seduta dalla parte dell’esercito nero c’era la figlia maggiore che aveva un’espressione interdetta.
– Ha vinto di nuovo Noemi? –
– Non ci riesce – affermò contento il bimbo.
Marta guardò la figlia – La Regina Nera non si muove – brontolò lei – È come se si fosse appiccicata alla scacchiera –
Anche Marta provò a spostare la pedina ma non ci riuscì – Non so… – sospirò – Non importa, chiediamo poi a papà – sorrise – Adesso andiamo, è ora della merenda! –
I due corsero fuori dalla stanza, ma dopo pochi istanti Giacomo tornò sui suoi passi.
– Mamma, ho pensato che forse loro non vogliono più farsi la guerra –
La mamma lo guardò negli occhi – Giacomo, è solo un gioco. Sono solo pedine. Dai, andiamo –
La mamma si avviò verso la cucina, dove Noemi reclamava la sua merenda, Giacomo invece rimase ancora un po’ a fissare la scacchiera; quando raggiunse gli altri, raccontò di aver visto le due Regine abbracciarsi.

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  4 comments for “Il terzo colore

  1. avatar
    j04931
    29 marzo 2016 a 13:13

    Idea molto carina!
    Una battaglia all’ultimo sangue, nella quale i protprotagonisti agiscono contro la loro stessa volontà. Ma si può andar contro a tale “forza”?

    Esposto molto bene. Mi piace molto lo stile di narrazione. Bello!
    Complimenti!

  2. avatar
    antonio di lorenzi
    31 marzo 2016 a 18:12

    Devo essere sincero: ero convinto (trincerato nelle mie cocciute convinzioni) che i ragazzi di oggi sapessero soltanto esprimersi in quell’odioso dialetto “messaggese” fatto di “x” di numeri e faccine ma…leggendo Chiara ho provato un piacevole brivido di soddisfazione. In poche mosse (leggi righe) mi ha immobilizzato la Regina e ha dato scacco matto al mio traballante Re. Brava Chiara.

  3. avatar
    Maria Rita bruno
    1 aprile 2016 a 9:53

    Originalissimo e intensamente pensato e approfondito. Una chicca !

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