Il Testimone

Ho scambiato la mia auto con la jeep di Katy. Voglio trascorrere qualche ora nell’entroterra Provenzale, godendomi i profumi di queste colline.

Avanzo tra uliveti argentei, siepi d’oleandri, foreste di mimose ancor verdi.

Intorno, sentori di timo, maggiorana, rosmarino, ricordano i piatti tipici della cucina locale.

M’inebrio, aspirando a pieni polmoni.

La strada è piena di curve, ma ben tenuta. Le insegne dipinte in nero, a mano, su pannelli di legno grezzo, indicano, oltre al nome dei proprietari, anche la produzione di vini, formaggi, fiori, in cui ogni fattoria si è specializzata.

Continuo a salire e, lontano, vedo profilarsi la costa, che ho lasciato ormai da tempo, lambita da un mare blu cobalto che sfuma all’orizzonte in una linea indefinita di un azzurro un po’ stinto, infiocchettato da poche nuvole sparse.

Nuvole di calore, certo.

La mia attenzione é attratta da un sentiero che s’inerpica verso il cocuzzolo.

L’auto mi consente di percorrerlo e, in preda ad un istinto irrefrenabile, mi accingo alla salita.

D’improvviso tutto cambia.

La vegetazione si fa più fitta, incolta, ma cresce la fragranza aromatica.

Di colpo mi fermo. Sul ciglio del viottolo c’è una gatta che guarda in alto, sembra disperata.

Temo che scappi e scendo cautamente. Per fortuna ho calzato scarponcini adeguati e non m’intralciano i soliti tacchi alti.

Poi capisco: sui rami più esterni c’è un micio piccolissimo. Chissà com’è riuscito a salire ed ora non sa più scendere. Ci vorrebbe una scala. Proverò così. Mi allaccio lo zaino ed inizio ad inerpicarmi sull’albero.

Mi ritorna alla mente il gioco che facevo da bambina. M’immedesimo ed ecco che, attirando verso di me l’animale col braccio proteso, riesco ad agguantarlo e ad infilarlo nell’improvvisato marsupio.

Il micio è dotato d’unghie di tutto rispetto. Mentre scendo, prudentemente, mi graffia la camicetta. Pazienza. Tocco terra in fretta, prima che i minuscoli artigli oltrepassino la barriera della stoffa.

Adagio il micio con attenzione vicino alla madre che mi guarda con gli immensi occhi verdi. Inizia a leccare il piccolo, lo afferra per la collottola e se lo porta via, girandosi indietro ancora una volta.

Sorrido. Ho rovinato una camicetta, ma stranamente non mi rattrista.

Risalgo in auto e bevo un sorso d’acqua dalla bottiglia che sempre m’accompagna.

Fa caldo. Potrebbe anche essere effetto dell’insolita acrobazia. Certo non sono più una ragazzina.

Tuttavia, mi sento bene. Dovrei farlo più spesso.

Ho i finestrini abbassati per catturare i profumi e, così, non mi sfuggono neanche i rumori.

Sento un guaito sommesso. Spengo il motore e mi guardo intorno.

C’è una trappola per lepri più in là.

La scorgo perché imprigiona un cagnolino, altrimenti, così ben mimetizzata, non è individuabile.

Di corsa prendo il cacciavite che trovo nel cruscotto e benedico Katy, preparata sempre ad ogni evenienza.

Mi avvicino e, dopo averlo rassicurato con una carezza, lo libero.

Probabilmente era lì da un po’. Lo prendo in braccio e lo porto verso la jeep.

Lo sistemo su una coperta che trovo nel bagagliaio e gli offro quel che é rimasto dell’acqua.

Non ho altro, purtroppo. Ha una zampa ferita. Cercherò nei dintorni il proprietario o qualcuno che potrà occuparsene.

Mentre guido mi ritrovo a canticchiare. Era tanto che non lo facevo.

Mi accorgo che il cane si accuccia e che la ferita non sanguina più.

Finalmente scorgo una casa di pietre con le finestre di legno come usava una volta.

Mi dirigo verso lo spiazzo antistante e cerco di evitare la polvere franando pianissimo.

Lascio la bestiola ferita ancora dormiente e mi avvicino alla porta.

È socchiusa.

Busso. Si affaccia una donna con i capelli bianchi. È stata sicuramente molto bella: Lo è ancora: i tratti delicati del viso lo denotano. Ha un bel portamento ed un’età indefinibile.

Sorrido, saluto e spiego il motivo del disturbo.

Lei mi guarda e, dopo avermi dato il benvenuto, mi aiuta ad assistere il cagnolino.

Lo portiamo insieme in casa. Non è grave. Tenendolo sempre sulla coperta che sembra apprezzare, disinfettiamo la ferita e, per precauzione, stecchiamo la zampa.

La mia ospite si muove con leggiadria, il vestito azzurro le danza intorno. Sistema la coperta in un angolo e prepara per il cucciolo una ciotola di latte.

Mi accorgo che anch’io ho fame. Come se mi leggesse nel pensiero, stende una tovaglia a fiori sul massiccio tavolo rotondo e dispone artisticamente ciotole di ceramica colorate e piatti di Faience, con marmellata, miele, formaggio fresco, mostarda. A lato depone una baguette freschissima.

Sorridendo m’invita ad approfittare dello spuntino. Siede accanto a me. Mi guarda mentre addento il pane croccante e prepara per entrambe una bevanda che sa di frutti di bosco, pesca, limone. Ad ogni sorso mi sembra di riconoscere un ingrediente nuovo.

Ci troviamo a parlare di cose importanti, personali, anzi, mi accorgo di confidare alla sconosciuta segreti sepolti dentro di me da tanto tempo.

Sono confidenze che non ho mai fatto. Mi trovo a raccontare del mio bisogno di essere accettata da tutti, di raccogliere il consenso di chi incontro.

Sono da sempre mendicante d’amore, nella sua veste più pura: il saluto di un bimbo, il sorriso di un passante, il ricordo degli amici, la gioia di una corsa all’aria aperta, di un tuffo in mezzo alle onde.

Parlo a ruota libera. Lei mi ascolta ed interviene, talvolta, con fermezza serena, per riportarmi ad una giusta considerazione degli avvenimenti.

Più le sto vicino, più mi sento bene, a mio agio. Ho l’impressione che un caldo abbraccio mi avvolga attraverso il suo sorriso lieve, quasi irreale.

Ha la freschezza della gioventù e la saggezza degli anni: un connubio magico che mi sorprende.

Talvolta una ciocca dei capelli lucenti le scende sugli occhi. Con un gesto istintivo, li scosta, passandoli dietro l’orecchio. La lunghezza fino alle spalle è dura da tenere a freno.

Cerco nello zaino il mio pettine d’avorio e, timidamente, glielo porgo. È un oggetto antico che porto con me perché mi ricorda la mia adolescenza.

Lo esamina sorridendo e, alle mie parole, risponde di gradirlo.

Con movenze soavi lo fissa sulla nuca e, come accade talvolta, il suo viso acquista una nuova intensa espressione.

Non vorrei lasciarla mai. Guardo nell’angolo. La bestiola sonnecchia e, talvolta, il suo corpo è precorso da un brivido, come succede anche ai bimbi, quando sognano.

Tutto intorno a me è pace e serenità.

Lydia, così si chiama, infine si alza e trae da un’antica cassapanca uno scialle etereo, candido come la neve, soffice come una piuma.

Me lo drappeggia sulle spalle e, solo adesso, mi accorgo che sta annottando e l’aria si è rinfrescata.

La ringrazio per la sollecitudine e mi accingo a congedarmi. Faccio il gesto di restituirle lo scialle, ma lei mi ferma con la mano.

È un dono. È felice di aver trovato la persona cui affidarlo, dice.

Mi spiega che da tempo soffre d’insonnia perché l’idea di non rintracciare, nel suo isolamento, il soggetto che ricerca, la sta letteralmente divorando.

L’indumento è caldo, leggero, tenero come una carezza. Finalmente capisco. È il grande abbraccio dell’anima, quello che mi è stato donato.

La mia benefattrice mi ha messo in condizione di continuare questa staffetta al suo posto.

Lascio la casa, dopo aver salutato con trasporto la mia nuova amica che, finalmente, siede rilassata in poltrona.

Accarezzo l’animale che guaisce di gioia e mi avvio verso l’auto.

Sono certa che per me sarà più facile l’impresa, visto che vivo in mezzo a tanti.

Comincio a scorrere mentalmente una lista di persone, ma mi accorgo che alcuni episodi non depongono a favore.

Forse non è semplice come sembra.

Inizio la discesa verso casa con un nuovo pensiero.

Ornai ho un impegno da assolvere.

Troverò le spalle giuste su cui appoggiare questo tesoro, qualunque sacrificio comporti.

Il testimone della bontà, dell’amicizia, dell’amore non va sprecato.

L’umanità ne ha bisogno.

Ognuno di noi, in fondo, chiede di essere accettato dagli altri, di scambiare un sorriso, di essere accolto con benevolenza, ma non tutti capiscono che alla base c’è il rispetto assoluto degli altri e di se stessi.

Questo è il bacio del cuore.

 

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ivanascarzella

Ha partecipato a numerosi concorsi in Piemonte, Liguria e Toscana, ottenendo ottimi riscontri. Al momento sta lavorando al secondo volume di un romanzo ancora inedito.