Il vecchio Jack

I primi ricordi che il vecchio Jack aveva, erano legati al periodo in cui era poco più che un fuscello, non andava oltre a quelli, quando da piccolo, i grandi alberi che stavano intorno a lui, raccontavano di quando era ancora un semino, portato da chissà dove da qualche uccello di passaggio o forse da un colpo di vento. Lui non aveva ricordi di allora, ricordava solamente che era nato lì, in un bel posticino in mezzo alla foresta, aveva il suo spazio, anche se i grandi arbusti che crescevano intorno a lui non gli permettevano di vedere bene il cielo. A lui i raggi che filtravano tra le fronde degli altri alberi basta e così crebbe forte. Erano passati tanti anni e oramai era diventato anche lui un bell’arbusto forte e con le radici ben piantate a terra, aveva rami robusti e un grosso tronco, aveva sviluppato molto in altezza e dopo tante volte che aveva desiderato vedere il cielo, finalmente aveva anche lui il suo bel posto al sole, tanto che gli uccellini iniziarono a scegliere lui per fare il nido tra le sue fronde. Non sapeva bene che genere di albero era, ma tra gli alberi non si fa mai questo tipo distinzioni. O si è albero e allora si è tutti uguali, oppure albero non si è. Di stagioni ne erano passate molte, una dietro l’altra per molti anni, era arrivato più volte l’Inverno, che prima lo spogliava con i suoi gelidi venti e poi lo copriva con uno spesso manto di candida neve che inizialmente lo infreddoliva e poi lentamente lo assopiva, fino a tenerlo al caldo. Poi toccava alla rinascita con la Primavera, quando oramai era riuscito a scrollarsi la neve dalle fronde più alte, con le prime giornate di sole che da timido si faceva sempre più vivo, con la linfa che finalmente riprendeva a scorrere sotto la corteccia e sentiva i nuovi germogli crescere sui rami che lentamente diventavano un folto fogliame dove gli uccelli trovavano ristoro e riparo, insomma una casa. Poi a seguire toccava sempre all’Estate, calda e afosa, con il sole che sembrava quasi bruciare i rami più alti e con tutti gli animaletti che trovavano rifugio dalla calura sotto i suoi rami, e infine l’Autunno, che ingialliva le fronde e rendeva spogli i rami, con le foglie che a terra facevano un tappeto d’oro sbiadito.

Passò diverso tempo e le cose, che per tantissimi anni erano andate avanti immutabili, cambiarono di colpo nella foresta, s’iniziò parlando di un mostro scuro, venuto da lontano, che avanzava da valle, facendo un gran rumore e sbuffando in aria una lunga scia di nero fumo, con una bocca enorme e denti affilati che mangiava tutto quello che incontrava, piccoli fuscelli come grandi alberi, foglie e cespugli fino a mangiarsi anche gli animali. Non volava ma nemmeno gli uccelli avevano scampo, visto il fumo nero che buttava e visto che stava portando via ogni possibile albero per ripararsi. Il terrore si sparse tra gli alberi e le foglie sembravano ingiallirsi prima quell’anno a causa dello spavento, anche se l’Autunno era ancora molto lontano.

Le voci degli alberi si trasmettevano di fronda in fronda, con il frusciare di rami e per tutta la vallata si parlava di quello che stava accadendo. La paura di un evento incerto divenne presto realtà e arrivò il giorno in cui il vecchio Jack conobbe l’uomo e le sue terribili macchine infernali. Uno a uno caddero quelli che si trovavano sulla strada del mostro e a niente servì chiedere aiuto, Jack cadde come tutti i suoi vicini, così che si ritrovarono distesi l’uno a fianco all’altro a terra. Fu preso e gli recisero tutti i rami, come se non volessero che gli uccellini portassero lì il loro nido, poi lo spogliarono portandogli via la corteccia, facendolo rimanere completamente nudo, poi gli tagliarono via anche le radici e lui rimase così, semplicemente un tronco come tanti altri, trascinato a valle con delle funi e caricato uno sull’altro, ammassati dentro un grosso camion.

Chissà perché e nessuno lo saprà mai spiegare, il buon vecchio Jack non morì come tutti gli altri, lui non crebbe più, non perse più le foglie, non vide più uccellini nidificare tra i suoi rami, ma lui rimase comunque vivo e vigile su cosa gli accadeva intorno. Fece un lungo viaggio prima con un camion e poi fu caricato su di una nave insieme agli altri tronchi, lui provava a strofinarsi a loro per comunicare ma nessuno gli rispondeva, così passarono interi mesi e Jack si sentiva veramente solo. Arrivò una mattina in un porto, fu scaricato insieme con gli altri e ne era proprio felice, perché non ne poteva più di tutto quell’ondeggiare, una cosa alquanto anomala per uno che era abituato da secoli a vivere in un bosco. Fece un altro bel viaggio in camion e poi finalmente fu scaricato in una grossa azienda, dove fu posto su dei rulli. Inutile dire che il buon vecchio Jack per un po’ perse coscienza, provava strane sensazioni in quel corpo che non gli rispondeva e non sentiva più come suo, così quando si risvegliò, capì che qualcosa era cambiato. Era stato anche bello grosso come cambiamento! Ora era sottile e rettangolare, bianco candido come aveva visto essere solamente la neve che cadeva in alta montagna, insieme a tanti altri come lui, uno sopra all’altro a formare una pila, con una forma che proprio non gli apparteneva. In pratica si trovava nel bel mezzo di una risma, quasi verso la metà.

Non ci poteva credere, era una sensazione per lui stranissima, aveva una forma troppo regolare per il suo carattere, aveva degli spigoli che non rispecchiavano certo il suo modo di essere. Così pressati gli uni agli altri, avanzavano su di un rullo, finché un altro foglio non li avvolse e da lì il vecchio Jack vide solamente il buio più assoluto. Sentì rumori, sobbalzi e scuotimenti continui ma per parecchio non vide più la luce. Passò del tempo ma un bel giorno, quando iniziava a pensare che quel buio era dove tutti prima o poi finivano, sentì venir via la carta che lo avvolgeva e fu preso in mezzo ad un bel mazzetto, con qualcuno prima e qualcuno dopo di lui. Fu infilato insieme agli altri fogli in uno strano marchingegno che ogni tanto ne tirava dentro uno e lo risputava dall’altra parte. Ebbe una gran paura perché il ragazzo che li aveva messi in quella condizione fece qualcosa e la macchina tirò dentro quello prima di Jack. Il ragazzo si avvicinò al foglio appena uscito, guardò dal lato dove degli strani simboli erano stati fatti con del fluido nero, scosse la testa e lo strinse forte con ambo le mani fino a farne una piccola palla e poi lo gettò via in un angolo, bofonchiando qualcosa. Poi ritornò al suo posto, fece la stessa azione di prima e il vecchio Jack fu tirato dentro. Questa volta toccava a lui. La macchina infernale lo trascinava via, era inutile aggrapparsi, ma poi con cosa? Era buio e sentì qualcosa, come fosse stato un fuoco, passare leggermente su di lui. Aveva provato una cosa simile tanto tempo prima durante un temporale, quando un fulmine cadde proprio vicino a lui nella foresta rischiando di incendiarlo. Finalmente il tunnel stava per finire e dall’altra parte iniziò a intravedere la luce. Si ritrovò di là, si sentì abbrustolito e bagnato di una sostanza nerastra oleosa che gli rimaneva appiccicata addosso. Il ragazzo prese in mano Jack, lo fissò, gli soffiò contro, ma non era il vento dell’est che lo faceva dondolare quando era ancora un alberello piccolo. Poi fu piegato in tre parti e infilato all’interno di un altro foglio piegato. Ancora buio, altri sballottamenti e colpi.

Oramai era abituato a risvegliarsi in posti sempre nuovi e diversi, così non si diede a disperare, aveva con il tempo imparato a stare tranquillo e aspettare quello che lui con la sua volontà non poteva cambiare. Infatti, standosene lì tranquillo arrivò il giorno in cui rivide la luce, una ragazza bella e sorridente aveva aperto la busta e si mise a osservarlo. Lui era felice di tutto questo, ma scrutando il suo viso si accorse che pian piano stava cambiando espressione. La ragazza si faceva sempre più triste, sempre più cupa nello sguardo e poi iniziò a provare quella sensazione di bagnato che provava durante quei grossi temporali quando era un piccolo fuscello. Delle grosse gocce di pioggia stavano cadendo su di lui, poi tutto bagnato fu ripiegato e rimesso via.

Il tempo passò, ma tanto tempo questa volta e lui assopito dall’inedia aveva oramai perso ogni speranza, quando un giorno, neanche lui poteva sapere quanto tempo era passato, rivide la luce come fu aperto il coperchio della scatola dove era stato messo.

Inizialmente abituato al buio, non riusciva a tenere gli occhi aperti, ma poi riprese confidenza con il giorno. Dinanzi a se una donna, assomigliava molto a quella che aveva fatto piovere su di lui, ma i segni del tempo avevano rigato quel volto e guardandosi bene, anche lui si ritrovò un po’ più ingiallito di come si ricordava.

La donna lo guardò, questa volta sorrise e chiamò a se un uomo, un vecchietto oramai con la schiena piegata dagli anni e insieme guardarono in faccia Jack. Il vecchio Jack riconobbe quell’uomo che aveva disegnato su di lui quegli strani segni, il tempo era passato impietoso anche su quel viso, ma la memoria del vecchio Jack era rimasta la memoria di un alto e forte albero, una memoria che dura nei secoli.

I due vecchietti si abbracciarono affettuosamente e lui diede un bacio su di una guancia a lei, con amore e con rispetto, poi lei diede un ultimo sguardo al vecchio Jack, prima di ripiegarlo, questa volta per sempre. O fino alla prossima volta.

 

VAI ALLA SCHEDA AUTORE

Non sono stati trovati articoli correlati.