In arte Max

di Manuela Caracciolo

Il vento dal porto giocava a prendere a calci le cartacce sudicie nei carruggi della città vecchia sollevando gli ultimi sbuffi di inverno, densi di urina di gatto e frittura.
E si infilava molesto nei colletti e su per i pantaloni di flanella dei pochi passanti frettolosi.
Poco più in là la sera si coricava nel traffico del lungomare, con le luci ammiccanti della costa a completare il suono soffuso dei clacson.
Rabbrividendo a quella carezza pungente, l’ometto dalla capigliatura argentea incespicava sbuffando su per il vicolo.
Massimiliano Berutti, in arte Max, era diretto verso la piazza grande, verso il rifugio marmoreo del colonnato le cui braccia bianche proteggevano il palazzo ducale e il teatro, poco più in là.
Era quello un angolo isolato dal fragore molesto delle auto in fila sulla circonvallazione, al riparo dalla molestia del libeccio.
L’uomo camminava di buona lena, la zavorra pesante e preziosa che gli ciondolava dalla spalla, nella custodia di pelle lisa.
Ne avvertiva la consistenza rassicurante che gli scaldava il fianco, fedelmente, ad ogni passo.
Intanto l’aria seminava lamenti e scricchiolii sbattendo contro i cancelli arrugginiti e le porte sprangate, quasi elemosinando una nota accordata. Max la accompagnava con un fischio modulato, dandogli ritmo con il passo cadenzato sui ciottoli.
Muovendo la testa a tempo, inventava accordi casuali, carpiva ogni suono con il suo orecchio ipersensibile, e lo tramutava in musica quasi come un direttore d’orchestra all’inseguimento di un pentagramma, dirigendo strumentisti immaginari.
La sua vita era una sinfonia mai trascritta, fatta di luoghi, volti, momenti impressi nella memoria ed associati ad una melodia precisa.
Custodiva quegli spartiti fantastici tra i tasti dello strumento delicato che affiancava il suo peregrinare per piazze, stazioni, viali paralleli.
E ogni volta che lo accordava, i frammenti del passato percorrevano la scala bianca e nera dei tasti.
Alcune persone sembravano cogliere quelle schegge lontane come un’eco di temporale, e sorridevano senza apparente motivo, come capita spesso a chi ricorda.

Max respirò a fondo l’immobilità della “sua” piazza appoggiata ai merletti di palazzo Ducale.
La luce lattiginosa di lampioni creava una nebbia sottile sul selciato, con una sorta di incanto evanescente.
Lui sospirò e si lasciò cadere sul marmo fresco, facendo attenzione a stringere a sé la grande custodia per evitare che sbattesse contro la superficie dura.
Si mise ad osservare.
Poche persone abitavano i dehors striminziti fuori dai bar eleganti; faceva ancora troppo freddo per un aperitivo fuori. Tutti infatti si rifocillavano con tazze di bevande fumanti.
Di lì a poche settimane quei luoghi sarebbero stati animati da un popolo rumoroso e variopinto, la giovinezza sfacciata appoggiata plasticamente ai pouf, con i grandi bicchieri simili a vasi decorati da cannucce e ombrellini da rigirare tra le dita con noncuranza, studiando i propri simili.
Max sapeva estraniarsi da quel contesto, solo dedicandosi a volte a gruppetti di donne che ridacchiavano bevendo vino bianco, e volentieri intrattenendole con un po’ delle canzoni allegre che aveva in repertorio. Gli piaceva vederle muovere le teste fresche di parrucchiere, sentirle ridere di imbarazzo tra i denti bianchi mentre annuivano e gli porgevano qualche moneta.
Alcune scherzavano civettuole; lui era ancora un uomo piacente, vestito con cura, e sapeva distribuire buon umore muovendo le dita tozze sui tasti, pompando il suono metallico al di sopra dei bassi che riempivano le casse concave degli stereo.
Le donne! Era bello guardarle vivere, immaginarle al mattino, disarmate dal trucco e intontite, ebbre di qualche sogno confuso dal vino o dalle mani di un uomo già lontano.
Max le amava anche quando si voltavano infastidite mostrandogli le spalle fiere, fingendosi superiori alla romanticheria di quel suono creato per gli amanti.
Le coppie innamorate! Quelle stavano su un altro pianeta. Incrociavano i colli come colombe e muovevano le teste lentamente, cullate da un ritmo esclusivo, che sovrastava chiacchiere e risate.

Era a quel punto che le sue note viaggiavano sospese a metà, senza espandersi verso il cielo leggero come vorrebbe ogni legge fisica e acustica; stagnavano tra le teste distratte della gente, avvolgendo l’insieme e cambiandone i contorni.
C’era chi le carpiva assecondandole con il capo e chi le ignorava con fastidio, ma Max continuava a suonare ed a camminare nella calma dell’ora preserale, in una luce satura di colore e fumo.
Non parlava, ma sorrideva e ondeggiava il busto corto e le spalle curve mentre pompava il mantice con un braccio e le dita scorrevano sui tasti; rapito, estraneo. Il suo palco era la piazza, il proscenio il palazzo, le quinte i portici scivolosi.
Quella sera si adagiò vicino all’entrata del signorile teatro, senza estrarre il cappello o la ciotola per raccogliere le monetine di ascoltatori frettolosi.
Di solito era la gente che allungava timidamente qualche spicciolo, e quel gesto spesso rivelava un imbarazzo che riempiva Max di tenerezza.
Secondo lui non era vero che la gente non fosse generosa, andava solo stimolata a premiare in qualche modo le belle canzoni…
Max aveva un suo gruzzolo da parte, poiché ogni tanto gli riusciva qualche ingaggio nelle balere di paese che già conoscevano il suo peregrinare continuo sulla costa.
E quando girava bene poteva offrire i pescetti fritti a Zaira, la giovanissima ucraina dagli occhi trasparenti che batteva all’hotel Triestina.
Era una donna smarrita e pallida, ma con le guance rosate di un’adolescenza strappata da mani voraci di camionisti dell’età di suo padre e dalle dita callose degli addetti ai pescherecci, uomini che puzzavano di frontiera e di sole.
Aspettava i clienti inguainata nella solita minigonna nera, seduta al bancone del bar semibuio con il cubalibre in mano, la cannuccia appoggiata alle labbra lucide in una posa involontariamente tenera e seducente. Era una Lolita appena sbarcata, che non nascondeva una ruga lieve di volgarità e disincanto intorno alla bocca fresca di chewing-gum.

Max ne era rimasto fulmineamente affascinato e dopo un paio di imbarazzanti approcci aveva acquistato a prezzo di favore una svelta prestazione nel retro dell’albergo, tra cesti di lenzuola sporche e neon sbiaditi.
Dopo essersi ricomposta e ravviata i capelli, lei gli aveva chiesto una sigaretta e aveva trascorso le due ore successive a raccontargli della sua terra, la fattoria, gli animali, i suoi fratelli… una storia come tante, di miseria, di guerra e di un’umiliante fuga verso un punto interrogativo più grande di lei, ma meno minaccioso del tuono dei kalashnikov.
Parlava di sé in terza persona, come se lei non ci fosse, come se narrasse la trama di un film per la tv, come se nulla fosse realmente accaduto, come se avesse compiuto tutta una serie di azioni senza provare nulla.
L’uomo non era riuscito a non farglielo notare.
”Quello che sento lo so io, tu non mi hai pagato abbastanza per dirtelo”, aveva risposto brusca. Max l’aveva abbracciata e lei non si era ritratta.
Quando poteva, la passava a trovare all’hotel.
Non aveva scoperto dove e con chi vivesse, ma aveva intuito che fosse sicuramente protetta da un connazionale.
Il suo giro di clienti era assai poco costante; certe sere se ne stava seduta a sorseggiare coca cola annacquata e allora potevano parlare e scappare per qualche mezz’ora tra i carruggi. Qualche volta lui aveva suonato per lei. E Zaira aveva pianto.
“Non ti piace questa canzone?” l’aveva interrogata lui, basito dalla reazione.
“No. È bella, mi ricorda un po’ di cose…”
Dopo averla lasciata sfogare, Max l’aveva presa per mano e accompagnata nella friggitoria di Ines.
Il quel bugigattolo caldo di legno la proprietaria aveva servito alla strana coppia un paio di cartocci “sospesi” dalla gente che viveva nei dintorni e che si affacciava ai poggioli quando lui decideva di esibirsi nei cortili.
La ragazza era scoppiata a ridere: “Se tu suoni tutti ti danno mangiare gratis? Allora si che fai bene! Continua, la musica è la tua moneta”.
Lui aveva sorriso intimidito e una punta di orgoglio gli aveva solleticato il petto.

Quella sera di vento però non portava con sé il profumo dozzinale di Zaira. Max era passato al Triestino ma lei non c’era, forse impegnata con un cliente.
“Peccato, avevo una canzone nuova da farle ascoltare” aveva riflettuto lui.
Non poteva però aspettarla, perché di lì a breve a teatro sarebbe cominciato un gran concerto e lui non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di racimolare un bel po’ di grano dagli elegantoni che stazionavano pigri in piazza prima dello spettacolo.
Se ne stavano impettiti con i flute in mano ed il portafoglio gonfio, pronto ad aprirsi davanti all’arte povera del suo strumento. Il guadagno era proporzionale dall’ebbrezza della mondanità, finestra spalancata sulla media borghesia cittadina, elettrizzata dalle bollicine ed avvolta in taffettà e pashmina.
Vagavano per la piazza mollemente, scrutando tra i volti alla ricerca di un conoscente, un collega, magari un’amante… chiunque fosse vagamente familiare e con cui cimentarsi nella pantomina del “conosce tutti e tutti mi conoscono”.
Il cartellone di presentazione troneggiava nell’ingresso di vetro, una sagoma di carta alta quanto un uomo, con dentro i lineamenti di un viso maschile segnato dai solchi di anni di applausi e di copertine. Folti capelli bianchi erano immortalati in onde seriche su sopracciglia altrettanto folte, piegate come ali di gabbiano sugli occhi chiarissimi e indagatori.
Facile immaginare la sua vita, tra lucidi pianoforti a coda, cortine di fumo al mentolo e dita di whiskey, applausi e cravattini stropicciati.
Aveva il fascino raffinato della noblesse, con una finezza nei tratti piacevolmente stridente con le rughe del viso lungo che tradivano le origini dei nonni lavoratori di campi e allevatori di bestie.

Il naso importante era leggermente storto da un lato e le labbra socchiuse, quasi colte a comporre una parola, forse quella che dava il nome all’album promosso: Snob.
In quella, unica, sillaba intitolava quindi un piccolo universo a sé, gravitante intorno all’élite di della musica orchestrale.
Max trovava ridicolo concentrare in un titolo la serie di emozioni che le note sanno rappresentare. La musica era stata creata per tutti, per chiunque sapesse ascoltare, non importava il livello culturale o i trascorsi, o l’estrazione sociale. La vedeva come un’alchimia arcaica, un’affinità popolare, un mezzo per riunire cuori e menti e corpi, facendoli sognare e ballare immergendoli in un’atmosfera senza tempo, senza prezzo. “Le canzoni sono democratiche e appartengono ad ognuno di noi, che a modo suo le fa proprie, le plasma, come un vestito cucito apposta per la nostra anima. La Musica è ciò che aiuta a sorridere ma che aiuta anche a piangere…”.

Così rifletteva il suonatore muovendo il mantice della fisarmonica avanti e indietro, ondeggiando tra la folla elegante.
Cullato dalla languida rumba che compose sul momento inseguendo le note con le dita, nemmeno si accorse che la gente, al rintocco dell’orologio della torre marinara, era sciamata mormorante verso le vetrate aperte, inghiottita dalla luce abbagliante dei lampadari di cristallo.
Lui si ritrovò d’un tratto solo, abbracciato languidamente al suo sogno appeso al collo, nel baluginare dei lampioni sensibili alla notte.
Una cartaccia danzava in circolo ai suoi piedi.
Stranito, si lasciò cadere sullo scalone di ingresso, respirando forte e sentendosi all’improvviso solo.
Neanche Nanda era passata di lì, quella sera.
Spesso si facevano compagnia in quelle notti pallide e lei gli offriva sempre un goccio del suo vinello da quattro soldi.
Il Palazzo Ducale era la sua corte immaginaria, per lei regina delle immondizie.

Anziana ormai, sdentata e fiaccata dal tempo e dalla vita di strada, aveva scavalcato un passato difficile, molti anni della giovinezza passati tra orfanotrofi e reparti psichiatrici, una famiglia che l’aveva lasciata alle cure di un centro di recupero dal quale era presto scappata, con i suoi cartoni per dormire all’aperto e qualche libro consunto.
Max aveva ricostruito la sua storia dai tanti stralci di racconti, figli di qualche sbronza e bagnati da qualche lacrima orgogliosa.
Lui la lasciava sfogare, triste o rabbiosa o euforica che fosse, ed era quello l’unico modo per andarci d’accordo.
La donna ricordava però, che in qualche momento della sua giovinezza, l’incontro con un uomo di cultura che le aveva spalancato le porte altolocate dello spettacolo, dell’opera…e lei aveva imparato presto a modulare la sua bella voce tanto da poter interpretare con acuti gorgheggi quelle arie così complesse. Conosceva a memoria molti dei classici, dalla Turandot alla Traviata, da Madama Butterfly a La Boheme…
Poi anche quella breve favola si era spenta come un cerino, lasciando solo odore di zolfo, solitudine e pazzia.
Per anni Nanda era stata confinata in qualche istituto psichiatrico, colpevole di qualche reazione violenta, forse nei confronti dell’ex amante…
Da tempo dormiva dalle suore nel convento in collina, con il divieto assoluto, e a volte salvifico, bere in quel luogo sacro. Lei resisteva qualche giorno poi se ne andava sbattendo il portone e cercava rifugio al dormitorio dove litigava puntualmente con qualche clandestina per accaparrarsi il letto più pulito. E di nuovo si ubriacava senza ritegno, in modo da giocarsi anche lì la possibilità di un ricovero.
Molte volte Max era stato tentato di offrirle una notte in qualche ostello, ma temeva di offenderla; lei odiava il compatimento e preferiva rintanarsi nel suo giaciglio di coperte e carta e abbracciare l’amata bottiglia guardando il lato cupo del mare.

Aveva un carattere forte, Nanda. Spesso diventava aggressiva, alterata dal troppo alcol, e sbraitava contro i passanti, come a voler dar voce al disagio quasi fisico di chi, in qualche modo, era stata delusa e umiliata, fraintesa e ghettizzata.
Lui lo percepiva come attraverso un sesto senso che gli morsicava lo stomaco quando la guardava negli occhi irrequieti, ma mai aveva avuto il coraggio di chiederle più di quanto gli fosse stato spontaneamente raccontato.
Quando girava bene lei gli chiedeva di suonare e produceva con le corde vocali un suono delicato e intenso allo tesso tempo, seguendo la lirica ed i suoi difficili passaggi. E diventava quasi bella in quei momenti, quasi una Casta Diva vestita di colori sgargianti, del tutto dissimili dalle tute di acetato che le passava la parrocchia.
L’uomo con la fisa sospirò sentendosi un po’ solo in mezzo alla calca che sgomitava con signorilità malcelata per accedere all’ingresso. In pochi minuti l’atrio rimase deserto e silenzioso.
Max si spostò sul retro, verso gli ingressi riservati agli artisti. Lì poteva riposare almeno fino all’ intervallo, contare il piccolo gruzzolo che aveva raccolto e pensare a come spenderlo, se per un gelato offerto a Zaira o qualche birra per lui e Nanda.
Altre necessità non aveva. Il suo bugigattolo fronte-porto lasciatogli da sua madre lo aspettava, arredato con vecchi mobili recuperati dal robivecchi e con luce, acqua e gas autonomi, ovvero lanterne, candele, taniche riempite alle fontane nottetempo e bombola per il fornellino da campo. Nell’alveare della città vecchia il suo piccolo angolo malconcio era ben nascosto tra il retro bottega di un calzolaio e le cantine in disuso di un antico palazzo, e sicuro.
Se si alzava in punta di piedi oltre la finestrella, che non era più che una feritoia isolata ed oscurata da cartoni, Max poteva vedere il mare.

Aveva luce per leggere e scrivere, acqua per lavare sé stesso e i suoi abiti, poteva difendersi dall’umido invernale con una stufetta a gas così come scaldarsi gli avanzi della cena. Insomma, quella era casa sua e non ne avrebbe desiderata un’altra.
A volte, quando poteva, si regalava una dolce notte con Zaira in qualche pensione sul porto.
Preferiva non accumulare denaro e utilizzarlo il prima possibile, come un bandito con la refurtiva.
Certo, un po’ di grano faceva comodo e c’erano migliaia di oggetti che Max desiderava, da donare alle sue amiche od a se stesso, ma non possederli era il solo modo per apprezzarli davvero e per non sprecarli, accantonarli, vederli invecchiare inutili.  Così gli aveva insegnato sua madre.
E così lui faceva, pacifico e soddisfatto di suonare per ciò di cui necessitava al momento.
Per questo trovava ogni volta comica quella parata di duchi e duchesse della repubblica marinara, come li chiamava Nanda., e tutto lo scintillio ed un fruscio di sete per dimostrare poi l’inutilità dell’apparenza.
Si accucciò per terra, con lo strumento dormiente nella custodia ed i fogli dei pentagrammati ad attendere i suoi tratti di penna.
La luna bucata da un tratto di nuvola scura si tirava dietro il velo cheto della notte e sulla sua scia umida calò il silenzio dell’ascolto, ad assecondare il musicista nell’opera di composizione di una nuova melodia.
Max osservava le note danzare gioiose sulle linee dello spartito, arrampicandosi tra le ottave, saltellando agili tra le pause per raggiungere i piani e i forti e ritrovarsi a muovere la sincope con crescente armonia.
Assorto nella creazione, il musicista non si accorse della voluta di fumo legnoso che saliva lento nell’aria pesante di pioggia, come erica sul muro vecchio del palazzo.
Proveniva da una dura pipa in radica, a sua volta celata tra le pieghe di un colletto impermeabile.

La figura avvolta in un trench scuro e cappello classico Borsalino fumava, ed osservava con sguardo pigro, come se l’unico senso attivo fosse il suo orecchio pronto a cogliere le vibrazioni sonore che uscivano lievi dallo strumento.
Intanto, qualche tozza goccia di pioggia aveva cominciato timidamente a macchiare i gradini del teatro.
Secco come una fucilata, un tuono scosse il cielo asfaltato della sera seguito da una crepa di luce.
La concentrazione saliva e la scrittura si faceva più frenetica, mentre Max si rannicchiava su se stesso e sulla propria fisa, come ad assorbirne i suoni.
Solo dopo alcuni minuti, notò finalmente le scarpe lunghe e lucide dell’uomo a un metro da sé. Si era avvicinato quasi danzando tra la pioggia sempre più fitta.
Max fu sorpreso da quello sguardo penetrante, dai baffi gialli di nicotina mossi dal fremito mentre le labbra stringevano il beccuccio della pipa che sbuffava ritmica, come annoiata.
L’uomo sollevò il mento aristocratico e si grattò il naso bitorzoluto con un gesto che poco si addiceva all’eleganza del suo abbigliamento.
Il baluginare dei lampioni giocava sui solchi della sua faccia, rendendoli più scolpiti nella roccia chiara della pelle. Era severo, duro e impenetrabile proprio come il marmo.
Si osservarono a lungo, mentre crescerà lo scrosciare della pioggia intorno a loro.
Dopo un’ultima lunghissima boccata di fumo, l’uomo con il cappello si strinse nelle spalle e guardando altrove chiese: – Chi sei ? Cosa suoni? –
Max fu colto da un brivido e gli mostrò il suo strumento, sollevandolo con delicatezza come un infante.
L’altro annuì per niente stupito.
– Lo sapevo. – commentò.
Quella voce e quei tratti gli erano famigliari, ma ne aveva un ricordo statico o comunque filtrato, virtuale, forse solo figlio di schermi e carta; nulla di tangibile insomma, di concreto, e che in qualche modo si sposasse con quella voce roca. L’odore denso della pipa penetrò l’aria sospesa tra loro.

La soggezione lo zittiva, proprio lui che alla parola “suonare” avrebbe potuto intrattenere chiunque per ore.
– Se riesci a star dietro agli altri, ho un fisarmonicista da sostituire, stasera.
– Non so, dottore…- rispose stupefatto Max.
– Non sono dottore, sono avvocato – ribadì seccamente l’uomo in nero – e se accetti sarai pagato, ma devi suonare bene. Ci sono settecento persone in quel teatro che aspettano.
La bocca di Max si spalancò in una “oh” di stupore. Quella persona che gli stava chiedendo di far parte della sua orchestra era la star internazionale che incantava da anni ogni angolo d’ Europa e d’ America con il suo sound contaminato da blues, jazz, ritmi afro-cubani e testi densi di significato, storie di province del mondo narrate inseguendo un assolo di sax, un giro di basso, un trillo di flauto.
Lui era quel signore altolocato ed elegante, figlio della noblesse ma legato alla terra di un paese piovoso del nord, che con il suo pianoforte e il suo genio aveva conquistato il pubblico più esigente, suonato nel lusso di velluto dei teatri barocchi di Londra, Parigi, Vienna così come nell’acciaio pretenzioso dei grandi palazzi di New York, Chicago, Boston, o nel fumo colorato dei neon di San Paulo, Caracas, Città del Messico. Lui che fabulava di uomini soli e disorientati, con toni buffi o gravi, con quella voce nasale e profonda, cantava il bisogno di vivere guardando l’orizzonte, di conquistare almeno un pezzetto di strada per corrervi sopra; …lui che dirigeva i più talentuosi musicisti del mondo, tutti vibranti nell’attesa di un suo cenno solenne, e che con il pubblico non comunicava semplicemente battendo con la mano aperta sulla sua pancia il tempo delle canzoni e che a fine show ricompensava con un cenno quell’entusiasmo che nutriva da anni il suo indiscusso successo. Come a dire che la Musica con la M maiuscola non ha bisogno di discorsi, ma si accontenta di evocare emozioni.

Era proprio lui quell’uomo snob del manifesto, e in quel momento a Max pareva un Dio.
Le nubi oltre la sua testa canuta scivolavano sinistre, abbassando la cresta alla sua altezza, come per un saluto ossequioso.
Max, quasi di colpo, si sorprese ad immaginarsi strizzato in un tight rigido con lucide scarpe strette a costringergli i piedi, come un nodo di farfallino di seta a premere contro la giugulare.
Sentì concretamente il calore polveroso delle luci del palco, lo scricchiolio lamentoso del legno, la presenza buia del pubblico tossicchiante, la pesantezza del velluto del sipario, e le mani cominciarono a tremargli violentemente mentre una vertigine parve ribaltare l’asse della terra.
Erano decenni che non calcava la scena, da quando l’esile direttore l’aveva allontanato dall’orchestra perché si era presentato alticcio alle prove. Non accadeva spesso che esagerasse con la bottiglia, ma quella era stata una giornata storta e quel vinello in offerta al market lo aveva aiutato a trovare le energie per presentarsi in teatro, barcollante ma allegro.
Max aveva ancora in bocca il sapore aspro dell’alcool e della vergogna. E allora aveva deciso di “spendere” la sua musica tra fiere contadine e concerti in piazza, alternandosi tra palchetti e scalini, piccoli porti e spiagge umide.
– Sei ubriaco? – chiese l’altro uomo
– No, dott…avvocato. È che non mi sento di… –
– Ho capito. Nessun problema. – e così dicendo gli allungò una banconota arrotolata, sbuffando insieme alla pipa.
La sua espressione un po’ arcigna non mutò, anche se un’ombra sottile ne attraversò lo sguardo ceruleo. Forse delusione…o comprensione, chissà!
Max non prese il denaro. – Maestro… io non sono degno della sua proposta – sospirò – non sono stato sempre così per strada. Suonavo nell’orchestra della mia città ed ero un bravo musicista! Ora però ho smesso, vivo alla giornata, suono per chi mi ascolta e sono felice. Non voglio sembrare sfrontato, non sono nulla in confronto a Lei che è famoso, ma…

L’avvocato alzò una mano enorme davanti al viso, a stoppare le parole farfugliate dell’ometto davanti a lui.
– Ti ho scelto perché ti ho sentito prima, dai camerini, mentre usavi lo strumento in piazza. Hai buon orecchio e dita veloci. Meglio di altri con cui condivido i concerti! Se non ti interessa ne trovo un altro, va bene così. Prendi almeno questi e non andare a berteli subito – e gli porse nuovamente le banconote.
– No, signore. Non ne ho bisogno. Mi basta che Lei mi abbia ascoltato. Sono onorato di averla conosciuta. – rispose sorridente Max – se non le dispiace continuo il mio lavoro. Lo sa meglio di me: quando si ha in testa una melodia bisogna subito scriverla sulla carta, se no se la porta via il vento –
E così dicendo si riposizionò a gambe incrociate incurante della pozzanghera creata ai suoi piedi dalla pioggia finalmente meno violenta, solo un tamburellare sommesso sui ciottoli.
Tutto tacque e il tempo parve arrestarsi per un attimo: il traffico, il vento, persino la risacca, in un istante sospeso e denso, fino a quando l’uomo elegante scopri i denti in un ghigno di commiato: – Stammi bene, tu e la tua fisarmonica – e scomparve in uno svolazzo, così come era venuto.
Max lo guardò allontanarsi seguito dall’ombra cucita ai suoi piedi e respirò l’ultimo fiato aromatico della pipa.
Era stata serena la sua scelta, senza il minimo indugio né rimpianto. Un mezzo sorriso gli tese il volto spianandogli le rughe.
Max non sapeva ancora che l’avvocato, quella notte dopo il concerto, avrebbe scritto una delle canzoni più belle e famose proprio in ricordo del loro strambo incontro.
Lui pensava solo a finire la sua musica e a quando l’avrebbe fatta ascoltare all’amica Nanda e in quale friggitoria dei carruggi avrebbe potuto portare a credito la sua Zaira per festeggiare la nuova composizione.
Si immaginò anche quanto le sarebbe sembrata bella alla luce nuda delle lampadine della strada, mentre il suono languido della sua fisarmonica avrebbe scaldato per un po’ quella sera di pioggia, facendoli danzare nel vento, come foulard.

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  2 comments for “In arte Max

  1. avatar
    Antonio Di Lorenzi
    26 marzo 2016 a 11:39

    Rimango sempre incantato e terribilmente affascinato da queste “capacità descrittive” così efficaci e poco consuete. E proprio attraverso queste “capacità” che Max acquista un fascino ed una importanza che ti tengono dentro al racconto, fino all’ultima riga. E poi, dentro a quella fisarmonica e dentro a quei caruggi sento aria di casa mia.

  2. avatar
    gianrelli
    6 aprile 2016 a 19:36

    bellissimo, scrittura poetica, storia emozionante. Complimenti. Una domanda: Chi è il divo? Penserei a Paolo Conte.
    Mi permetto di segnalare questo link: http://ilmiolibro.kataweb.it/area-privata/scrivere/#

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