L’avarizia del notaio Notarnicola

Nicola Notarnicola, notaio in Poggibonsi quella sera dopo aver dato una furtiva occhiata all’orologio, notò che erano già le 20.00; si alzò dalla sua scrivania e con meticolosità si accinse a chiudere tutte le imposte del suo studiolo, che dava sulla strada principale del paese. Il Notaio Notarnicola era ritenuto da tutti un valente professionista, meticoloso e professionalmente preparato, stimato dai suoi stessi colleghi; ma tanta era la sua bravura, che altrettanto era la sua avarizia. Il nostro Nicola, non aveva mai preso moglie con la tremenda paura che “un estraneo” potesse dissipargli tutto il patrimonio.

Quella sera non aveva ancora terminato il lavoro giornaliero, perciò decise di attardarsi ancora su quelle scartoffie. Le leggeva, prendeva appunti, le controllava di nuovo, poi si apprestava a mettere i visti e le locuzioni necessarie e a proporre memorie per ognuna di loro. Una volta terminato, per ciascuna di loro, provvedeva ad apporre le marche necessarie ed i bolli di legge richiesti. Pertanto, curava di bagnare la parte provvista di colla, nella rudimentale spugna imbevuta d’acqua riposta in un vecchio posacenere. Una volta apposti bolli e marche provvedeva, come da prassi, ad annullarli mediante l’apposizione del suo timbro notarile ad olio.

In un altro furtivo sguardo al suo orologio a pendolo, del quale, ormai da anni, non avvertiva più i rintocchi, si rese conto che era passata da poco lo mezzanotte; realizzò pertanto che era ora di andare a riposarsi perché il giorno successivo l’aspettava una giornata faticosa: al mattino in Tribunale ed il resto della giornata a registrare contratti. Stanco, si avviò ai piani superiori percorrendo la vecchia scala di legno, i cui gradini erano ormai consunti nella parte vicino alla ringhiera che aveva percorso sempre con lemme cadenza.

Una volta in cucina si apprestò a prepararsi la solita tisana. Il notaio Notarnicola non consumava mai la cena, ritenendo la stessa dannosa, sia alla propria salute che alla sua tasca, non smentendo l’innata inclinazione all’avarizia. Posò la tazza con la tisana sul comodino, non prima di essersi ricordato di aggiungervi un cucchiaino di miele che, come al solito, sostituisse lo zucchero. Spogliatosi, si calò addosso la lunga camicia da notte e, dopo aver indossato l’inseparabile papalina con pompon, iniziò a sorseggiare la tisana, seduto sul letto e sfogliando il libro dei conti in cui aveva annotato minuziosamente tutti i prestiti fatti ai suoi conoscenti. Lo sfogliare lentamente quel piccolo quaderno gli serviva a rinfrescarsi la memoria circa la data di scadenza relativa agli acconti o agli interessi maturati relativi ai prestiti eseguiti. Poco dopo spense la flebile luce che a stento illuminava la piccola stanzetta e si mise a letto.

Quella notte non riusciva a prendere sonno: gli capitava ogni volta che ripassando mnemonicamente i crediti vantati con gli interessi accumulati, gli rimaneva difficile far quadrare i conti. Si girava da una parte e dall’altra, con il proposito di non pensare, di ‘svuotarsi’ e dormire perché avvertiva la stanchezza. Macché! I numeri prevalevano, non solo, ma più di tutto vinceva la sua infusa avidità. A volte si metteva a sedere sul letto perché pensava che potesse essere vinto dalla stanchezza, ma la trovata non sortiva l’effetto bramato.

Ad un tratto un rumore, poi un altro ed altro ancora, allontanarono i suoi pensieri. Si alzò e stette in apprensione e comprese che i rumori venivano dal basso, dal suo ufficio. Si munì di una candela e senza correre, con la lentezza di sempre, si avviò per la scala di legno che scricchiolava sotto i suoi lenti ma pesanti passi. Man mano che avanzava, gradino dopo gradino, i rumori diventavano più concitati, ma cessarono d’improvviso non appena in ufficio accese la luce e poté constatare che la stanza era vuota. Nessuno! Cosa poteva mai essere stato a procurare tutto quel baccano? Ben presto il sinistro cigolio di una porta a vetri che dava sulla strada gli fece capire che, sbadatamente, la sera non aveva curato di serrarla completamente, pertanto capì che qualcuno si era furtivamente introdotto nell’ufficio. La mente e lo sguardo andarono precipitosamente al gran quadro raffigurante la battaglia di Waterloo che non era più al suo posto. Intravide la cassaforte che era ancora chiusa, ma nella serratura vi era qualcosa; si girò, chiuse per benino la porta a vetri che era appena socchiusa e si avviò verso la cassaforte a muro. Senza toccarla concretizzò che dalla serratura sporgeva un piccolo stiletto e subito pensò: “Maledetti ladruncoli, volevano portarmi via parte dei miei risparmi, linfa della mia vita, risparmi accumulati da giorni e notti di duro lavoro; maledetti, fortuna che i numeri hanno fatto si che i conti non tornassero e mi hanno tenuto desto” e poi pensò ancora: “Poverini, anche loro, non hanno pianificato i loro calcoli: su quel piccolo bisturi possono aver lasciato le loro impronte; domani vado in Polizia e l’Ispettore dovrà ascoltarmi; mi farò sentire, pretendo giustizia. Sono un cittadino modello, ho sempre pagato le tasse, oh si si!! Farò che quei delinquenti siano assicurati alla giustizia, gli farò vedere chi è il notaio Nicola Notarnicola” e, spegnendo la luce, tenendo ancora la candela accesa tra le mani, risalì la scala lemme lemme, gradino per gradino, tenendosi alla ringhiera.

Ora non erano i numeri a tenerlo desto, ma un nuovo pensiero: “E se i Gendarmi non trovano impronte? E se pur trovandole, non riescono a raffrontarle con altre? Tutto il paese saprà che è estremamente facile introdursi nello studio del povero notaio Notarnicola. Non andrò dall’Ispettore domani mattina, non voglio che qualcuno pensi che è facile farla in barba al notaio”. Così dicendo, si recò nuovamente in ufficio, tolse il bisturi dalla serratura della cassaforte e rimise il quadro al suo posto. Poco dopo, nuovamente nel letto, altri pensieri si accavallavano nella sua mente: “E se quei furfanti ritornano? Dovrò trovare altra sistemazione ai miei averi, linfa, nutrimento, ispirazione della mia vita. Forse sarà tempo che tenga conto di cambiare cassaforte, cercarne un’altra con una serratura moderna, a prova di scasso o addirittura una cassaforte che preveda ben due chiusure, tanto da porre a chi è malintenzionato ulteriori ostacoli. Dovrei provvedere anche ad ammodernare la vetrina del mio ufficio, cercando nuove e più robuste porte e finestre. Tutto ciò mi costerà una fortuna”.

Solo in quel momento i rintocchi dell’orologio della torre campanaria lo portarono alla realtà, erano le 8.00. Si alzò e, dopo essersi lavato e vestito, si precipitò in banca ove depositò in una cassetta di sicurezza tutti i suoi averi, linfa, nutrimento, ispirazione della sua vita.

Tornando a casa si sfregava le mani, si sentiva soddisfatto, camminava con passo svelto, salutando chiunque incontrava per strada, continuando a ripetersi: “Come sono contento, sono veramente soddisfatto”. Una volta a casa provò financo a fischiettare, cosa che non aveva mai fatto, neanche da bambino. Ad un tratto mentre era entrato, come sempre gli accadeva, in quelle scartoffie che riempivano la sua scrivania e di cui conosceva ogni parola, un tarlo iniziò ad inquinare i suoi ragionamenti “Sono soddisfatto, è vero, ma non sono felice, è pur vero che non lo sono mai stato” e si sentì tremendamente solo. Guardandosi intorno realizzò di vivere e lavorare in una casa divenuta d’improvviso tremendamente grande. Allora provvide ad aprire tutte le porte d’ingresso con la consapevolezza e la speranza che un giorno sarebbe passato a trovarlo la felicità.

 

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Fiorentino Izzo

Maresciallo Maggiore Aiutante della “Gendarmeria della Repubblica di San Marino” in pensione. Socio fondatore del Gruppo Artistico Culturale Indipendente "Il Cielo Capovolto"