Lo scoglio dell’amore

di Andrea Mauri

Sami nuotava con disinvoltura nel mare che conosceva bene. Il vento da nord schiaffeggiava di spuma azzurrognola gli scogli della baia nascosta. Ma non gli importava se la corrente giocava brutti scherzi. Per il suo diciottesimo compleanno aveva deciso di perlustrare lo scoglio dell’amore.

Anche quella mattina, prima di scendere al molo e tuffarsi, si era affacciato alla veranda. Le nuvole procedevano spedite, bianche, una dietro l’altra, affannate a inseguire l’orizzonte mobile del mare. Suo padre fumava seduto sulla sedia di paglia. La barba ormai bianca per le lunghe notti trascorse in mezzo al mare – lo stesso che ora osservava da lontano – si illuminava e si oscurava al passare delle nuvole, in perfetta sintonia con il cambio di luce nel bosco di ulivi e cipressi che circondava la casa. Sami baciò il padre sulla fronte, nel consueto gesto di ogni mattina. Lui spense la sigaretta e spostò lo sguardo dal mare al figlio.
“Oggi c’è vento da nord. Il mare aumenterà con il passare delle ore”.
Sami sfoderò il sorriso più disarmante. “Me l’hai detto la notte del naufragio. Ricordi? Sei stato tu a dirmi che quell’imbarcazione aveva perso la rotta per poi sfracellarsi sullo scoglio dell’amore. Mi hai detto: quello scoglio non perdona. Ricordi? Quel giorno mi hai assicurato che da grande avrei capito. Oggi sono grande, papà, ed è il momento di andare”.
La strada dalla casa al molo scendeva rapidamente. Sami, come sempre, si girò verso il padre seduto in veranda prima che la discesa lo nascondesse alla sguardo. Lo vide alzarsi e lo sentì gridare a ricordargli che il vento soffiava da nord.

Il mare dell’isola aveva modellato i muscoli del ragazzo. Con la corrente che frenava la spinta del corpo e faceva ingoiare acqua salmastra ci sarebbero volute un paio d’ore. Sami calcolava il tempo della traversata, considerando quello che gli aveva detto il padre: in giornate di calma piatta occorre almeno un’ora di bracciate possenti e ritmate. Ma soffiava il vento da nord.
Il petto e il torace ampi, le spalle tornite e salde, il dorso largo e aperto assicuravano al ragazzo una buona resistenza. Da quando compì dodici anni, tutti i pomeriggi d’estate, alle quattro – l’ora in cui il sole iniziava la discesa dietro la cima più alta dell’isola – Sami si tuffava dal molo e attraversava la baia da un estremo all’altro, migliorando giorno dopo giorno i suoi risultati. Quel petto, quel torace e quel dorso si sottoposero a sforzi persistenti, che ora lo aiutavano a superare le correnti che dividevano la baia dallo scoglio dell’amore. Però quel giorno del suo diciottesimo compleanno non si sentiva abbastanza forte. Combatteva un insolito tremolio alle gambe, che lo spaventò. I muscoli non rispondevano ai comandi, come se percepissero le correnti del nord. Come se l’aria ingannatrice si fosse insinuata tra i tessuti e scuotesse quelle gambe, che il ragazzo rimproverava di non essere abbastanza allenate.  Si tuffò. Non c’era altra via d’uscita. E le bracciate lo sostenevano, mentre le gambe avevano preso un ritmo scoordinato, che non gli permetteva di avanzare come sperava. A metà percorso, quando lo scoglio dell’amore si poteva quasi toccare con lo sguardo falsato dall’orizzonte, quando Sami era convinto che poche bracciate lo avrebbero portato a destinazione, il ragazzo si scontrò con la forza del mare evocata dal padre e con le onde gonfiate dal vento del nord, che gli impedirono di procedere nella giusta direzione. Lo scoglio in realtà era ancora lontano, ma lui non voleva lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Sapeva come reagire in questo frangente. Ne aveva rubato il segreto al padre e ai suoi racconti di pesca notturna in alto mare, quando il buio sembrava inghiottire l’imbarcazione e quando masse scure d’acqua diventavano visibili solo per via delle creste bianche e capricciose delle onde, che rispedivano l’equipaggio al largo invece di procedere verso la salvezza. In quelle notti, raccontava il padre di Sami, la forza di volontà era l’unico strumento che poteva cristallizzare le colonne d’acqua. La volontà agiva come un catalizzatore di onde. E le bloccava nel loro saliscendi mortale. Era come se il peschereccio cominciasse a volare sulla tempesta. Sotto la chiglia prendeva forma una forza estranea, sconosciuta, simile a due mani possenti che spingevano la barca verso la baia riparata dai venti e verso la salvezza a velocità accelerata. Il miracolo del mare, come lo chiamava il padre. E Sami teneva a mente ogni parola di questo racconto. Era pronto a riprodurre il miracolo, nuotando con bracciate costanti che producevano una spinta decisa sott’acqua e calibrando il respiro e l’ossigeno nei muscoli per far funzionare a perfezione la macchina del corpo. La corrente generata dai venti del nord giocava brutti scherzi. Sami conosceva anche questo, ma non sembrava preoccuparsene. Nuotava e si concentrava per raggiungere lo scoglio dell’amore, deciso a scoprire che cosa succedeva laggiù. La spuma bianca delle oche del mare – come suo padre chiamava le creste schiumate delle onde – lo ricopriva del tutto e frenava la sua traversata. Senza spegnere però il desiderio di arrivare in qualsiasi condizione a quello scoglio misterioso.

L’esplorazione che Sami aveva sognato per anni interi, la voglia di andare alla scoperta del mistero di cui tanto si chiacchierava sull’isola, per dimostrare al mondo intero di essere ormai adulto, spinsero il ragazzo a mettersi alla prova. L’isolotto, delle dimensioni simili a una delle grandi navi che solcano l’orizzonte e che si palesano all’improvviso come macchie scure allo sguardo affaticato e disorientato dalla scia argentata della luna, un tempo faceva parte dell’isola grande sotto forma di roccia fragile battuta dal vento e dalle onde. Un terremoto sconvolse quell’angolo di terra e buona parte della costa sprofondò nella distesa d’acqua. Sami e tutti gli altri abitanti dell’isola grande immaginarono che nel momento esatto della scossa più forte la roccia si spaccò in due. Un pezzo di quella scogliera si tuffò in mare con un tonfo tale da scuotere la terra per un raggio di centinaia di miglia e da quel tonfo esteso nacque l’isolotto, che con l’andare del tempo divenne lo scoglio dell’amore. Le acque circostanti il nuovo territorio non si ripresero più dallo shock del terremoto e tuttora muggiscono, si avvitano e si contorcono formando mulinelli e gorghi di spuma trasparente, che ribolle come gas sotterraneo. In uno di quei gorghi si bloccò Sami con il suo corpo atletico, risucchiato e risputato dalle correnti del mare, quasi invidiose del ragazzo. La passione di Sami, così tenace, aggrappata ai muscoli e alla pelle, lo riacciuffò dal fondo di un vortice, mentre un essere misterioso lo trascinò a riva e gli permise di toccare il suolo dello scoglio dell’amore, quel suolo inviolato a memoria d’uomo, quel mistero che aspettava di essere svelato.

Il fitto bosco di ulivi e cipressi era il luogo ideale per nascondersi. La roccia dell’isolotto aveva sofferto per quel lontano terremoto. Le pietre lacerate dagli scossoni della crosta terrestre furono ricompensate con una vegetazione rigogliosa da sfoggiare, ancora più rigogliosa rispetto agli arbusti dell’isola grande, che invece andavano via via perdendo le chiome migliori. Ermione si era rifugiata in quella boscaglia dopo aver abbandonato l’isola che l’aveva emarginata.
L’unica spiaggia dell’isolotto era un lembo di ghiaia fina, mista a ciottoli levigati dal mare. Il corpo addormentato di Sami era bagnato dalle onde più impertinenti. Ermione si fermò a guardare quel ragazzo dai muscoli possenti, gonfi della lunga nuotata e dell’acqua che i gorghi li costrinsero a faticare, a spingere con le bracciate e a faticare, a spingere e spingere ancora per non cedere alle correnti. Sami era forte e ce l’aveva fatta. Aveva perso conoscenza, ma in qualche modo era sbarcato sullo scoglio dell’amore ed Ermione era lì, vicino a lui a contemplarne le fattezze, mentre lo trascinava fuori dall’acqua, seduta accanto a lui aspettando che il sole caldo lo risvegliasse. Accucciata vicino a quel corpo, lo fissava come un feticcio da adorare. Ne scrutava ogni dettaglio con il pudore e la vergogna di chi non incontrava essere umano da troppi anni ormai. La pelle tesa, biancastra e rilucente per via dei piccoli granelli di sale che vi si erano depositati, confermava la giovane età di Sami. Ermione ne tracciava i confini con le dita, ben attenta a non toccarlo per permettere al sole di completare l’effetto terapeutico su quel corpo disteso sulla riva. Anche il mare si era calmato. Aveva preferito avvolgersi di silenzio per rispettare il sonno del ragazzo. Ermione guardava il corpo giovane e spostava lo sguardo sul suo, di corpo. Indugiava sull’equilibrio perfetto di Sami e detestava l’anomalia che l’aveva costretta a fuggire. Intuiva che Sami avesse appena compiuto diciotto anni. Le linee regolari dei genitali erano quelle che aveva lei, a quella stessa età. La natura però, oltre alle parti maschili, le aveva regalato pure un seno delicato, non prepotente, ma che non aveva timore a mostrarsi sotto i vestiti.

Ermione abbandonò l’isola grande il giorno del suo diciottesimo compleanno. Come Sami. A differenza di lui, non aveva pianificato la fuga. Era però stanca di trascorrere il tempo rinchiusa nella sua stanza, in una casa che i genitori avevano comprato lontano dal paese e dalle malelingue ed era esausta di spiegare che si sentiva femmina nonostante i genitali maschili. Il viso leggermente squadrato era ingentilito da occhi cerulei e inspiegabilmente profondi. I capelli biondo cenere accentuavano il candore delle guance, spigolose in alcuni punti, non troppo mascoline. Seni, fianchi e gambe avevano forme femminili a tutti gli effetti. Ma non bastava. Quel maledetto pene aveva significato emarginazione. Non riusciva a spiegare che si sentiva femmina anche per via della voce profonda, a tratti ibrida, come se a parlare fosse un adolescente in trasformazione. Non la credevano. E allora Ermione fantasticava di vivere un giorno in un posto della terra dove fosse sconosciuta e potesse cullarsi nel suo segreto. Non aveva pianificato la fuga il giorno del suo diciottesimo compleanno, ma quel giorno che doveva essere di festa, i genitori l’avevano esasperata. Proprio quel giorno che Ermione aspettava speranzosa, perché desiderava un compleanno normale. Voleva fare come tutti i ragazzi della sua età: sentirsi importante perché si affacciava alla vita vera e uscire a scoprire il mondo, anche se il suo mondo era un’isola che l’aveva relegata in casa come un’appestata.

Persino i coetanei la umiliavano. Le compagne di scuola soprattutto. Un giorno, una di queste, la più scaltra e la più sfacciata, durante la ricreazione entrò nel bagno dove Ermione si era chiusa e le vide gli organi genitali maschili. Scoppiò uno scandalo nell’istituto: genitori in rivolta, preside imbarazzato e incapace a gestire la protesta di gente impaurita da un essere diverso. La soluzione che mise d’accordo tutti fu quella di allontanare Ermione. Emarginata in casa e cacciata via da scuola. Così iniziarono le fughe notturne. In estate scendeva fino alla baia e si tuffava nel mare inchiostro. Nuotava. Nuotava senza sosta. Solo i pesci sapevano quanto nuotasse, fino allo sfinimento. Arrivò al punto di raggiungere l’isolotto con il fiato spezzato, ma i muscoli ancora tesi. Mentre nuotava non pensava a nulla. Non immaginava che di lì a poco sarebbe sparita agli occhi del mondo, del suo mondo, che poi non era altro che un’isola. E proprio quando avrebbe compiuto diciotto anni. Quel giorno i genitori si erano opposti ferocemente a che lei uscisse da sola, anche per comprarsi un gelato. Un semplice gelato come regalo di compleanno. In uno scatto d’ira Ermione oltrepassò la porta di casa correndo, e annusò l’aria. Non c’era vento da nord e il mare era calmo. Il desiderio di esplorare il mondo, insieme alla voglia di sparire dalla faccia della terra, le fecero venire in mente l’isolotto.

“Non mi fai paura”, disse Sami alla fine del racconto.
“Sei sincero? Oppure è solo riconoscenza per averti salvato la vita?”.
Ermione non sapeva che l’isolotto dove viveva era oramai conosciuto come lo scoglio dell’amore. Non sapeva che in parecchi avevano tentato di raggiungere quel luogo misterioso, ma erano stati inghiottiti da gorghi e mulinelli. Fu Sami a raccontarglielo non appena si sentì meglio grazie al sole e alle cure della donna. Ermione ascoltò, lasciando libera la curiosità per quel ragazzo così giovane.
“Chi c’è ad aspettarti dall’altra parte del mare?”, gli domandò.
“Mio padre”.
“Penserà che hai fatto una brutta fine”.
“Siamo abituati ad aspettare chi sparisce in mare. Prima o poi torna al punto di partenza. Tutti ritornano. Tutti, tranne mia madre. Lei è scappata per sempre e mio padre si è rifiutato di aspettarla. Perché lei non è sparita in mare, come gli altri. E’ fuggita sulla terraferma. Mio padre non mi ha mai spiegato il perché. L’ho capito più tardi. Mi diceva solamente di stare attento a chi viene inghiottito dalla terra. Da quel mondo di rocce e pietre non si torna indietro”.
Il piccolo spazio ricavato dentro uno scoglio spaccato a metà impediva a entrambi di muoversi liberamente. Ermione era nuda davanti al ragazzo. Aveva perso la consuetudine dei vestiti durante l’estate. Mostrava con naturalezza il seno non più fresco e il pene rimasto stranamente giovane.
“Davvero non ti ho spaventato?”.
Sami la guardò senza malizia.

Quelle poche cose che Sami conosceva sul sesso le aveva apprese dal gruppo di amici. Dalla primavera all’autunno l’appuntamento fisso di tutte le sere era al molo, giù in fondo alla strada. Non c’era un granché da fare nel villaggio. Sami e gli amici si costruivano mondi da esplorare sotto il cielo stellato delle notti più limpide. Invidiava chi ne sapeva più di lui e quando si parlava delle ragazze ancora bambine, avrebbe voluto che a spiegargli queste cose da uomini fosse stato suo padre. Ma l’argomento era tabù in famiglia. Tra una battuta di pesca e l’altra stavano poco tempo insieme e il padre aveva  sempre qualcos’altro di urgente di cui parlare. Dopo che la madre abbandonò entrambi, Sami passava giorni interi a casa di una vicina, quando il padre rimaneva in mezzo al mare. La donna alla quale era stato affidato era velata di tristezza. Portava un copricapo nero, con il sole o con la pioggia, e passava buona parte della giornata a pregare il marito davanti alla sua fotografia ben ordinata su di un altarino casalingo. La camera da letto sembrava oscillare al tremolio irregolare dei lumini rossi e si riempiva del lamento tipico delle donne che hanno perduto il marito in quel mare che tutto inghiottiva. Chissà se il sesso era mai entrato in quella stanza da letto, si chiedeva Sami spiando la donna velata che dondolava il corpo in moto perpetuo. Nessuno avrebbe soddisfatto la sua curiosità. Rimaneva il gruppo di amici al molo per fantasticare sulle sorprese della vita.

La prima idea che gli venne in mente fu quella di associare Ermione a un alieno: un corpo che concentrava in sé il maschio e la femmina doveva arrivare da un altro pianeta. Ma ne sapeva così poco di sesso, che quella doppia offerta  non l’aveva disgustato del tutto. Anche se subito dopo il risveglio sullo scoglio dell’amore – ma questo non lo disse a Ermione – ebbe l’istinto di fuggire. La mancanza di energie e un senso sconosciuto di pesantezza lo avevano però ancorato alla spiaggia. Bloccato su quei sassi, si mise a fantasticare, come in preda a un delirio febbrile, su quel corpo modellato dal sole e dal vento, disegnato dalle correnti del mare. Ecco ci siamo, pensava. Eccoci davanti al mistero dello scoglio dell’amore, dove fluidi invisibili si mescolano alle correnti spumose per forgiare corpi dagli strani attributi. Era questa donna e questo uomo in una sola anima, che tutti volevano conoscere? Si spaventò al risveglio con il contatto della parte maschile di Ermione contro il suo corpo. Provò una repulsione nuova, una contrazione dei muscoli che a stento riusciva a controllare. Si irrigidì per bloccare le gambe che volevano correre lontano. Non era in grado di muoversi. Non poteva farcela. Ma non era solo la debolezza a trattenerlo. Un particolare di Ermione lo colpì. Lei aveva lo sguardo di sua madre, quello stesso sguardo tenero, l’ultimo con cui lo guardò prima di fuggire e abbandonarlo al suo destino, senza quegli abbracci necessari perché un bambino diventi uomo. Ermione fissava il ragazzo con gli stessi occhi cerulei che lo avevano reso felice da piccolo.

“Hai mai pensato di tornare sull’isola grande?”.
Ermione non era sicura di voler rispondere. Non aveva idea di che cosa dire. Preferì accarezzare Sami in silenzio per non distrarlo dallo spettacolo del tramonto e della luce via via più calda sulla costa di fronte, al di là del canale.
“Sono passati parecchi anni. Molti di quelli che conoscevi sono morti. Nessuno scoprirebbe il tuo segreto”.
“Non appartengo più al vostro mondo. Questa striscia d’acqua che ci separa non potrà mai farmi tornare come prima. La natura mi ha consegnato a questo luogo. Questa è la mia vita”.
Sami mostrò il sorriso di chi si affaccia con timidezza all’età adulta.
“Hai gli occhi di mia madre”, disse fissando Ermione.
Una nave grande fendeva le acque con un rumore simile alle pietre della scogliera che rotolano verso il mare per tuffarcisi dentro. Entrambi si voltarono verso l’orizzonte, che si era colorato di un rosso violento. L’imbarcazione filava veloce sulla superficie calma dell’acqua e alzava ai lati una schiuma biancastra. Più il motore rombava, più le onde si inseguivano.  Ogni muro, ogni barriera crollò sotto i colpi di quella spuma spinta fino a riva.

Arrivò in fretta la fine dell’estate. Sullo scoglio dell’amore ancora più velocemente che sull’isola grande. A breve i venti da nord avrebbero soffiato sul serio.
“Sei forte abbastanza per tornare a casa. Adesso le correnti sono favorevoli. Ti chiedo solo una cosa. Non so quanto tempo mi resterà da vivere. Quando vedrai dalla veranda di casa questo scoglio, pensami almeno una volta al giorno. Pensami anche se non saprai se sono ancora viva. Il tuo pensiero sarà linfa vitale per me”.
I pescatori non credettero ai loro occhi, quando videro Sami avvicinarsi alla riva. Il padre aveva raccontato a tutto il villaggio l’avventura del figlio. La ripeteva come una litania, come un mantra per invocarne il ritorno. Due uomini più robusti aiutarono il ragazzo a salire sul molo e lo adagiarono al sole, adesso meno violento. Le cure di Ermione lo avevano trasformato in un uomo. Non aveva perso conoscenza come all’andata. Rimase immobile per recuperare le forze, mentre osservava il suo corpo diventato più grande. Nel brusio del porto si consolava con il ricordo di Ermione. Lei gli aveva insegnato che cosa vuol dire essere amato da una madre. Sentiva di aver colmato la parte che gli mancava e di potersi finalmente liberare del fantasma che lo tormentava. Disteso sul molo per riprendersi dalla traversata, il suo volto rifletteva una nuova consapevolezza. I pescatori capirono subito. Capirono che il ragazzo aveva raggiunto lo scoglio dell’amore, che l’avventura di Sami non era stata una bravata da diciottesimo compleanno. Era l’unico ad aver svelato il mistero dell’isolotto. Ne ebbero paura, perché da quel momento in poi il ragazzo non sarebbe stato più uno di loro. Li separava la verità dall’altra parte del canale.

Si era intanto sparsa la voce del ritorno e giù al molo si era formato un capannello di gente. Riprese le forze, Sami si guardò intorno senza spiegarsi tutto quel clamore. Chi sorrideva senza troppo entusiasmo, chi gli dava pacche poco convinte sulla spalla e chi rimaneva attonito o indifferente. Tra la gente del villaggio non vide suo padre. Tentò la corsa verso casa. Voleva chiedergli scusa. La salita sembrava più faticosa del solito. La fretta di incontrarlo lo frenava. E lo frenava pure  la paura di essere respinto. La luce vista dalla veranda, nel punto più alto del villaggio, scendeva fino al mare e travolgeva tutto quello che incontrava, anche a fine estate. Sami trovò il vecchio padre seduto sulla sedia, immobile, a fissare l’infinito, esattamente come l’aveva lasciato tre mesi prima. Sembrava non essersi mai mosso di lì. Sembrava abbandonato a qualcosa più grande di lui. Sembrava non accorgersi più del mondo. Il ragazzo gli si avvicinò in punta di piedi e gli appoggiò una mano sulla spalla. Una lieve scossa gli attraversò i polpastrelli. I muscoli del padre si distesero un po’, ma era troppo stanco per voltare la testa.
“Ora posso morire in pace”.
“Non sono stato il figlio che avresti voluto”.
“Ero sicuro che saresti tornato. Come ho fatto anch’io. Non ho raccontato a nessuno il segreto di Ermione. Ora sei un vero uomo”.
Sami conservava ancora tra le labbra il sapore della pelle di Ermione. Si piegò delicatamente e baciò il padre sulla guancia, come fosse l’ultima volta. Il padre riconobbe quel profumo speciale, quel profumo che si attaccava al corpo e che nemmeno le correnti del nord riuscivano a cancellare. Lo sentì sul corpo e nell’aria e spostando gli occhi verso lo scoglio, dalla parte opposta del canale, li chiuse lentamente.

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  10 comments for “Lo scoglio dell’amore

  1. avatar
    giorgio
    26 marzo 2016 a 8:46

    Appassionante

  2. avatar
    Lorena Giovannini
    28 marzo 2016 a 23:52

    Molto bello… mi ha commosso.

  3. avatar
    Margherita
    29 marzo 2016 a 11:34

    buongiorno! ho letto il racconto (due volte)complimenti! ben scritto….musicale. Premesso che non sono certo un critico letterario, posso fare qualche osservazione ….in una storia cosi’ “sopra” il tempo secondo me scricchiola un poco la parte in cui i genitori protestano a scuola per la presenza di Ermione, il preside è in imbarazzo etc…; mi sembra una situazione (partecipazione dei genitori, presenza a scuola) che non si inserisce in quell’ambiente cosi’ poco precisato nel tempo, in un mediterraneo greco, tunisino, o chissà…. come se si volesse inserire la tematica del rifiuto a scuola, del bullismo un po’ per forza…
    in un racconto di questa dimensione che non permette ulteriori estensioni, l’accenno alla somiglianza dello sguardo di Ermione con quello della madre e il viaggio del padre confessato cosi’ alla fine restano un poco monchi…avrebbero meritato di più

  4. avatar
    AnnaLuisa
    29 marzo 2016 a 12:21

    Mi strapiace! Ho deciso di prendermi il tempo giusto per leggerlo, non di corsa ma con la calma che merita un bel racconto … E non sono stata delusa !

  5. avatar
    Reginalda
    29 marzo 2016 a 14:22

    É da ieri che volevo leggerlo ma non avevo tempo per farlo con calma. …invece oggi appena ho iniziato, mi sono sentita trascinare con una velocità pazzesca perché volevo leggere le parole successive immediatamente, mi ha catturata ….bellissimo

  6. avatar
    rosi
    29 marzo 2016 a 17:27

    Rapita dal racconto, la prima lettura è stata rapida. Con la seconda ho apprezzato la dolcezza e la musicalità. Se posso fare un’osservazione, la scoperta a scuola mi è sembrata un po’ forzata. Anche questa volta Bravo Andrea !

    • avatar
      Andrea
      28 maggio 2016 a 10:05

      grazie Rosi, anche se in ritardo, ma solo stamattina mi è stato notificato il commento. La scuola è davvero forzata, se siete in due ad averlo notato. Ho preso una toppa 🙂

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