Notte all’Alhambra

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» – 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE RACCONTO

di Andrea Mauri

L’appuntamento con Estéban era alla Carrera del Darro, la strada che costeggiava il piccolo fiume di Granada. Marcos lo considerava un luogo romantico. Nel punto in cui il fiume accelerava la discesa e la corrente si infrangeva sulle rive pietrose, si ergeva uno sperone di roccia ricoperto di verde e sulla cima, nel punto più alto, il grande palazzo dell’Alhambra. Se si sedeva ai tavolini del caffè lungo la Carrera, si poteva ascoltare lo scorrere dell’acqua e lo scricchiolio della ghiaia sotto le scarpe di clienti e camerieri. Marcos non aveva dubbi. Quel posto avrebbe stupito il ragazzo dagli occhi verdi, che la sera prima quasi lo investì in bicicletta sulla Gran Vìa. Dopo il consueto scambio di scuse e cortesie, l’invitò a rivedersi per riscattare il danno. Nell’attesa Marcos si era seduto vicino al muretto che cingeva la riva, dove il fiume ritmava il calare del sole con il suo scorrere scomposto. L’Alhambra era già illuminata di arancione, lassù, e sembrava sostituire la luna. Gli faceva compagnia un bicchiere di tinto de verano, il vino rosato che di solito non apprezzava, ma che con parecchio ghiaccio nella notti afose dell’Andalusia diventava una panacea. Qualche raro motorino interrompeva il concerto d’acqua, che riprendeva subito dopo insieme alle voci esagerate dei ragazzini che si divertivano a scivolare sui lastroni di pietra liscia della strada, come provetti surfisti. Marcos guardava all’inizio della salita per anticipare l’arrivo di Estéban e prepararsi a essere più spigliato. Si concentrava sul vino rosato e puntava lo sguardo in alto, verso l’Alhambra, per accertarsi che fosse ancora lì. Quella sera la fortezza gli era necessaria e guai se fosse sparita sotto l’incantesimo di qualche sultano invidioso. Tra i ragazzi che scivolavano a valle, non c’era ancora traccia di Estéban. Scendevano alcuni gitani che chiacchieravano ad alta voce e procedendo verso la Plaza Nueva, accennavano note di flamenco. All’improvviso, con l’agilità di chi va in bicicletta da quando era piccolo, Estéban spuntò da dietro quel gruppo chiassoso e si fermò all’altezza dei tavolini a cercare Marcos.

Il gesto timido di alzare la mano, accompagnato da un sorriso che non riusciva a controllare, intercettò gli occhi verdi del ragazzo e lo chiamò con garbo, facendo scivolare la B di Estéban in una V, come soffiata in un bacio che non ebbe il coraggio di dargli.
“Questo è il posto che preferisco di Granada. Non sembra di stare in città. Che te ne pare?”. Marcos si sedette al tavolino prima di rispondere.
“Vista da qui la fortezza fa paura. Toglie il fiato”.
“La conosci bene? Voglio dire: l’hai visitata a fondo?”.
“L’ho vista come la vede chi è nato in questa città”.
“Allora devi sapere che ogni angolo dell’Alhambra custodisce un segreto. Un mistero che solo pochi eletti hanno il privilegio di svelare. Io ci torno spesso e mi ostino a scovarne le tracce ”.
Estéban fissava Marcos con curiosità: era una conversazione strana per un primo appuntamento. Il cameriere gli portò da bere. Con il bicchiere all’altezza degli occhi si divertì a guardare Marcos attraverso le goccioline rosate del tinto de verano, che distorcevano l’immagine di un ragazzo anomalo, fuori dal coro.
“Sbrigati a finire. Voglio mostrarti qualcosa. E’ tardi al punto giusto”.
Estéban non oppose resistenza. Trangugiò il vino fresco dell’Andalusia e si lasciò trasportare nella dimensione magica che li avrebbe accompagnati nella notte granadina.

I due ragazzi si inerpicarono sulla Cuesta de Gomérez, che saliva in cima allo sperone di roccia. Marcos portava Estéban sull’Alhambra con uno scopo preciso: spiegargli il linguaggio dell’acqua. Per stupirlo ancora. Come nessuno era in grado di fare.
“Hai mai sentito l’acqua parlare?”, domandò Marcos durante una piccola pausa per riprendere fiato.
“Nessuno di quelli che visitano il palazzo se ne accorge. Se presti attenzione e fai silenzio, l’acqua delle mille fontane che si trovano all’interno, parlano un linguaggio preciso. Ci devi venire e tornare; venire e tornare più volte. Ci vuole tempo. Il linguaggio dell’acqua non si svela alla prima occasione”.
Arrivati all’ingresso della fortezza, seguendo il perimetro delle mura ancora un po’ in salita, si imbatterono in una porticina di legno marcio, nascosta dai rampicanti e chiusa da un lucchetto. Ma a poche centinaia di metri più avanti il muro di cinta era crollato leggermente, al punto di poterlo scavalcare senza inciampi. La sorveglianza non era mai stato il fiore all’occhiello del palazzo reale e arrivare al patio senza essere visti era un gioco da ragazzi. Estéban, poco agile, aveva già il fiatone a saltare il muro e a cadere dall’altra parte senza eleganza. Si rialzò in fretta ansimando e tirando Marcos per la camicia, chiedendogli protezione in quella notte senza luna.
“Sapevo di trovare una falla prima o poi. Non ti immagini per quanto tempo l’ho cercata per portare avanti i miei esperimenti sull’acqua”, disse Marcos trascinandosi dietro Estéban. “Hai paura?”, gli chiese.
“C’è troppa storia qua dentro. Se ci dovesse sfuggire di mano la situazione, se le cose dovessero andare storte, che fine faremo?”.
Marcos accarezzò le dita di Estéban, per riscaldarle dal freddo innaturale della mano.
“Dai, andiamo. E’ tutto sotto controllo. Per stanotte avremo l’Alhambra a nostra disposizione”.

Dopo aver attraversato una parte del giardino del Generalife, il palazzo si stagliava come ombra imponente tra le luci soffuse dei quartieri della città in basso. L’ingresso era un labirinto, con il percorso che faceva parecchi giri a gomito prima di arrivare ai grandi spazi decorati delle sale e dei cortili. Un primo patio da attraversare con vasca di acqua che scendeva placida lungo i canali di alimentazione. Un altro patio con piccola fontana al centro e tutt’intorno stanze dei sultani per ammirare l’acqua. E finalmente il patio dei leoni che Marcos cercava. Si sedettero su uno scalino di marmo, nascosti all’esterno e con lo sguardo fisso alla fontana. Nessuno dei due parlava, nel rispetto del silenzio. Nessuno doveva parlare. Marcos si era raccomandato. Bisognava ascoltare. Ascoltare e basta. Come insegnavano gli arabi. I due ragazzi si erano stretti l’uno accanto all’altro, talmente vicini da non far passare aria tra i loro corpi. Così facendo, spiegava Marcos, si sarebbe limitato il formarsi di rumori artificiali, che altrimenti avrebbero coperto i suoni della natura. Dapprima li raggiunse un fruscio proveniente dai vicini giardini, nella parte alta della residenza del sultano. E insieme alla corrente d’aria arrivò il profumo delle rose. Marcos invitò Estéban a girare la testa in tutte le direzioni per assaporare ogni sfumatura di quel profumo e a osservare il marmo delle sale, scolpito come una grotta e ricolmo di artificiali stalattiti e stalagmiti che in alcuni angoli conservavano ancora il colore della pittura ai tempi del sultano. Poi una calma inconsueta. Seduti davanti alla fontana, ormai abbracciati e silenziosi, ascoltavano il fruscio, che anticipava la serenità andalusa dell’acqua che parlava d’amore. Era necessario il silenzio, lo consigliavano gli arabi ed era pure scritto nei “Racconti dell’Alhambra”, che Marcos promise di leggere a Estéban la prossima volta che sarebbero saliti al palazzo reale. Nel silenzio notturno – raccontavano le novelle che Marcos conosceva a memoria – era possibile ascoltare il suono della fontana dei leoni e di tutte le altre sorgenti dell’Alhambra all’unisono. Era l’acqua, la regina della notte. Era l’uscita irregolare di fiotti e agglomerati di gocce che parlava a chi sapeva interpretarla.

Marcos voleva insegnare a Estéban il linguaggio dell’acqua. Voleva trasmettergli quello che aveva imparato. Si allenava ormai da parecchie notti. Saliva sulla rocca ed entrava dalla stessa crepa del muro. Da solo. L’unica compagnia che ammetteva era l’inseparabile copia dei “Racconti dell’Alhambra”. Ogni sera leggeva una storia diversa, cambiando fontane a seconda del racconto. Era convinto che le leggende sul palazzo e sui corsi d’acqua, gli avrebbero attribuito poteri speciali per svelare segreti di cui nessuno era mai venuto a conoscenza. Solo che non era sicuro di essere sempre lucido. A volte pensava di essere vittima di sogni persistenti, così audaci da sfidare la realtà. Ma quella sera Estéban era al suo fianco. Il ragazzo dagli occhi verdi, sbucato in bicicletta da un incrocio pericoloso, era lì con lui, a vegliare su di lui, a verificare che tutto quello che stavano vivendo era realtà. Come d’incanto dal quartiere arabo dell’Albaicìn sull’altro lato del colle, partì una chitarra che intonava il concerto di Aranjuez. Doveva essere qualcuno che abitava in una delle cuevas, di quelle che non dormono mai, dove si fa musica di giorno e di notte. E fu il prodigio. L’acqua sembrò impreziosita dalla musica e si mise a cadere più forte dai rivoli e dalle cascate della fontana, al punto di sembrare il ruggito di un leone. Nel suono roco del felino si nascondeva il messaggio. La potenza di quel getto suggeriva ai ragazzi di amarsi, di cominciare ad amarsi proprio quella sera, benedetta dal silenzio perfetto, che nemmeno i sultani che abitarono il palazzo riuscirono mai a sentire.

C’era una sola cosa da fare. Marcos trascinò Estèban verso la Torre dei Sette Pavimenti. La conosceva bene. Era lì che si svolgeva buona parte delle avventure del libro che Marcos leggeva davanti al panorama dell’Albaicìn. In cima alla torre, sulla terrazza, si sentivano i padroni della città. La collina di fronte al palazzo, punteggiata di case bianche e giardini rigogliosi, in quella notte speciale si era rivestita di un colore tenue, dorato. Una patina leggermente brumosa, portata dalla Sierra Nevada, la signora montagna che dominava Granada e che decideva le sorti della città. L’aria opaca si coagulava al ritmo del concerto di Aranjuez, come se il suono della chitarra avesse risvegliato le correnti dalla montagna.
“L’acqua può parlare solo qui, dove c’è magia”, disse Marcos. “E’ la sua forza a generare la musica. E se fai attenzione puoi incontrare pure qualche sultano, che passeggia per i vicoli più stretti. Il segreto sta nel fermare il tempo e questo istante è solo nostro”.

La Carrera del Darro era laggiù, ai loro piedi. A quell’ora tarda persino i granadini nottambuli più incalliti avevano abbandonato il girovagare da un locale all’altro. I due ragazzi immaginavano davvero di essere tornati ai tempi del califfato e Marcos con la sua aura sognante che lo contraddistingueva, sperava di incrociare il fantasma di Whashington Irving, lo scrittore, per congratularsi con lui delle avventure mirabolanti alla corte dell’Alhambra. Il silenzio profondo aveva spento il fruscio che scendeva dai giardini del Generalife e il profumo di rose. Il fiume a valle era intento a ingaggiare una lotta personale con la bruma. Si spostava in verticale, faceva di tutto per evaporare insieme alla cortina umida dell’aria, confondersi con essa e impregnare di odori case, muri, selciato. L’acqua del palazzo dei califfi continuava a suonare con il fiume e la foschia. Prometteva amore alle anime di Marcos ed Estéban, che fluttuavano in quella placenta primordiale.
“È la prima volta che vedo l’Alhambra di notte”, disse Estéban strizzando gli occhi verdi, un po’ più offuscati di prima, notò Marcos, forse per colpa della foschia più spessa che scendeva dalla montagna.

Un borbottio deciso delle acque del palazzo riportò i due ragazzi alla realtà. Si era alzato un vento improvviso e quella che era bruma, adesso erano gocce di umidità più spessa che scendevano a ondate dalla Sierra Nevada. La nebbia piombava a valle, si depositava sulle rive del Darro, faceva il pieno d’acqua e risaliva in quota, più spessa, più lugubre. Nel giro di mezz’ora la luce arancione dei lampioni dell’Albaicìn scomparve dietro la coltre delle nuvole. Resisteva un tenue bagliore, un alone leggero leggero, di un colore indefinibile e dai contorni sfilacciati dal vento. La montagna non perdona. Granada lo sapeva bene. Marcos pure. Sapeva come il vento prendeva forza rapidamente e altrettanto velocemente sarebbe arrivata la pioggia. L’Alhambra era sospesa nel vuoto. Attaccata allo sperone di roccia, come radice secolare, era circondata da nuvole impazzite, che cambiavano di direzione, andavano verso l’alto, poi verso il basso, si incrociavano e si scontravano. Un turbinio d’atmosfera in cui il palazzo restava spavaldo, orgoglioso di assistere allo spettacolo, fiero della sua secolarità inattaccabile. Marcos non aveva la stessa sicurezza. Era in preda all’inquietudine. La teneva nascosta per non agitare Estéban, che era tornato ad avere le mani fredde. Lo teneva abbracciato affinché il corpo smettesse di tremare. Bisognava fare in fretta, scendere dalla torre e tornare indietro prima che piogge torrenziali cadessero sulla città. I segnali della Sierra Nevada erano precisi. Estéban era in stato di trance.
“Muoviti. Torniamo al palazzo”. Le prime gocce avevano reso la notte ancora più scura.
“Ho paura della pioggia. La pioggia fa fare brutti incontri”.
“Estéban, che ti prende? Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Prima rientriamo nel palazzo e prima staremo al sicuro”.
Un fulmine dall’alto della valle scese dritto sulle case della Carrera del Darro per poi strisciare tra le strade come serpe luminosa. E poi il tuono che attraversò le stanze e le torri della fortezza, le scosse in un terremoto di energie e di rovesci d’acqua senza precedenti.
“Non posso seguirti, non posso. Voglio rimanere qua. Laggiù ci aspetta il male”.
“Estéban, calmati. Ci siamo solo noi qua dentro. Dobbiamo fare in fretta. La montagna non perdona”.
“Non posso venire con te. Se mi scopre, Angel mi darà filo da torcere. Non deve sapere che sono qui”.
“Angel? Chi è Angel?”, gridò Marcos senza contegno per scuotere Estéban. Il terrore che lo attanagliava
stava diventando pericoloso. Era diventato tutt’uno con la pioggia violenta.
“Non sai Angel quanto può fare del male. Se mi trova nel parco, ci proverà di nuovo”. Estéban ripeteva come un automa frasi che non ascoltava. “Quell’uomo è malvagio. Si approfitta di notti come queste per rubarti l’amore. Non dovevo rimanere da solo nel parco. Dovevo scappare. Mi ha privato del desiderio con la violenza. Io non ho reagito e l’ho lasciato fare”.
L’acqua scendeva dalla montagna e il rumore confondeva le parole. La notte iniziata ai piedi dell’Alhambra aveva perso di trasparenza. Il desiderio era invischiato in tentacoli di violenza, che rendevano introvabili le parole d’amore del palazzo reale. Al loro posto regnava ormai un esperanto fuori controllo. Nella fortezza piombò il silenzio cattivo e la pioggia formò una cortina spessa di nebbia. Era talmente intensa l’acqua, che il suono delle cascate celesti si confondeva con i rumori del mondo, spariti all’udito umano. Il bagliore dei lampioni accesi lungo la strada acciottolata che saliva sulla collina, tremava sotto i colpi della pioggia ed era come se il cammino fosse piombato nel nero del cosmo. Marcos tentò di trascinare Estéban verso il riparo più vicino. Senza riuscirci. Da lì, in mezzo al sentiero ghiaioso trasformatosi in ruscello, non voleva muoversi. “Non è questa l’acqua che gli arabi ascoltavano. Pure tu sei come Angel. Mi hai teso una trappola”.
Le parole d’amore si erano ormai disciolte nel torrente di fango e terra che attraversava lo sperone dell’Alhambra per poi scendere verso il Darro, diventato anch’esso minaccioso, come non si ricordava da decenni. Marcos capì che quelle parole non potevano più essere ricomposte. La passione di poche ore si era diluita nel temporale, dispersa tra i mille rivoli che andavano a ingrossare il fiume. E capì anche che Estéban non lo avrebbe seguito verso la salvezza.

La notizia della scomparsa di un ragazzo sull’Alhambra era sulla bocca di tutti in città. Persino i giornali le dedicarono pagine intere. Marcos viveva defilato dai ritmi della città. Chiuso in casa. Se qualcuno l’avesse riconosciuto al caffè ai piedi dell’Alhambra, sarebbe saltato a conclusioni sbagliate. Usciva solo a notte fonda, come un vampiro, quando nello slargo in cui la Carrera del Darro lascia spazio al caffè, non c’erano più tavolini e nemmeno ragazzi e gitani che scendevano dal monte. Tutto deserto, tutto assopito. Ci tornava ogni notte a controllare se il fiume avesse riportato a valle Estéban. Ma del corpo nessuna traccia e allora Marcos voleva credere che si fosse salvato, che in qualche modo fosse riuscito a scappare dal suo delirio. E anche lui era salvo, perché Estéban non era morto. Fino a prova contraria.

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