Piombetto

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE RACCONTO

di Donatella Lessio

C’era una volta, in un paese soleggiato e ridente, un orto rigoglioso di frutti e verdure. I filari contavano zucchini, melanzane, insalate, pomodori, ravanelli e una quantità di altre coltivazioni, tra cui spiccava una superba pianta di piselli.
La pianta era eccezionale per dimensioni e velocità di crescita: il contadino infatti traeva, da quell’unica pianta, piselli in quantità sufficiente da soddisfare il fabbisogno non solo della sua famiglia, incluse le bestie, ma anche del paese e addirittura dell’intera contea. La caratteristica dei piselli prodotti da quella pianta era l’incredibile dolcezza, unita a una consistenza morbida e pastosa, perfetta per la preparazione del piatto regionale, che era una crema di piselli condita con erbe aromatiche e guarnita di fettine di pane tostato. Un’autentica prelibatezza.
Questa fantastica pianta produceva piselli a iosa, anche perché il suo ciclo si ripeteva più volte durante l’anno. Non era mica una di quelle piantine che hanno bisogno del riposo invernale, macché: fioriva, si auto-impollinava, buttava i baccelli e li spingeva con la sua linfa a più non posso, estate e inverno. E ad ogni fruttificazione, su di qualche centimetro: era diventata così enorme da coprire l’intero perimetro dell’orto.
Da una pianta siffatta venivano tratti semi di pisello così morbidi e dolci da risultare i migliori per preparare la crema alle erbe aromatiche ed ogni pisello andava ispezionato a questo scopo, perché la tenerezza della polpa di ciascuno era comunque variabile. Così, durante la sgranatura, che avveniva nel grande cortile di casa e coinvolgeva tutta la famiglia, i piselli venivano divisi in tre ceste: la prima conteneva i semi migliori, da destinare alla fiera; la seconda raccoglieva quelli per il consumo quotidiano; la terza conteneva i più duri, con cui nutrire le bestie della stalla, o da destinare al surgelamento.
Ora, in uno dei baccelli di quella pianta era nato un pisello speciale: verdissimo e sferico, in tutto simile ai suoi fratelli, ma così forte e duro da sembrare un sassolino. Il suo nome era Piombetto.
Piombetto si comportava esattamente come gli altri piselli, che crescevano placidi all’interno del baccello: scherzava con i suoi fratelli, gareggiava con loro in brillantezza, si nutriva della linfa e faceva progetti per il futuro. Tuttavia, poiché era pesante e duro tanto che il baccello a stento riusciva a trattenerlo, esso veniva deriso da tutti, perché certamente al momento della sgranatura sarebbe stato scartato per finire nella greppia delle bestie, o sarebbe stato surgelato. “Tu sei speciale, Piombetto”, si diceva per consolarsi. “Se sei così, un motivo ci sarà pure! Non puoi essere venuto al mondo soltanto per venire scartato: coraggio, la sorte ti indicherà, prima o poi, la tua vera strada”.
E i giorni passavano, ma la sorte per lungo tempo non indicò a Piombetto alcuna strada alternativa. Il povero pisello non aveva molte possibilità per cambiare il suo destino: doveva ancora maturare abbastanza da poter lasciare il baccello; tuttavia ciò sarebbe avvenuto al momento della raccolta, quando il suo futuro sarebbe stato deciso dal contadino, o da chi l’avesse separato dai suoi fratelli. Che fare? Piombetto non si perse d’animo: immaginò mille piani di fuga, si ingegnò in tutti i modi e si spremette le meningi fino a farsi venire mal di testa.
Una notte, però, la sorte si fece viva e Piombetto, che stava sul chi va là, fu pronto a coglierne il suggerimento. Il primo segnale fu un accumularsi di nembi bigi e bassi, che schiacciavano il cielo contro i tetti delle case e mandavano lontani bagliori di lampi. “Sta’ a guardare”, Piombetto diceva tra sé, “se non sia la volta buona per tentare una fuga?”. E subito la paura lo trattenne, facendogli venire mille dubbi: dove sarebbe andato? E come? Non aveva gambe per spostarsi, né mani per afferrare oggetti. Cosa avrebbe potuto fare, da solo in mezzo alla campagna?  Ma immediatamente dopo si rispondeva che accidenti, qualcosa avrebbe fatto, e che qualcuno lo avrebbe aiutato: tanto, qual era per lui l’alternativa? Il trogolo del maiale? Venire surgelato per essere esportato chissà dove? No, mai. Lui ce l’avrebbe fatta.
Il secondo segnale della sorte fu un acquazzone deciso, che si aprì come una cascata sulla pianta di piselli. Piombetto capì che quello era il momento. Controllò di avere succhiato abbastanza linfa, di essere sufficientemente equipaggiato di amidi e proteine e iniziò a spingere verso il basso, tentando di aprire il baccello che lo conteneva. “Che fai?”, gridavano i suoi fratelli, “Non cercare di uscire dal baccello: morirai annegato dalla pioggia!” ed esso rispondeva: “Meglio annegato dalla pioggia che surgelato!” e intanto si dimenava ancora di più.
Il terzo segnale fu un vento teso, che iniziò a scuotere energicamente la pianta, facendole perdere alcune foglie. “Vai, Piombetto!” si esortò il nostro amico e, così dicendo, diede uno strattone al peduncolo, già allungato ed assottigliato dal suo eccezionale peso; pestò con la sua massa il baccello praticandone un’apertura e, approfittando di una folata particolarmente violenta, ne uscì, cascando a terra.
Fu travolto dall’acqua e visse momenti davvero terrificanti: sobbalzò sul terreno madido di pioggia, venne trascinato dalla pendenza giù verso il confine dell’orto e poi sotto la recinzione, nella campagna; galleggiò miracolosamente in una pozza per qualche tempo; poi un nuovo torrentello lo portò via, su e giù per piccoli dossi, avallamenti, rigagnoli, fino a un boschetto i cui rami fitti facevano da ombrello e sotto i quali il terreno era rimasto relativamente compatto. Lì si fermò, infine, spaventato a morte, ma allo stesso tempo elettrizzato all’idea di avere sfidato l’acquazzone ed esserne uscito intatto. E così, ascoltando la musica dell’acqua che picchiettava il suolo e i rami, si addormentò.
Al mattino, la frescura della pioggia emanava dal suolo vapori bianchi , inframmezzando la vista dei tronchi ad arcobaleni che parevano rincorrersi nel cielo. Piombetto, che conosceva soltanto il chiuso del suo baccello, rimase incantato da tanta meraviglia. Preoccupandosi del suo livello di amidi, stornò dopo un poco l’attenzione da quello spettacolo meraviglioso e controllò di avere energia a sufficienza per affrontare, se non altro, la giornata che si stava aprendo nel sole.
Ancora era impegnato in questa ispezione, quando un che di insolito lo distrasse: attorno a lui si stava muovendo qualcosa, nel sottosuolo, che formava una sorta di striscia di terra sollevata e smossa. A un certo punto, dal terriccio fece capolino un verme marrone, che si guardò intorno, pur essendo cieco, per poi rituffarsi nella sua galleria e proseguire lo scavo.
Piombetto non era agitato, bensì incuriosito da quella strana bestia, che compiva un’azione apparentemente inutile. Il lombrico si avvicinava pian pianino a Piombetto, che iniziò a sospettare di doversi spostare da lì, per non finire sotterrato; ma come? Non c’era un alito di vento; la pioggia era cessata; lui non poteva fare altro che spingere in una direzione, o nell’altra. Tentò di smuoversi, ma senza successo, perché il terreno era pianeggiante e non favoriva il rotolamento. Niente da fare: Piombetto si rassegnò a restare dov’era e il lombrico, come era prevedibile, lo sotterrò.
Nel sottosuolo, il nostro eroe si sentì molto a suo agio: un tepore confortevole lo avvolgeva, attutendo i rumori e inducendolo a rilassarsi. Dopo un tempo imprecisato, nel quale Piombetto parve immergersi in una sorta di sogno ad occhi aperti, sentì che qualcosa gli stava spingendo, da dentro, la cuticola. “Che sarà mai questa cosa che sento bucarmi la buccia?” si chiedeva. Era la natura, che lo chiamava a germinare e mettere radici, per far crescere una nuova pianta. La sensazione di spinta da dentro cessò per qualche tempo; poi riprese; poi cessò di nuovo e tutto tacque.
Nella calma ovattata della terra in cui stava preparandosi a germinare, Piombetto pensò che la sorte lo aveva consigliato bene e che lì si stava certamente molto meglio che non sul nastro trasportatore di una fabbrica alimentare!
Ovviamente per lui non era finita, però, perché il suo destino cambiò di nuovo: Piombetto venne dissotterrato da una talpa, che per costruirsi la tana rovinò tutto il lavoro del lombrico; poi venne beccato da una gazza, che se lo portò nel nido e lo ingoiò di gusto, come se fosse un ordinario pisello. In ragione della sua durezza, tuttavia, l’uccello non lo digerì e lo espulse intero col suo guano, facendolo cascare su un sentiero. Lì la pioggia lo lavò nuovamente, formandogli attorno una invitante pozzanghera, dentro cui si rotolò un cane di passaggio, infangandosi per bene. Piombetto rimase infangato nel pelo del cane, che trotterellò nel grande cortile di una casa padronale e vi si scrollò accuratamente, facendo cadere il nostro amico a terra. Venne infine raccolto da un rastrello insieme a una quantità di foglie, sassolini, rametti e lasciato in un angolo del cortile.
Una ridda di pensieri ed emozioni contrastanti si affastellavano nella mente del nostro eroe, che visse tutte queste avventure con spirito coraggioso e positivo, ripetendosi che una sorte tanto speciale si riserva solo a piselli speciali e che tutti questi avvenimenti l’avrebbero portato ad essere il pisello che davvero era. “Altro che crema di piselli, altro che industria alimentare, altro che mangime per le bestie!” ripeteva tra sé, a metà tra lo spaventato e lo speranzoso.
Trascorsero tre giorni, durante i quali Piombetto si disperò, si risollevò, progettò come muoversi da lì, ma soprattutto si rattrappì: l’amido e le proteine che gli conferivano volume si consumarono, facendolo rinsecchire alquanto. Il povero pisello, lasciato all’aria e alla luce, non aveva speranza di cavarsela se, da lì a poco, non fosse intervenuta la pioggia a rinfrancarlo, o il fresco a rallentare il processo di essiccamento.
Tuttavia né pioggia né fresco arrivarono per lui, bensì una scanzonata bambina che, vestita di tutto punto, aveva pensato bene di andare a correre nei campi inzaccherandosi il ricco abito bordato di trine. Piombetto aveva già visto quella graziosa bambina gironzolare per il cortile, sempre ben vestita e sempre infangata e piena di foglie dalla testa ai piedi, ma mai pensò che ella avrebbe potuto avvicinarsi all’angolo in cui esso giaceva inerte. La fanciulla, appressandosi, strizzò gli occhietti e, con due dita della sua bella manina incrostata di terra,  lo raccolse esclamando: “Uno smeraldo!” e subito corse in casa.
La casa era davvero principesca: un autentico palazzo con decine di stanze, corridoi e finestre che affacciavano sulla campagna da un lato, su una strada dall’altro. La bimba attraversò quello spazio immenso con passo veloce, stringendo in mano Piombetto, che non sapeva se essere uno smeraldo gli avrebbe comportato una buona o una cattiva sorte, anche perché ignorava cosa significasse la parola “smeraldo”. Forse era una varietà di piselli? Mentre se lo chiedeva senza darsi risposta, eccolo scivolare dalla mano paffuta della bimba a una mano di donna adulta, che lo prese delicatamente lodando molto la piccola per quel ritrovamento straordinario; dopodiché, se lo ficcò nella tasca della veste e ce lo lasciò a lungo, quasi ne se fosse dimenticata.
Piombetto, a questo punto, era disorientato più che mai: cosa ci faceva in quel palazzo? E perché la donna lo aveva messo in tasca? Se davvero lui era un pisello “smeraldo” raro e prezioso, non avrebbe dovuto esser lasciato lì, nell’ombra anonima di una tasca sempre chiusa! Le sue domande vennero interrotte da un’azione ancora più insolita: la donna se lo estrasse, lo poggiò sulla rete di un grande letto e lo coprì con uno spesso materasso. Il pisello, che per via della sua naturale durezza e a causa dell’essiccazione parziale era molto resistente, non si perse d’animo: “Ah, è così? Volete sfidarmi? Io sono indistruttibile!” gridava, mentre il peso su di lui si faceva sempre più incombente. Pareva che non un solo materasso, bensì venti materassi gli fossero stati impilati sulla testa! E come se non bastasse, di lì a poco un altro peso vi si aggiunse: un peso mobile, come di qualcuno che si agitasse, da sdraiato, per trovare una posizione comoda, che non riusciva ad assumere.
Questo tormento durò tutta la notte fintantoché, al mattino successivo, Piombetto venne liberato da tutto quel peso e portato in palmo di mano al cospetto di un gruppo di persone, che sembravano illustri ed autorevoli. Il nostro amico passò dalla mano della donna a quella di una giovane bellissima e dall’aria altolocata, che lo consegnò ad un ragazzo aitante che sorrideva soddisfatto, che lo porse ad un signore con la corona sulla testa, che lo diede in mano di nuovo alla ragazza altolocata, che lo offrì alla bimba che lo aveva raccolto dal cortile, che lo ridiede alla donna. A Piombetto parve di andare sulle montagne russe!
Nonostante ciò che stava accadendo fosse per lui oscuro, comprese che tutti erano fieri di lui e di come era riuscito a sopportare il peso – così aveva capito – di ben venti materassi e di come la ragazza altolocata, cui il letto era destinato,  non fosse riuscita a prender sonno, a causa della gobba che esso formava sotto tutti quegli strati, nonostante le sue dimensioni ridotte.
Evidentemente ho vinto una gara di forza!” esclamava tra sé, cercando di gonfiarsi più che poteva, sebbene avesse consumato ormai il suo amido,  per sembrare ancora più forzuto.
Altro che crema di piselli, altro che mangime per le bestie, altro che surgelamento: Piombetto venne levigato e lucidato, poi incastonato in uno sfavillante anello d’oro contornato di diamanti e riposto su un morbidissimo piccolo cuscino a forma di cuore, a cui fu legato tramite un delizioso nastrino rosso. Così acconciato, venne accuratamente riposto in uno scrigno di mogano scuro decorato con intarsi dove rimase per un tempo che esso non riuscì a stimare.
Quando lo scrigno fu aperto,il nostro amico si ritrovò nel mezzo di una magnifica cerimonia di nozze: l’anello venne sollevato dall’officiante, che ne lodò la durezza e la brillantezza, quindi dato in mano al giovane aitante, che lo infilò all’anulare sinistro della bella ragazza altolocata. E fu così che Piombetto, grazie alla sua natura speciale e al suo coraggio, divenne la vera nuziale della famosa principessa sul pisello.

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