Ricordi

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» – 2ª edizione

CATEGORIA RAGAZZI • SEZIONE RACCONTO

di Roberta Rossi

Non so che giorno fosse, non so la data, non so il mese e l’anno e forse non lo saprò mai. Però so che questo è il primo ricordo, un po’ sfocato della mia vita. Ero seduto su una vecchia sedia a dondolo, andava avanti e indietro con movimenti lenti come la culla di un bambino, i miei pantaloni probabilmente erano blu a quadri e indossavo un vecchio pullover grigio chiaro e le pantofole erano verdi cucite con un sottile filo giallo. Una tuta calda e comoda, è l’unico ricordo che ho di com’ero. Nell’aria aleggiava la gioia, l’amore e l’attesa, ma soprattutto l’attesa. Una donna anziana, con un paio di calze a rete sottili di color beige e lembi di tessuto grigio e nero che si intravedevano da sotto il grembiule sbiadito e consumato dal continuo strofinarsi delle mani, andava avanti e indietro nel piccolo alloggio per controllare che ogni cosa fosse a posto, tutto ciò che per me parlava del suo volto era il suo sorriso: splendente che emanava sicurezza. Un leggero “drin” del campanello ruppe il silenzio. La donna si tolse il grembiule e una volta vicino alla porta disse con voce dolce : “chi è ?” , arrivò subito la risposta dall’altro capo : “siamo noi…” dissero anche dei nomi ma ora non li ho in mente. La voce della donna riprese: “vi stiamo aspettando, quarto piano appartamento a destra”. La casa era vecchia e non vi era spazio per l’ascensore. La famiglia salì a piedi, arrivò affaticata e con il fiatone ma felice. Si accomodarono dentro. Nella mia mente però c’era una sola domanda e c’è ancora: “chi erano?”. La donna venne da me, mi diede un bacio sulla guancia e disse una sola parola, la più bella di tutte e io non ricordavo di averla mai sentita pronunciare: “papà”.

Dalle scale proveniva una voce squillante e gioiosa piena di vita, certamente, di un bambino che chiamava la sua mamma. Quando entrò si tolse il cappellino di lana e il cappottino. Corse da me e abbracciandomi pronunciò parole: “ciaooo nonno!.” Piccole manine stringevano le mie braccia. Improvvisamente una goccia d’acqua corse sul mio viso e scivolò giù sino al maglione. Aveva, una palla che calciava di qua e di là, arrivava anche ai miei piedi, ma non ero in grado di dire alle mie gambe di muoversi. Perché? Il giorno seguente di nuovo un inizio e pochi ricordi, solo tante domande. In piedi dal letto e seduto al tavolo a mangiare, in piedi fino alla sedia e seduto, in piedi, in cucina e a mangiare, in piedi e seduto e poi un suono: “drinn”. Forse l’unica cosa che aspettavo davvero. Entrò un signore non tanto alto che disse qualche parola, ormai da me dimenticata, alla donna nella casa e lei dopo le parole era felice, ma non ne conosco il motivo o forse sì, ma, accidenti non ricordo. Si sedette sul divano un piccolo bimbo. Mi ricordava qualcosa, ma chi sa cos’era di preciso? Aveva uno zainetto. Salutò il papà e si sedette al tavolo nella stanza e tirò fuori dei libri e iniziò a trascinarvi dolcemente la grafite della matita sopra. Creava strani intrecci. Parole? Ma quali? Passarono attimi e ad un tratto si voltò verso di me, e mi chiese: “Nonno tu sai se le nuvole possono essere colorate di rosa?” Non riuscivo ad aprire bocca era come se fosse cucita. Entrò la donna e rivolse la parola al bimbo che rispose con un grazie. Perché aveva risposto lei? La domanda era rivolta a me? Perché il mio cervello non diceva alla mia bocca di aprirsi? Perché non avevo parlato? Il bambino ripose i libri dentro la borsa e prese la sua palla, andò in terrazza. Tirava calci fortissimi. Era bravo. Sentivo dentro di me il forte desiderio di uscire, di andare con lui, ma non ero in grado di alzarmi, ci provai comunque. Volevo riuscirci. Afferrai uno dei bracci della sedia e spinsi forte le mie braccia per poterle distendere e ci riuscii.

Tesi le gambe e… Ricordo solo un rumore grave e profondo poi un freddo nel petto, fu allora che riaprii gli occhi. L’oggetto freddo era lo stetoscopio del medico. Ero a letto e il bimbo non c’era più; coricato e con una ruvida fascia sul capo pensavo, ma cosa potevo pensare io non ricordavo e fu lì che capii: “io non ricordavo”. Non volevo perdere la mia vita. Mi allungai afferrai un foglio sul comodino e disegnai due omini uno piccolo e uno grande vicini. Poi riposi la carta dove l’avevo trovata e mi addormentai. Il giorno seguente una nuova giornata. Trovai il disegno ma non sapevo cosa fosse, quando la donna lo prese per buttarlo nella spazzatura cercai di farle capire che non volevo lo facesse e dalla mia bocca uscì dopo tanto tempo una parola: “noo!”. Essa mi guardò, mi prese tra le braccia e mi baciò sulla guancia. Quella volta a portare il piccolino fu la sua mamma che chiese alla donna che mi aveva baciato se il bambino potesse stare da noi mentre lei e suo marito erano in ufficio. Improvvisamente le mie labbra si tesero sino alle orecchie andando a formare una linea curva. Da quel momento in poi passarono forse diversi giorni e non cambiò assolutamente niente. Ogni miglioramento era stato dimenticato ed era svanito nel nulla. Avevo sempre il disegno fra le mani nel tentativo di ricordare, ma niente, come fare un buco nell’acqua, non sarei mai più riuscito ad arrivare nello scompartimento più profondo, dove la mia mente lo aveva posto, per recuperarlo. Ogni giorno veniva il bimbo, mi diceva parole tante parole e ne leggeva a voce alta altrettante. Erano di tutti i colori, piene di sentimenti, azioni, ma ora non c’erano più erano volate via insieme a ogni altra cosa che avveniva nella mia esistenza.

Forse era un altro segno o un semplice fatto. Arrivò quel giorno, ero seduto in terrazza. Il vento primaverile si faceva sentire, trasportava ciuffi di polline, cinguettii degli uccelli, le primule e i tulipani nascevano nei vasi appesi alla ringhiera e un continuo tum, tum riecheggiava nello spazio. Un bambino più grande forse di un anno o due o chissà quanti, calciava un pallone. Ogni angolo veniva colpito da una pallonata, ma solo una volta si fermò vicino al mio piede. Il bambino mi guardava e diceva “Tira, tira la palla, nonno!” sentii il mio muscolo tendersi piano piano, la mia scarpa, il mio piede e la mia calza ruotarono insieme completamente coordinati. Il pallone volò in alto, sparì e tornò velocemente giù fino a cadere con un sordo rumore sul pavimento. Passi veloci venivano verso di me, era la signora bionda del bacio e del grembiule consumato e dal sorriso splendente. “Edoardo, cosa avevamo detto… niente tiri lunghi, alti o forti!” il bambino rispose: “Nonna non sono stato io a tirare!” la donna disse: “Chi è stato allora? Forse le piante?”. “Ma no nonna è stato il nonno!” a quel punto il suo volto cambiò espressione, prese il bambino stringendogli le braccia e disse “Edo, è stato davvero il nonno?”. “Certo nonna”. A quel punto venne verso di me, mi abbracciò forte e mi aiutò a rientrare in casa. La stessa notte mi sentii male e mi portarono in ospedale con l’ambulanza. La mattina presto c’erano tante persone attorno al mio letto. Tra queste ne riconobbi solo una, la più piccola, era Edoardo. Poco dopo rimasi solo con lui, si scusò dicendo che se non avesse insistito che io tirassi la palla ora non sarei lì , io mi feci forza e dissi “ Non è colpa tua, anzi tu sei stato l’unico ad aiutarmi e ora ricordo anche il disegno, eravamo io e te; la voce si fece più bassa e affaticata. Il bambino parlò: “Ti voglio bene nonno!”, di nuovo silenzio e poi la voce ricominciò “Sei stato bravo hai ricordato”, ecco cos’era quella linea curva: il sorriso che apparve sul suo viso.

Le gocce d’acqua cadevano un‘altra volta dal mio viso e dal suo. Dissi: “sai ora mi sento meglio” e… un suono continuo e lungo azzerò i risultati segnati sulle macchine collegate a me e i miei occhi si chiusero. Un abbraccio forte, di un bambino, fu l’ultima cosa che percepii. I medici non erano stai in grado di capire cosa provocò la mia morte. Io sapevo solo una cosa che ora stavo meglio, ma non stavano meglio le persone che avevo lasciato. Questa volta erano loro a domandarsi ”perché?”. Io non ero più lì fisicamente, ma sarei sempre rimasto nei loro cuori. Il mio ultimo pensiero fu solo per Edoardo.

“Grazie di non avermi mai chiesto di ricordare, grazie che mi hai lasciato riposare, grazie che sei rimasto con me, grazie che mi hai abbracciato, grazie che mi hai tenuto la mano, grazie che ogni giorno mi hai fatto sentire il rumore della tua palla e delle tue parole e delle tue mani calde. Non sono riuscito a spiegarti perché ero così, ma una cosa sono stato in grado di farti capire: pur essendo uguali nell’essere persone, esseri umani, nei sorrisi, nelle gioie, saremo sempre diversi…”.

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