Tramonto senza fine

di Andrea Girard

In principio era uno; l’Unico. Egli si scisse. Egli ci donò la vita. In origine Egli era tutto, noi niente.
Questo è il nostro credo, il fondamento della nostra vita; l’essenziale. La nostra era una terra di fierezza, di coraggio ed orgoglio. L’Unico ce l’ha affidata; soltanto Egli può togliercela. Io sono l’Ultimo, io sono testimone del Popolo Eletto; io sono rimasto, rimasto a tramandare la nostra storia, la Storia.
In tempi remoti fu creato il mondo. L’Unico creò, da quella infinita distesa d’acqua che da un orizzonte all’altro si estendeva, un lembo di terra destinato ad accogliere i suoi figli, noi. Egli ci disse: “Andate, create villaggi, costruite case, coltivate campi. Io, vi do l’ordine di vivere quietamente, seguendo i miei comandamenti. Io vi do ordine di difendere la vostra casa.” E noi così facemmo, fino all’ultimo respiro esalato e all’ultima goccia di sangue versata. Noi demmo tutto pur di difenderla, di conservarla, di mantenerla nostra.
Vivevamo in piccoli villaggi, di poche decine di case, costruite col legno, coi mattoni e con la fatica delle nostre braccia. Noi eravamo un popolo forte e laborioso, gagliardo ed operoso; mai a riposo ci vide. “Costruita una casa, coltivate il vostro campo. Coltivato il vostro campo, abbiate cura della vostra casa. Fatto questo, ricominciate!” Così disse, così facemmo. Le nostre giornate si susseguirono tranquillamente nella quiete, giorno dopo giorno, in questo modo, per moltissimo tempo.
L’isola donataci è grande, fertile, era nostra. Lavoravamo la terra, alla maniera dei nostri padri, sudando sotto il sole, tiranno inclemente, e costruimmo molto, canali per l’irrigazione, grandi case di legno resistente, pensavamo di stare costruendo il nostro futuro; ahimè, ci sbagliavamo, perché il futuro è figlio degli uomini, non dei campi, non delle case.
Non conoscevamo conflitti, non conoscevamo la guerra, non conoscevamo la distruzione, ma armonia, pace e quieto lavoro. Egli ci disse: “Vedete quel formicaio? Ogni formica ha il suo ruolo e lo svolge coordinandosi con le altre. Adesso, se ogni formica non andasse d’accordo con le altre, come farebbe il formicaio a sopravvivere? Non potrebbe sopravvivere. Qualche formica se ne andrebbe per conto suo, qualcun’altra cercherebbe di fare valere le proprie idee, verbalmente o con l’uso di violenza. Un formicaio è un corpo solo, come il Popolo mio prediletto, e come tale deve funzionare; se, in una persona, un piede vuole andare a sinistra e l’altro a destra, non si andrà da nessuna parte, dunque, io vi ordino di essere armoniosi come un unico corpo.” Così ci fu comandato, così noi facemmo.
Il nostro popolo non ha mai fatto ricerca di ricchezze materiali e di qualsiasi cosa non fosse strettamente necessaria. Noi prendemmo solo ciò che l’Unico ci concesse. “La vera ricchezza, o miei prediletti, non consiste nel vostro patrimonio terreno ma nella vostra persona. La vita, o Popolo Eletto, è un lungo viaggio, durante il quale imparare e affinare le proprie capacità è un dovere imprescindibile. Pensate ad una persona che nascesse e non imparasse a parlare. Pensate ad una persona che, per piacere suo, evitasse di temprarsi nel lungo, nobile e duro lavoro nei campi. Miei prediletti, pensate a questa persona, inutile, oziosa e parassitaria; domandatevi se ha un futuro, chiedetevi se non sia solo un peso, rispondetevi invece che è peccato sprecare un regalo perché ciò che vi ho concesso era mio e ve l’ho donato, voi avete il dovere di costruire, non di distruggere e la terra, generosa di frutti, se chiedete più del dovuto, non vi darà più nulla. Meditate sui miei insegnamenti, tempratevi di nobile lavoro e imparate.”
La nostra isola, piccolo faro di luce in una coltre di immensa oscurità, era la nostra casa, la nostra dimora, in essa stava lo spirito dell’Unico, come in ogni altra cosa; non si trattava solo di proteggere ciò che ci apparteneva ma anche di difendere e conservare l’Unico. La terra che calpestiamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo è parte di Egli, noi siamo una di quelle parti. Ci donò ogni cosa, ci insegnò che dal niente non poteva nascere niente in quanto tutto ciò proveniva dal suo estremo sacrificio. Non ci lasciò però senza una guida, senza una via da percorrere; incise la sua eredità sul fianco di una montagna. Noi non ci siamo perciò sacrificati per le nostre ricchezze materiali, ci siamo sacrificati in difesa di un dono, per estrema gratitudine. “Andate, portate la mia memoria con voi, seguite i miei insegnamenti, vi devo lasciare. Non abbiate paura, o miei prediletti, io sarò presente, sarò con voi in ogni istante della vostra esistenza. Addio.”
Per non gravare eccessivamente la terra, ci disse di non coltivare mai un campo per due anni di seguito perciò, ogni famiglia possedeva più e più case sparse per l’isola, con la conseguente nascita di numerosissimi villaggi che, per anni, rimanevano abbandonati. Gli uomini più prestigiosi e considerati erano coloro che lavoravano di più, coloro che lavoravano di più erano, di conseguenza, anche coloro che possedevano più case; più case possedevi, meno gravavi la terra, e meno chiedevi ad essa, più cibo ti dava in cambio.
“Vedete quelle onde? Si infrangono senza sosta sugli scogli, nel tentativo di superarli. Raramente riescono ad arrivare oltre, il più delle volte falliscono. Ma, guardate bene, ci riprovano in continuazione, nella speranza di riuscire e, alla fine, dopo numerosi tentativi, ci riescono. Io vi ordino di essere come le onde, io vi ordino di avere volontà inarrestabili perché solo impegnandovi e facendo molti tentativi riuscirete nel più alto dei traguardi, la vita.”
La sua eredità, incisa su un fianco di un monte, era da noi curata, conservata, protetta e trasmessa e spiegata ai nostri discendenti, come fecero i nostri padri con noi, come fecero i nostri nonni con loro. Egli disse: “Non abbiate paura della morte, ve l’ho concessa io. Non abbiatene paura, non fuggitela, abbracciatela invece, accoglietela perché è anch’essa un mio dono, è il premio per la fine del vostro viaggio. Non finirete nel nulla, servirete a dare vita a qualcos’altro perché, come la mia essenza si ripete in voi, la vostra si ripeterà negli altri. Non sparirete veramente ma verrete ad abitare con me.” E noi così facemmo. Ogni volta che moriva una persona si faceva gran festa.
Eravamo un popolo onesto ma avemmo anche noi i nostri, pochi, ladri, banditi e assassini; per fortuna la loro stessa mala condotta li portò a sparire. Ricordo un episodio della mia infanzia, ero l’assistente, di quell’anno, del capo del villaggio. Un giorno accadde che un uomo venisse dal capo a dire che suo fratello era stato picchiato e spogliato di ogni suo avere, quell’uomo venne a chiedere giustizia. Il capo invece rispose: “Abbiate pazienza, buon uomo. Il tempo ci porterà la giustizia.” Ogni giorno quell’uomo venne a chiedere giustizia per suo fratello e ogni giorno, come risposta, ricevette sempre la stessa. Il tempo passava ed il fratello, di nuovo ricco, moriva in pace. Quel giorno l’uomo venne, dicendo: “Mio fratello è morto e la giustizia non arriva ancora; quanto tempo ancora ci metterà per venire?” Ed il capo rispose, meravigliato:” Ma come è possibile? Il tempo ha restituito a vostro fratello la sua ricchezza, ha punito con la morte il colpevole. Non vi basta?” Al che l’uomo se ne andò, un po’ stizzito. Questo fatto mi ha insegnato che rubare non semina frutti da raccogliere per il futuro.
Adesso racconterò la storia dell’atto di più grande infamia che sia mai potuto esistere ma che, come tutti gli avvenimenti, iniziò da qualcosa che noi pensavamo innocuo.
Un giorno trovammo su una spiaggia un uomo, portato dalle onde. Ci accorgemmo che respirava, che era vivo, che era “diverso”. Lo portammo in un villaggio, gli demmo ristoro e gli consentimmo di riposarsi. Una volta sveglio e riposato, iniziò a chiedere dove si trovasse e perché era qui. Disse di venire da una terra lontana, terra di sole e di ricchezza, immensa e dove c’erano tantissime persone. Uno del nostro popolo prese la parola e lo confortò: “Stai tranquillo, ti accoglieremo volentieri tra noi perché così ci ha comandato l’Unico.” Ma lo straniero, tra lo sbigottimento e lo stupore generale, rispose: “Chi è l’Unico? È forse uno dei vostri dei? Anche noi ne abbiamo tanti, ve li faremo conoscere.” Cadde il silenzio nella capanna. “Ti stai sbagliando, straniero. Esiste un solo dio, l’Unico. Probabilmente siete caduti vittima di ciarlatani e menzogneri ma vi perdoniamo; non a tutti è stato dato di far parte del Popolo Eletto.” “Popolo Eletto? Un solo dio? Come vi permettete di offendere così gli dei? Porteremo la verità anche a voi, blasfemi, o sarete colti dall’ira divina!”
Questa discussione mise in dubbio parecchie nostre certezze. Noi pensavamo di essere l’unico popolo esistente, pensavamo che la nostra isola fosse l’unico lembo di terra che affiorasse dal mare, pensavamo che non esistessero altri dei; come ci sbagliammo, ahimè.
Qualche tempo dopo, su un’altra spiaggia, si arenò un grande relitto di legno; lo straniero ci disse che quella strana cosa era una “nave” e che su quella “nave” ci si trovava anche lui, prima di naufragare. Fu parecchio triste di constatare che era l’unico sopravvissuto. Ci raccontò che con le navi si poteva navigare dappertutto, si poteva pescare e che venivano anche usate per fare la guerra. Alla parola “guerra” lo guardammo inorriditi. “Guerra? Siete forse impazziti? È la cosa più inutile che esista, è il più grande sabotaggio che un popolo possa fare a se stesso. Perché fate la guerra?” Ci rispose con calma serafica, ormai abituato alle nostre domande: “Perché facciamo la guerra? Noi viviamo di guerra. Come può un uomo elevarsi al di sopra dello stato sociale in cui è nato? La guerra è progresso, ricorda a tutti che non si può rimanere fermi a godersi il proprio orticello perché nella vita bisogna combattere e migliorarsi, senza stare mai fermi. Se un contadino perdesse un raccolto, come farebbe?” “Verrebbe soccorso dalla comunità” rispondemmo. “E se l’intera comunità perdesse il raccolto?” “Verrebbe soccorsa da altre comunità.” “Voi sopravvalutate la bontà degli uomini. Da noi, se un contadino perde un raccolto, ha tre alternative: morire di stenti, vendersi come schiavo o arruolarsi come soldato in uno dei tanti eserciti che solcano la nostra terra. È anche un’occasione per mostrare il proprio valore.” “E non siete stanchi di vivere all’ombra di saccheggi, carestie e povertà?” “Assolutamente no, finché non ci colgono di persona. È sufficiente stare dalla parte che vince, che saccheggia, che commercia e uccide.” “E non pensate agli altri? Sono pur sempre il vostro popolo.” “È segno che dovevano vivere così. I poveri sono stati creati poveri dagli dei, non sta a noi alterare l’equilibrio stabilito da loro.” “Ma è assolutamente orribile” “Non preoccupatevi, non ci si può fare niente.”
Col tempo naufragarono in molti sulla nostra costa e li accogliemmo. Decidemmo di provare ad integrarli nel nostro popolo ma, la maggior parte, non ne volle sapere di vivere come “contadini blasfemi”. Avevamo notato che non solo avevano un comportamento e degli usi diversi dai nostri ma erano anche fisicamente diversi da noi. La loro pelle era leggermente più chiara, erano più bassi e meno fisicamente prestanti di noi ma, negli occhi, sembravano avere il male. Stabilimmo perciò di donare loro uno dei nostri villaggi, così che potessero sostentarsi da soli. All’inizio sembrava che tutto andasse bene ma dovemmo in seguito intervenire parecchie volte a causa di crimini, risse e litigi. “Che uomini siete?” dicemmo. “Che uomini siete per ridurvi in tale stato? Siete forse animali?” Per fortuna si risolse tutto pacificamente.
Un giorno, stanchi di coltivare la terra e di vivere poveramente, si organizzarono in bande per sottrarci il raccolto. Noi, digiuni di guerra, meditammo sul da farsi. Avremmo potuto cercare di parlare con loro, di trattare, avremmo potuto provare a disarmarli. Scegliemmo infine la scelta peggiore: demmo loro cibo tale da esentarli dal lavoro; che stupidi che siamo stati, che errore che abbiamo fatto, abbiamo sovrastimato la bontà dell’uomo.
Infine approdò, dopo molti tentativi, una nave nella nostra isola, la prima che non aveva naufragato. Ne scese un uomo, il capitano, sembrava gentile. Ci chiese: “Che posto è questo” E noi, fedeli alla nostra cortesia, rispondemmo: “Benvenute, genti d’oltremare. Questa è l’isola affidata dall’Unico al Popolo Eletto.” “Cerchiamo merci da commerciare, in cambio possiamo darvi molto oro, ci arricchiremo entrambi, non preoccupatevi, non abbiamo intenzioni ostili.” “Abbiamo solo cibo e vestiario da darvi e dell’oro non ce ne faremo niente. In ogni caso, vi doneremo qualcosa, statene certi.” “Vi ringrazio.”
Il capitano, in attesa di venti favorevoli per tornare in patria, si accampò sulla spiaggia e iniziò ad allestire una sorta di porticciolo, usando alberi abbattuti nelle nostre foreste senza permesso. Restammo in silenzio perché l’Unico ci ha insegnato che rinfacciare la scortesia ad un ospite non è giusto. Quando le ultime nevi si sciolsero lasciando spazio alla rinnovata vegetazione primaverile, terminarono la costruzione dell’ormeggio e partirono.
Molte navi iniziarono ad approdare nella nostra isola, a commerciare con la colonia di stranieri precedentemente insediatasi, diventata ormai molto più popolosa di prima, e a sfruttarne le risorse naturali. Concedemmo loro, per evitare danni ulteriori, una pezzo della parte sud dell’isola. Cominciarono a disboscare le foreste, a pescare dissennatamente, a scavare nel terreno alla ricerca di minerali, meglio se preziosi. Nel nostro popolo germogliarono invece i primi sentimenti di rivalsa; cominciammo a capire che grandissimo errore avevamo fatto ad accoglierli.
Il tempo passava, gli stranieri aumentavano e noi invece ribollivamo di rabbia, il nostro orgoglio non sopportava più la situazione attuale. Decidemmo di attaccarli, non per scacciarli, ma per intimidirli, per spaventarli, per farci rispettare. Iniziammo ad armarci, di archi, di coltelli, di zappe, forconi e qualsiasi altro arnese trovammo. Il nostro esercito, che era più che altro una grandissima accozzaglia inferocita e non atta alle armi, piombò come una saetta sulla colonia. Gli stranieri, chi ne aveva i mezzi, fuggirono sulle navi in gran fretta ma quelli che rimasero subirono lo sfogo di un popolo prima gentile e pacifico, ora offeso e voglioso di vendetta. Era fatta, il pericolo sembrava fuggito lontano, pensavamo ora di poter continuare la nostra millenaria esistenza in pace, non pensavamo che potesse risorgere più forte e violento.
Stabilimmo di radere al suolo la colonia tranne poche case, per ospitare i sopravvissuti. Dicemmo loro: “Ora vivete in pace, prendete ciò che è successo come monito, vi consentiamo di restare qui.” Essi non risposero, erano troppo spaventati per dire qualcosa, troppo scioccati e moralmente distrutti. Anche il nostro popolo aveva subito delle perdite, avevamo seppellito troppi morti, volevamo la quiete, la nostra vita.
Intanto sorsero nuovi dubbi tra di noi. Qualcuno sosteneva che forse avevano ragione loro, che il vivere poveramente era sbagliato e che si dovesse ricavare dall’ambiente intorno a noi il massimo possibile. Altri, eccitati dall’azione di guerra prima intrapresa, proposero di costruire navi, di inseguirli, di stanarli a casa loro; che lodevoli intenzioni! Fortunatamente la maggioranza era di diverso parere.
Un giorno, piuttosto grigio e in cui il vento soffiava aria di pioggia, vidi all’orizzonte parecchie navi dalle vele bianche, candide come il latte. Pensavamo che fossero venuti a scusarsi, noi ovviamente eravamo pronti a perdonarli; ci sbagliammo ancora, vittime della nostra ingenua bontà. Vennero invece a portare la guerra a casa nostra, portarono schiere di soldati pronti ad uccidere e generali pronti a restituire la mortale offesa. Non ce l’aspettavamo. Iniziarono i combattimenti, cademmo sotto le sferze delle loro spade, sotto i colpi delle loro cariche. Dovevamo difendere la nostra terra, avremmo versato ogni goccia di sangue nel nostro corpo per farlo.
Sotto il cielo grigio di tristezza ci ritirammo verso nord, nostro ultimo rifugio. Vedevo le madri piangere disperate per la morte dei loro figli, le mogli per i loro mariti. Un popolo in marcia. Portavamo le nostre armi come se ci potessero salvare, le stringevamo finché dalle nostre dita funestate non usciva sangue, a rivoli. Negli occhi di tutti si poteva trovare solo tristezza, rassegnazione per un destino ormai ineluttabile. In armi, con dietro chi non poteva combattere, ci disponemmo in una piana, davanti all’eredità dell’Unico incisa nella montagna e li aspettammo. Armi in pugno e occhi in lacrime, disperazione, orgoglio infranto e ogni speranza ormai persa.
Infine arrivarono, nelle loro armature lucenti, e si disposero davanti a noi, in silenzio. Una coltre di tensione, di impazienza scese sulla verde piana. Qualcuno piangeva, qualcuno si preparava all’estremo sacrificio. “Unico! Eri così triste anche tu prima di morire? Fra un po’ ti raggiungeremo e insieme festeggeremo.”
Improvvisamente diedero il fatidico ordine. “Caricateli! Uccideteli tutti!” Era una lotta disperata, senza speranza di vittoria. Venimmo falciati come grano maturo, macabra mietitura. Ogni uomo lottava, disperazione e sconforto negli occhi.
Non si salvò nessuno. Solo io mi salvai. Io fuggii per tramandare questa storia, la storia di un popolo orgoglioso e pacifico, quieto e cortese. Io vi ho narrato le gesta di un popolo che, fino all’ultimo, è stato fedele a se stesso, che ha accolto un altro popolo e che è rimasto sconfitto dallo scontro con esso; il diverso ci ha sconfitto. Attendo, forse invano, che il tempo li punisca. Adesso, ormai vecchio, assisto al loro stesso decadere; proprio come noi, periranno anche loro perché, in fondo, anche essi sono persone, anche essi finiranno vittima di qualcuno più forte, qualcuno di diverso.
Scorsero quel giorno fiumi di sangue a bagnare la nostra terra, a completare il ricongiungimento con l’Unico. Egli ci disse infatti: “Morirete anche voi ma ci incontreremo di nuovo. Io mi scissi per creare voi. Voi siete le parti del tutto, le parti di me. Un giorno le parti torneranno al tutto, un giorno tornerò.”

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  1 comment for “Tramonto senza fine

  1. avatar
    j04931
    25 marzo 2016 a 17:30

    Ammetto che non è il mio genere, ma devo riconoscere che questo ragazzo (essendo tra i giovani) ha un modo di scrivere molto originale. Molto strutturato e studiato. Affronta argomenti profondi.
    Mi piace molto di come per assurdo il protagonista si trovi nella prima parte tra i “normali” e poi alla fine essendo l’unico… diventar lui il “diverso”.
    Affronta temi difficili
    La morale può sembrare molto dura, ma veritiera. Esser generosi e porger sempre l’altra guancia può nel nostro mondo portar avanti?
    Aiutar sempre il prossimo aiuta?

    All’inizio ho trovato difficoltà a immergermi in questo suo racconto o “isola” con le sue regole e tradizioni. Ma dopo si riesce fluidamente a seguirne il filo logico.
    Comunque nel complesso un bel racconto che fa riflettere parecchio.
    Si nota il possibile lavoro che ci ha messo per scriverlo.

    (Scusate per possibili errori di battitura, ma scrivo a getto e col cellulare..)

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