Voglio sognare

Concorso Letterario Nazionale «diversamente UGUALI» • 2ª edizione

CATEGORIA ADULTI • SEZIONE RACCONTO

di Serena Ravaioli

Mi ero perso, avevo smarrito il tempo e lo spazio.
Nessun documento identificativo, abiti puliti e ordinati, capacità di comprensione parzialmente compromessa.
Così recitava il verbale redatto dallo psicologo. Diventai un caso di studio.
Dai fascicoli di polizia non risultava nessuna segnalazione di scomparsa. La mia foto finì su tutti i quotidiani e per un po’ di tempo, non ho idea per quanto, mi sentii anche famoso. Mi sballottavano da un programma televisivo all‘altro, si divertivano ad affibbiarmi le storie e le sindromi più strane ed impensabili… tanti nomi difficili, parole che non riuscivo a ripetere entravano e uscivano dalla mia testa.

“Luci, telecamera 1, inquadra il viso, primo piano sugli occhi…”
Primissimo piano.
“Lacrime, zoom sulle lacrime”
Cambio scena, campo medio.
“Fate entrare lo psichiatra, intervista serrata”
“Telecamera 2, inquadra il poliziotto che lo ha trovato”
Report degli ascolti.
“Dati in ascesa, continuate con le domande, primo piano sulla bocca”

L’assistente di studio, il regista e gli addetti alle riprese si muovevano intorno a me freneticamente, senza sosta, tante voci, luci forti nei miei occhi, confusione.
Avevo paura.
Troppe storie, troppe verità che parlavamo di me, io, chi ero?

“Povero ragazzo ha proprio gli occhi persi nel vuoto, si vede che la testa lo ha abbandonato”
“Sapessi cosa gli hanno trovato nelle tasche…”
”Hai sentito? al momento del ritrovamento, vagava in centro paese chiedendo della chiesa di S. Giorgio, aveva in tasca un mazzetto di fiorellini freschi sgualciti”
“ Fiori?”

Ascoltavo muto il parlottare del pubblico, cercai i fiori nelle mie tasche, pochi petali restarono tra le dita.
Vedevo quel mondo girarmi intorno, io ne facevo parte?
Mi trovarono un freddo pomeriggio e tempo dopo, quando l’aria divenne calda e nessuno aveva reclamato la mia sparizione mi offrirono un posto dove vivere, un centro di salute mentale in cui forse mi sarebbe tornata la memoria.
Non avevo un nome, solo un numero di matricola e di stanza.
Adesso sapevo di essere il -456-  della stanza 2.
Con me altre persone, altri numeri, vestiti in egual modo aspettavamo tutti i giorni la nostra dolce dose  di medicina per guarire.
Mi piaceva chiamarla dolce, perché riusciva a farmi sprofondare nel sonno più profondo. A volte sognavo, sognavo di avere un giardino a cui dedicare le mie attenzioni, tanti fiori profumati, colorati, bagnati dalla pioggia, li raccoglievo e li portavo… non mi ricordo dove… ma al risveglio ero sempre tutto bagnato, le lenzuola e il mio pigiama restavano così per giorni. Era la regola.
Alcuni miei amici scrivevano sui muri, altri sui muri ci battevano la testa, io non avevo più la forza di fare nulla, dormivo, lo facevo anche quando Elsa, la numero 234 della camera 3, mi si sdraiava accanto e concitata raccontava la sua vita da cantante lirica. Non l’ho mai sentita cantare, quando ci provava i nostri dispensatori di sogni la mettevano in castigo… non si poteva cantare, era la regola, lei era bellissima e la sua storia fantastica… cambiava sempre.
Elsa non l’ho più vista, mi manca molto, ma sono contento perché è guarita, ed ora canterà in qualche grande teatro, lei era bellissima.
I fiori che sogno nel mio giardino, magari un giorno, glieli porterò a teatro, e lei sarà felice di cantare, e un mio fiore lo metterà tra i suoi capelli.
Sono stanco adesso.
Sono così stanco, che non sogno neanche più.
Sono un numero, sono bagnato, domani sarà uguale ad oggi.

Improvvisamente squillò il cellulare, sobbalzai e le due cartelle che avevo nelle mani scivolarono per terra, la suoneria riecheggiò all’interno di quelle mura fredde e decadenti.
Raccolsi con attenzione quella di lui, identificata con un numero ormai sbiadito dal tempo, disegni di fiori colorati  fuoriuscivano quasi fieri dal fascicolo; leggendo mi colpì la dolcezza con cui raccontava di lei Elsa, la cantante.
Tante storie si incrociavano in quei corridoi bui. Al mio passaggio, la luce che filtrava dalle sbarre arrugginite delle finestre alzando nubi di pulviscolo sembravano dar  vita ad una danza lenta e leggera di anime.
La struttura che stavo controllando era una palazzina d’epoca del comune. Per molti, moltissimi anni, era stata un centro di cura per la sanità mentale, circondata da un bel giardino con una fontana imponente in pietra, da rovi e alberi d’alto fusto senza più forma.
Al piano terra, grandi porte con i numeri delle stanze, letti con cinghie di contenimento ancorate alle testiere, e poi, scritte illeggibili sui muri scrostati, cartelle mediche buttate sui pavimenti sporchi dal tempo e dall’incuria, odore acre.
Mentre salivo le scale, tra ombre e luci trovai una scarpetta, era piccola, rossa.
Al piano superiore tante stanze con arredi di metallo impilati e strumentazioni mediche ormai inutilizzabili, vetrine rotte e documenti consumati dalla muffa, i palchetti di legno incisi con i nomi di alcuni pazienti, e disegni infantili.
Passato e presente si confondevano, si intrecciavano in un tempo parallelo, nuove terapie mediche, psicoterapie d’avanguardia e poi,  catene con lucchetti alle porte e finestre, camicie di forza e stanze con le pareti imbottite.
Malati allontanati e nascosti dalle famiglie, malati esibiti.
Mi mancava l’aria.
Il dolore e la disperazione mi parlavano.
Come un mantra, sentivo ripetere:
Sono un numero, Sono stanco, Voglio sognare, Sono bagnato, domani è uguale ad oggi”.
Istintivamente spalancai la finestra e guardai fuori, il tempo aveva soffocato il giardino vicino alla vecchia fontana, ormai priva di acqua; in un angolo mi sembrò di scorgere dei fiori, erano colorati, bellissimi… li guardai meglio e vidi, due persone, due anime, un attento giardiniere e una bellissima cantante, Elsa, sorrisi.
Raccolsi le altre cartelle mediche e le riposi nelle vetrine al piano superiore. Uscii.
Era tempo che le due anime prendessero la loro strada, Elsa avrebbe cantato in un grande teatro e lui le avrebbe messo il fiore tra i capelli, come nei loro sogni.

La mia perizia dichiarò la struttura idonea ad una nuova destinazione.

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